Si è concluso il complesso intervento di restauro delle pale d’altare e delle tele settecentesche di Francesco Trevisani e Niccolò Ricciolini nella Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri a Roma. L’intervento, che ha coinvolto venti grandi tele e che è durato sei anni, è stato diretto da Roberta Porfiri, storica dell’arte della Soprintendenza Speciale di Roma guidata da Daniela Porro.
Per sei anni il transetto della Certosa di Roma si è trasformato in un ampio cantiere di restauro. Un’iniziativa ambiziosa che ha reso possibile uno studio ravvicinato delle monumentali tele, originariamente concepite come pale d’altare e cartoni per i mosaici della Basilica di San Pietro, e successivamente riadattate per la conservazione e l’esposizione a Santa Maria degli Angeli in occasione del Giubileo del 1750. Come ha illustrato Roberta Porfiri, la rimozione delle opere dalla loro sede consueta ha permesso di studiarle in dettaglio e di ricostruirne la loro complessa storia attraverso lo studio delle tracce materiali e dei documenti d’archivio.
I dipinti, nati con dimensioni differenti, vennero uniformati nel progetto di Luigi Vanvitelli o addirittura modificati nella forma. È il caso, ad esempio, dell’opera di Trevisani raffigurante il Padre Eterno e la cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso terrestre, trasformata da rettangolare a ovale, o delle tele di Ricciolini adattate in semilunette per inserirsi ai lati delle grandi finestre del transetto. Il restauro ha messo in luce tutti gli espedienti adottati per adeguare le singole scene agli spazi architettonici della basilica, preservandone allo stesso tempo la loro leggibilità e la coerenza dell’immagine. Questi interventi di adattamento e riuso sono ancora leggibili nei tagli e nelle cuciture delle tele.
Si tratta di opere di dimensioni imponenti, che in alcuni casi superano i quaranta metri quadrati, e che hanno rappresentato una sfida significativa per il team di restauratori, a partire dalle delicate operazioni di movimentazione. L’intervento ha avuto un carattere sperimentale sotto diversi aspetti, anche per le numerose soluzioni messe in atto per intervenire su tele che, dal Settecento, non erano praticamente mai state toccate. Il restauro è stato condotto secondo il criterio del minimo intervento, nel pieno rispetto della storia delle opere e dei materiali originali. “Tutte le pale”, ha spiegato Roberta Porfiri, “sono state rimosse dalle sedi e trasportate nella cappella Albergati, che è diventata il nostro laboratorio di restauro, visibile dal pubblico di turisti, fedeli e visitatori della basilica. Col tempo ci siamo sempre più perfezionati e abbiamo cercato di progettare e creare opere provvisionali e sistemi in grado di dare meno stress possibile alle opere. Per Trevisani, ad esempio, si è messo a punto un sistema con una trave reticolare che ha permesso di far scorrere e portare avanti ciascuna tela in modo da discostarla dalla parete e consentire di lavorare anche sul retro. Inoltre, per poter avere una visione sempre completa dell’opera, sul fronte è stato progettato un ponteggio scorrevole su binari in modo da poter all’occorrenza facilmente allontanarlo per poter valutare nell’insieme le operazioni di pulitura, di reintegrazione pittorica e di verniciatura. Insomma, le enormi dimensioni delle opere hanno richiesto uno studio approfondito e una progettazione ad hoc anche di tutto ciò che era funzionale al restauro stesso, a partire dai ponteggi. Le due enormi torri scorrevoli su binari, ad esempio, sono state pensate per restaurare in quota le tele di Ricciolini. Vista l’altezza, in questo caso abbiamo pensato di staccare sì le opere dalle nicchie ma di non portarle a terra per restaurarle ma di operare in quota. Il nostro laboratorio, attrezzato di tutto, sì è dunque trasferito a 25 metri di altezza e abbiamo proceduto restaurando due quadri alla volta, facendo poi scorrere il ponteggio in modo da occupare al minimo lo spazio della chiesa, che è rimasta sempre aperta durante il cantiere. Il progetto così pensato ha consentito anche di rispettare i tempi del PNRR e di ottenere un notevole risparmio economico”.
“Così oggi”, ha aggiunto Porfiri, “è possibile apprezzare nuovamente, anche grazie ad una nuova illuminazione realizzata ad hoc per valorizzare ogni dipinto restaurato, la straordinarietà del progetto del cardinal Annibale Albani, che ha trasformato l’antico frigidarium delle Terme di Diocleziano in una pinacoteca”.
“Il restauro”, ha precisato la Soprintendente Speciale Daniela Porro, “rappresenta un significativo esempio del lavoro svolto dalla Soprintendenza negli ultimi anni. Il cantiere si pone nel mezzo di un più ampio e complesso progetto conservativo, che dal 2019 a oggi, ha dato nuova luce all’intero complesso monumentale. L’intervento ha consentito infatti non solo di recuperare e valorizzare testimonianze preziose del patrimonio artistico nazionale ma anche, al contempo, di approfondire la conoscenza di queste straordinarie opere, che legano storicamente la Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri alla Basilica Vaticana, luogo per il quale furono commissionate e dal quale provengono”.
Foto: Fabio Caricchia/SSABAP
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| Restaurate le monumentali tele della Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri a Roma |
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