Andrea del Sarto: vita e opere del pittore senza errori


Andrea del Sarto è stato uno dei maggiori pittori del Rinascimento maturo. Le sue opere si trovano quasi tutte a Firenze.

Di Andrea del Sarto (Andrea d’Agnolo di Francesco di Luca di Paolo del Migliore Vannucchi; Firenze, 1486 - 1530), Giorgio Vasari disse che era il pittore in grado di realizzare figure “senza errori”: le sue figure erano “di somma perfezione” in quanto principale caratteristica di Andrea del Sarto era la capacità di creare sempre composizioni formalmente ineccepibili, armoniose, ben bilanciate: una pittura classica, che fece scuola (per secoli artisti, anche grandi, hanno copiato le sue opere per imparare a disegnare) e che con i suoi colori luminosi e con i suoi effetti di luce costituì anche una base imprescindibile per i primi pittori manieristi. Andrea del Sarto lavorò quasi sempre a Firenze, si formò nella bottega di Piero di Cosimo (Pietro di Lorenzo; Firenze, 1461 circa – 1522), ma ben prestò passò a studiare i modelli più aggiornati, ovvero quelli di Leonardo da Vinci e di Raffaello Sanzio. Lontano dalla monumentalità del contemporaneo fra’ Bartolomeo (al quale comunque si avvicinò nelle ultime fasi della carriera), seppe creare composizioni sempre dotate di grazia, eleganza ed equilibrio.

Sempre Vasari racconta, nelle Vite, che Andrea, all’età di soli sette anni, fu mandato a bottega da un orefice dopo che per qualche tempo era stato in una scuola di lettere: tuttavia, pare che il piccolo Andrea si trovasse molto più a suo agio a disegnare che a maneggiare gli strumenti dell’oreficeria, e questa sua abilità sarebbe stata notata da un pittore che allo stato delle nostre conoscenze è quasi ignoto (un certo Giovanni Barile), che gli propose di abbandonare l’arte dell’oreficeria per darsi invece alla pittura. Dati i grandi progressi che Andrea fece nella bottega di Giovanni Barile, quest’ultimo lo presentò a Piero di Cosimo, all’epoca uno dei più grandi artisti di Firenze, e così passò nella sua bottega. Andrea, ancora a bottega da Piero di Cosimo, ebbe l’occasione di studiare i cartoni di Leonardo e Michelangelo per il Salone dei Cinquecento (leggi qui un approfondimento sulla Battaglia di Cascina di Michelangelo e qui un approfondimento sulla Battaglia di Anghiari di Leonardo), quando furono esposti nella Sala del Papa in Santa Maria Novella, nel convento: l’incontro con i due grandi artisti fu di estrema importanza per Andrea del Sarto, perché dopo una prima fase legata alla tradizione fiorentina, la sua arte volgerà verso quella del Rinascimento maturo, soprattutto quello di Leonardo e di Raffaello.

Pare che il giovane Andrea, nella Sala del Papa, abbia conosciuto il Franciabigio (Francesco di Cristofano; Firenze, 1484 – 1525), altro importante artista del tempo, e sia diventato suo amico, e Vasari racconta un aneddoto: Andrea del Sarto avrebbe confidato al Franciabigio di essere stanco delle ormai celebri stranezze caratteriali di Piero di Cosimo, e avrebbe voluto affrancarsi dal suo maestro. Il Franciabigio, che era invece allievo di Mariotto Albertinelli, gli disse che anche lui avvertiva questa necessità, dunque i due artisti decisero di lasciare le loro botteghe e di metterne su una assieme, e insieme lavorarono nella prima parte della loro carriera. Fu così che iniziò la carriera di uno dei più grandi artisti del Rinascimento maturo.

Andrea del Sarto, Autoritratto (1528-1529; affresco staccato, 51,5 x 37,5 cm; Firenze, Galleria degli Uffizi, Corridoio Vasariano)
Andrea del Sarto, Autoritratto (1528-1529; affresco staccato, 51,5 x 37,5 cm; Firenze, Galleria degli Uffizi, Corridoio Vasariano)

La vita di Andrea del Sarto

Andrea d’Agnolo (il nome completo è Andrea d’Agnolo di Francesco di Luca di Paolo del Migliore Vannucchi) nasce il 17 luglio del 1486, da Agnolo, che di mestiere fa il sarto (da qui il nome con cui l’artista è oggi universalmente noto) e Costanza di Silvestro, figlia di un sarto. Anche il fratello di Andrea, Francesco d’Agnolo detto lo Spillo, sarebbe poi diventato un pittore, sebbene non ai livelli di Andrea. Viene messo a bottega dal semisconosciuto pittore Giovanni Barile, ma passa ben presto alla bottega di Piero di Cosimo. Si forma inoltre copiando le opere di Michelangelo e Leonardo da Vinci. Nel 1508 lo troviamo iscritto all’Arte dei Medici e degli Speziali, la corporazione professionale a cui si iscrivevano gli artisti. Attorno allo stesso anno realizza le prime opere che ci sono pervenute, tra le quali l’Iniziazione di Icaro di Palazzo Davanzati. Nel 1509, i frati del convento della Santissima Annunziata di Firenze commissionano ad Andrea il ciclo di affreschi del Chiostrino dei Voti: le pitture, che hanno per tema le Storie di san Filippo Benizzi, vengono completate nel 1510, e altri due affreschi (Il viaggio dei magi e la Natività della Vergine) verranno aggiunti rispettivamente nel 1511 e nel 1514.

Nel 1515, Andrea inizia a lavorare al Chiostro dello Scalzo, dove è impegnato in un ciclo decorativo con le Storie del Battista, terminato nel 1526. Risale al 1517 uno dei suoi più noti capolavori: la Madonna delle Arpie, dipinta per la chiesa di San Francesco dei Macci e attualmente conservata alla Galleria degli Uffizi. Nello stesso anno si sposa con Lucrezia di Bartolomeo del Fede, che sarebbe poi diventata modella delle sue opere. Nello stesso periodo realizza i dipinti per la camera nuziale Borgherini: le Storie di san Giuseppe (l’Infanzia e Giuseppe interpreta i sogni del Faraone). L’anno dopo, Andrea del Sarto si reca in Francia dove lavora per il re Francesco I: delle opere realizzate oltralpe ci rimane solo la Carità conservata al Louvre. Nel 1519 Andrea torna a Firenze, riprende i lavori al Chiostro dello Scalzo e inizia l’affresco del Tributo a Cesare nella Villa Medicea di Poggio a Caiano: lasciato incompiuto, sarà terminato da Alessandro Allori. Nello stesso anno gli viene commissionata l’Ultima Cena per il convento di San Salvi. Il cenacolo di San Salvi sarà terminato però solo dieci anni dopo, nel 1529.

Poco tempo dopo, nel 1523, a Firenze scoppia un’epidemia di peste e l’artista, per sfuggirla, si trasferisce dapprima nel Mugello, dove esegue uno dei suoi principali capolavori, la Pietà di Luco (oggi a Palazzo Pitti), poi si reca forse anche a Venezia. Tornerà a Firenze l’anno successivo, e nel 1525 è di nuovo al lavoro alla Santissima Annunziata, dove esegue l’affresco della Madonna del Sacco. Nel 1528 esegue, per Giovanni Maria Canigiani, generale dell’ordine vallombrosano, la Pala di Vallombrosa, destinata all’abbazia di Vallombrosa (oggi invece è agli Uffizi). Dipinge nel 1530 la sua ultima opera, la Pala di Poppi, per la chiesa di San Fedele a Poppi, nel Casentino. L’artista scompare nello stesso anno, a Firenze, tra il 28 e il 29 settembre, durante un’epidemia di peste scoppiata durante l’assedio di Firenze.

Andrea del Sarto, Madonna delle Arpie (1517; olio su tavola, 207 x 178 cm; Firenze, Galleria degli Uffizi)
Andrea del Sarto, Madonna delle Arpie (1517; olio su tavola, 207 x 178 cm; Firenze, Galleria degli Uffizi)


Andrea del Sarto, Pietà di Luco (1523-1524; olio su tavola, 238 x 198 cm; Firenze, Galleria Palatina di Palazzo Pitti)
Andrea del Sarto, Pietà di Luco (1523-1524; olio su tavola, 238 x 198 cm; Firenze, Galleria Palatina di Palazzo Pitti)

Lo stile e le opere principali di Andrea del Sarto

Un percorso alla scoperta dell’arte di Andrea del Sarto può partire dal capolavoro della prima fase della sua carriera, la Madonna delle Arpie. Gli era stata commissionata dalle monache del convento di San Francesco dei Macci a Firenze nel 1515. La data 1517, anno in cui Andrea porta a termine l’opera, è iscritta sul basamento su cui poggia la Madonna. In seguito, nel 1703, il principe Ferdinando de’ Medici, vedendo la pala nell’occasione di una visita al convento, ne rimase affascinato al punto da proporre alle monache di finanziare il restauro della chiesa in cambio del dipinto, che dunque entrò nelle collezioni medicee, prima a Palazzo Pitti e poi agli Uffizi. Il bizzarro nome “Madonna delle Arpie” deriva dal fatto che Vasari interpretò le figure sul basamento del trono della Madonna come due arpie, ma in realtà si tratta di locuste: nell’Apocalisse di Giovanni viene adoperato questo termine per indicare esseri che avevano i capelli di donna, denti leonini, corazze di ferro, ali e code di scorpioni. Il primo ad arrivare a questa intuizione è stato lo storico dell’arte Antonio Natali che ha spiegato queste figure rapportandole con la presenza di san Giovanni, il santo sulla destra, autore dell’Apocalisse. L’altro santo, a sinistra, è invece san Francesco, il santo del convento delle monache committenti. Il dipinto dà un’idea della cifra stilistica tipica di Andrea del Sarto: l’artista, in particolare, opera una fusione tra i tre grandi del Rinascimento maturo, ovvero Leonardo, Raffaello e Michelangelo, raggiungendo però un grado di maturità e di armonia tra i vari elementi come non gli era ancora riuscito fino a questo momento. I personaggi sono contraddistinti dalla grazia raffaellesca (si veda per esempio il volto di san Giovanni, esemplato sui volti di Raffaello), così come raffaellesca è la Madonna, mentre il senso di grandezza e di monumentalità è desunto da Michelangelo, e l’utilizzo della tecnica dello sfumato, che qui tocca uno dei vertici nell’arte di Andrea del Sarto, si rifà direttamente a Leonardo da Vinci. La composizione è simmetrica, tradizionale, composta e pacata, in grado di raggiungere quella perfezione formale così lodata da Giorgio Vasari, al punto di fargli scrivere che le figure di Andrea del Sarto sono “senza errori” e “di somma perfezione”.

Altro dipinto chiave per comprendere la poetica di Andrea del Sarto è la Pietà di Luco: si ipotizza che sia stato eseguito dopo un plausibile viaggio a Venezia, perché il paesaggio è notevolmente mutato rispetto a quelli che il pittore aveva fin qui dipinto. In particolare, il paesaggio si fa più naturale e ricorda quelli che si osservano nei dipinti di artisti come Giorgione e Tiziano Vecellio: la grotta del sepolcro a sinistra in particolare rammenta certe soluzioni giorgionesche, come la rupe che si osserva nel celebre dipinto dei Tre Filosofi conservato a Vienna. Anche i colori sembrano riprendere la lezione del tonalismo veneziano, perché sono molto più caldi e vivaci in primo piano e tendono a diventare più freddi man mano che ci si allontana verso il fondo del dipinto (queste le caratteristiche tipiche della pittura tonale). Lo schema è invece desunto dal Perugino, e in particolare dal suo Compianto sul Cristo morto, realizzato per il convento di Santa Chiara a Firenze e oggi conservato a Palazzo Pitti: lo schema è identico, così come identica è la posa di Cristo, al centro con il busto sorretto da san Giovanni. L’opera di Andrea del Sarto è però molto più moderna: a fronte di una minor dolcezza e di una minore idealizzazione, si nota non solo un paesaggio più naturale, ma anche espressioni più studiate e più veritiere, oltre a connotati molto più naturalistici, nei quali si celano dei veri ritratti (ad esempio, santa Caterina ha le fattezze della committente dell’opera, Caterina di Tedaldo della Casa, badessa del convento di San Pietro a cui l’opera era destinata). Qui il richiamo è piuttosto scontato in quanto la santa è quella che ha il nome della committente. C’è grande dolcezza comunque anche in certi brani di questa composizione di Andrea del Sarto come per esempio il volto della Maddalena che manifesta un dolore molto composto e dignitoso, e ha delle fattezze bellissime ma di una bellezza naturale, non eterea, e in questo si può intravedere l’influenza di Leonardo.

Tra le ultime opere della carriera dell’artista figura la Pala di Vallombrosa: si tratta di un dossale, ovvero di una pala ricavata da una sola tavola. I santi rappresentati sono, a sinistra, san Michele arcangelo e san Giovanni Gualberto, mentre a destra sono disposti san Giovanni Battista e san Bernardo degli Uberti, e al centro si trovano due angeli più un vuoto lasciato da uno scomparto che è andato perduto. San Giovanni Gualberto era il fondatore dell’ordine dei vallombrosani e san Bernardo degli Uberti uno dei più importanti monaci vallombrosani. Negli ultimi anni della carriera di Andrea del Sarto si nota un avvicinamento ai modi di fra’ Bartolomeo, già presente del resto nella Pietà di Luco, dato che anche fra’ Bartolomeo aveva eseguito una Pietà dai toni simili, e questo avvicinamento consente ad Andrea del Sarto di conferire una maggiore monumentalità alle figure, che qui si stagliano solo contro un cielo azzurro. La posa di san Jacopo, simile a quella di santi che compaiono in altri dipinti tardi di Andrea del Sarto, dimostra come l’artista tenda a ripetere gli stessi schemi nell’ultima parte della sua carriera, anche se con grande modernità e naturalezza come dimostrano le pose e gli sguardi dei due bellissimi bambini. Il ripetersi degli schemi torna anche nell’ultima opera di Andrea del Sarto, la Pala di Poppi, opera del 1530 che si trova a Palazzo Pitti, dove il registro compsitivo è diviso in due parti identiche, quella superiore con la Madonna in alto sulle nuvole, e quella inferiore con i santi (Bernardo degli Uberti, Fedele di Como, santa Caterina d’Alessandria e san Giovanni Gualberto). In questo dipinto si nota, peraltro, un maggior accostamento ai colori tenui ma brillanti dell’arte del Pontormo.

Occorre infine menzionare uno dei suoi capolavori più noti, il Cenacolo di San Salvi: l’opera gli fu commissionata nel 1511, quando l’abate del convento di San Salvi, Ilario Panichi (un monaco vallombrosano), decise di affidare l’incarico ad Andrea del Sarto, che cominciò tuttavia a lavorarvi nel 1519 per portare a termine l’opera nel 1529, ma si può ipotizzare, dati i documenti che ci sono pervenuti, che la realizzazione dell’affresco del Cenacolo si fosse concentrata attorno alla metà degli anni Venti. Si racconta peraltro un aneddoto attorno a questo capolavoro: durante il famigerato assedio di Firenze del 1530, quando i soldati imperiali assediarono appunto la città per far desistere i repubblicani e permettere quindi il ritorno dei Medici (l’imperatore Carlo V e il papa Clemente VII, al secolo Giuliano de’ Medici, dopo il sacco di Roma erano tornati alleati, e l’imperatore fece in modo che la città di Firenze tornasse sotto il controllo dei Medici), furono distrutte moltissime delle opere che si trovavano fuori dalle mura di Firenze, ma i soldati risparmiarono l’opera di Andrea del Sarto perché furono affascinati dalla sua bellezza. L’Ultima Cena di Andrea del Sarto è un’opera di notevole importanza perché dimostra la ricezione, a Firenze, delle novità introdotte da Leonardo con il suo cenacolo milanese, quello di Santa Maria delle Grazie (leggi qui un approfondimento sull’opera), in termini di resa dei moti dell’animo dei personaggi. Notiamo quindi che Andrea del Sarto compie uno studio sulla resa psicologia dei personaggi, anche se la carica drammatica appare di molto attenuata rispetto a quella di Leonardo: questo perché un eccessivo drammatismo non era affatto compatibile con i canoni di perfezione formale e con il classicismo di un artista come Andrea del Sarto. La sua narrazione è dunque meno tragica ma più intima, il tradimento di Giuda non diventa più motivo di stupore forte come avveniva in Leonardo, ma diventa quasi motivo di riflessione: se Leonardo aveva puntato su sentimenti forti, se si potevano leggere uno stupore che dava anche luogo ad accese discussioni come quella degli ultimi tre apostoli sulla destra, il sentimento che prevale in Andrea del Sarto è invece la tristezza, l’amarezza: è questa caratteritica ciò che rende grande questo affresco e al contempo lo differenzia da quello di Leonardo da Vinci. Tuttavia, quasi a voler sdrammatizzare l’evento, l’artista inserisce anche un particolare nuovo e originale, quello dei due servi che in alto, si affacciano alla balaustra, uno dei quali peraltro non sembra neppure interessato alla scena e guarda dall’altro lato. Infine, malgrado poi gli apostoli siano caratterizzati individualmente, nessuno di loro perde quella grazia e quella compostezza classica che costituivano un tratto distintivo dell’arte di Andrea del Sarto. L’affresco dell’Ultima Cena si trova sotto a un grande arco che è stato decorato dall’artista con cinque medaglioni: quello al centro raffigura la Trinità, mentre gli altri quattro recano le raffigurazioni di altrettanti santi protettori dell’ordine dei vallombrosani. Il complesso che ospita l’affresco è stato peraltro musealizzato nel 1981.

Andrea del Sarto, Storie dell'infanzia di Giuseppe (1515-1516 circa; olio su tavola, 98 x 135 cm; Firenze, Galleria Palatina di Palazzo Pitti)
Andrea del Sarto, Storie dell’infanzia di Giuseppe (1515-1516 circa; olio su tavola, 98 x 135 cm; Firenze, Galleria Palatina di Palazzo Pitti)


Andrea del Sarto, Pala di Vallombrosa (1528-1529 circa; olio su tavola, 200 x 250 cm; Firenze, Galleria degli Uffizi)
Andrea del Sarto, Pala di Vallombrosa (1528-1529 circa; olio su tavola, 200 x 250 cm; Firenze, Galleria degli Uffizi)


Andrea del Sarto, Ultima Cena (1519-1529; affresco, 525 x 871 cm; Firenze, Museo del Cenacolo di Andrea del Sarto)
Andrea del Sarto, Ultima Cena (1519-1529; affresco, 525 x 871 cm; Firenze, Museo del Cenacolo di Andrea del Sarto)

Dove vedere le opere di Andrea del Sarto

Le principali opere di Andrea del Sarto si trovano tutte a Firenze, concentrate in un’area anche piuttosto ristretta del centro storico. Agli Uffizi si trovano diversi capolavori come la Madonna delle Arpie, la Dama col cestello di fusi alla Galleria Palatina di Palazzo Pitti è possibile vedere le Storie di Giuseppe, la Disputa della Trinità, la Pala di Vallombrosa, la Pietà di Luco, l’Assunta Panciatichi, la Pala di Gambassi e altre opere si trovano a Palazzo Davanzati, al Museo Nazionale di San Marco e al Museo di Orsanmichele, senza dimenticare i luoghi sacri: come il Chiostrino dei Voti della basilica della Santissima Annunziata e il Chiostro dello Scalzo. Il Cenacolo di Sal Salvi, oltre ad accogliere l’Ultima Cena, il suo affresco più grande e importante, conserva anche due opere giovanili, il Noli me tangere e i Cinque santi. Un altro importante affresco è il Tributo a Cesare, completato da Alessandro Allori, visibile nella Villa Medicea di Poggio a Caiano. Pochi sono i musei italiani che fuori da Firenze conservano sue opere: una delle più importanti è la giovanile Madonna col Bambino e san Giovannino della Galleria Borghese di Roma, mentre la Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini conserva la Sacra Famiglia Barberini.

Diverse sue opere si trovano fuori dall’Italia: il Louvre, il Kunsthistorisches Museum di Vienna, il Prado di Madrid, la National Gallery di Londra, l’Hermitage di San Pietroburgo, la Gemäldegalerie, la National Gallery of Canada di Ottawa, il Museum of Art di Cleveland sono alcuni musei che conservano sue opere.


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