Jackson Pollock, vita e opere del grande espressionista astratto


Jackson Pollock fu una figura emblematica dell'arte americana del dopoguerra. L'artista ribelle con i suoi celebri dripping fu uno dei protagonisti dell'espressionismo astratto.

La figura più rappresentativa dell’arte americana degli anni Quaranta e Cinquanta fu Jackson Pollock (Cody, 1912 – Long Island 1956), uomo inquieto e ribelle, dipendente dall’alcool, del quale non poté fare a meno per tutta la vita e che lo portò precocemente alla morte. Fu uno dei massimi esponenti dell’Espressionismo Astratto, uno degli artisti più conosciuti in America a cui anche la rivista Life dedicò una pagina. Sostenuto sin da subito dalla collezionista Peggy Guggenheim, l’irascibile Pollock diede una svolta importante all’arte astratta grazie alla tecnica del dripping (sgocciolamento).

Interessato alla storia americana, l’artista iniziò ad approfondire la cultura dei nativi che influenzò molto le sue opere, così come fu suggestionato anche dal Surrealismo, i cui massimi esponenti si recarono a New York, in seguito alla Seconda Guerra mondiale, portando elementi innovativi alla pittura americana. Pollock aderì anche alla psicanalisi di Carl Gustav Jung, per il quale, a livello inconscio, l’intera umanità condivide degli archetipi collettivi, ovvero delle forme primarie che hanno lo stesso significato per tutti. Pollock conobbe e sposò la pittrice Lee Krasner, con la quale si trasferì nei pressi di Long Island, sebbene la fedeltà del pittore fosse abbastanza effimera.

Jackson Pollock
Jackson Pollock

La vita di Jackson Pollock

Jackson Pollock nacque il 28 gennaio 1912 a Cody, nello stato del Wyoming, da una famiglia di modeste origini. Trascorse la gioventù tra l’Arizona e la California. Nel 1929 raggiunse il fratello a New York, dove entrambi si trasferirono e frequentarono la Art Students League nella quale ebbero modo di seguire le lezioni del pittore Thomas Hart Benton, che fu uno dei maggiori esponenti del realismo americano. Ciò che colpì molto il giovane Pollock non fu tanto la preferenza di Benton per i soggetti paesaggistici americani, quanto piuttosto l’uso che faceva del colore e la sua forte indipendenza: due elementi che caratterizzarono l’arte di Pollock. Dal 1935 al 1943 lavorò come muralista per il Federal Art Project i cui obiettivi furono creare opportunità di lavoro per artisti disoccupati e in condizioni disagiate, produrre opere d’arte destinate ad abbellire edifici pubblici e educare il popolo americano all’arte. Fu proprio in questo periodo che l’artista americano guardò con vivo interesse ai grandi maestri messicani, che infatti si dedicarono alla pittura murale. Tra questi José Clemente Ozorco, Diego Rivera e David Alfaro Siqueiros: quest’ultimo ebbe una forte presa su Pollock poiché in occasione di un seminario che si tenne a New York l’artista messicano introdusse l’uso del colore puro.

Già a partire dagli anni Quaranta Pollock godette di un certo riconoscimento grazie al supporto del critico Clement Greenberg, uno dei suoi principali sostenitori, e dei collezionisti e galleristi Betty Parsons e Peggy Guggenheim. Nel 1943 il MoMa (Museum of Modern Art) acquistò un’opera di Pollock, The She-Wolf (1943), dopo la mostra dell’anno prima Art of This Century che si tenne alla galleria-museo di Peggy Guggenheim; la stessa Peggy Guggenheim offrì a Pollock un contratto che sarebbe durato fino al 1947. Nei primi anni Quaranta partecipò anche alla mostra Abstract and Surrealist Art in America, che si tenne alla Brandt Gallery di New York. Nel 1950 si tenne la prima personale dell’artista americano, organizzata da Peggy Guggenheim al Museo Correr a Venezia, dove Jackson però non fu presente perché non amava viaggiare fuori dagli Stati Uniti. Dopo la personale veneziana Pollock approdò anche a Parigi allo Studio Paul Facchetti che nel 1952 mostrò al pubblico francese i suoi dripping. Nel 1945 Jackson conobbe e sposò la giovane pittrice Lee Krasner con la quale aprì una piccola casa-studio nei pressi di Long Island. Fu proprio qui che Pollock iniziò a sperimentare la sua celebre tecnica pittorica che consisteva in una pittura spontanea realizzata attraverso la colatura del colore direttamente sulla tela. Le tele venivano stese a terra (e già la posizione era decisamente anticonvenzionale), e l’artista cominciò a fare uso di quelle tecnica che sarà destinata ad accompagnare il nome di Pollock: si tratta della tecnica del dripping (sgocciolatura). Questo nuovo modo di procedere e l’innovativo rapporto con la tela pose le basi dell’action painting, chiamato anche pittura gestuale o più in generale espressionismo astratto: fu uno stile di pittura a “tutto campo” basato più sugli elementi pittorici (tele, colore e spazio) che sui soggetti rappresentati. All’espressionismo astratto furono associati anche altri artisti della scuola americana come Mark Rothko, Franz Kline, Willem de Kooning e Barnett Newman. Gli anni compresi tra il 1945 e 1950 furono quelli più creativi e intensi per Pollock: in questo periodo si inseriscono, infatti, le sue tele più celebri: Foresta incantata (1947), Numero uno (1948), One (1950). La fama del pittore irascibile aumentò di giorno in giorno, e a ciò si aggiunse una copertina che la rivista americana Life, gli dedicò 8 agosto 1949 che si chiese “è uno dei pittori più grandi degli Stati Uniti?”: a queste domanda risposero affermativamente i collezionisti che iniziarono a comprare le opere del giovane pittore. Dopo una carriera artistica tanto fervida, Pollock morì a quarantaquattro l’11 agosto del 1956 di un incidente stradale causato dal suo stato di ebrezza.

Jackson Pollock, The She-Wolf (1943; olio, gouache e gesso su tela, 106,4 x 170,2 cm; New York, MoMA)
Jackson Pollock, The She-Wolf (1943; olio, gouache e gesso su tela, 106,4 x 170,2 cm; New York, MoMA)


Jackson Pollock, The moon woman (1942; olio su tela, 175,2 x 109,3 cm; Venezia, The Peggy Guggenheim Collection)
Jackson Pollock, La donna luna (1942; olio su tela, 175,2 x 109,3 cm; Venezia, The Peggy Guggenheim Collection)


Jackson Pollock, Foresta incantata (1947; olio e smalto alchidico su tela, 221,3 x 114,6 cm; Venezia, The Peggy Guggenheim Collection)
Jackson Pollock, Foresta incantata (1947; olio e smalto alchidico su tela, 221,3 x 114,6 cm; Venezia, The Peggy Guggenheim Collection)

Lo stile e le opere principali di Jackson Pollock

Ad un primo approccio le tele di Pollock possono sembrare dei labirinti, delle forme sinuose che si attorcigliano su sé stesse, un’incontenibile esplosione di colori in cui lo sguardo dello spettatore si perde in questo spazio che pare non avere un centro. Eppure Pollock, tramite il semplice gesto di spostare la tela dal cavalletto e poggiarla a terra, per poi fare sgocciolare il colore utilizzando il solo principio della casualità, mostrò che fu possibile avere un altro rapporto con la tela e più in generale con l’arte. Si trattò di un rapporto diverso da quello freddo e razionale che caratterizzò le opere di un artista fondamentale per l’arte americana come fu Piet Mondrian: quello di Pollock fu un rapporto più diretto, d’impulso e quasi viscerale. I primi anni di Pollock si configurarono quasi come una sorta di esercitazione su opere dei grandi maestri come Michelangelo, Tintoretto e Rubens che sono testimoniati da alcuni disegni conservati alla Pollock-Krasner Foundation a New York: da questi primi disegni già emerge l’intrinseca energia percepibile dagli avvitamenti dei corpi, dall’anatomia e la forza che essi sprigionano.

Nei primi anni Quaranta Pollock si interessò all’esplorazione di soggetti primitivi e temi mitologici: l’esempio che meglio rappresentò questa sua indagine fu The She-Wolf (1943): l’animale rappresentato qui potrebbe alludere alla lupa che allattò Romolo e Remo, secondo la leggenda che narra la fondazione di Roma. Pollock nel 1944 spiegò che “She-Wolf è nata perché dovevo dipingerla”. Sebbene a questo periodo Pollock non fosse ancora arrivato ad usare la tecnica del dripping che lo rese celebre in tutto il mondo, è già possibile osservare degli schizzi di colore sulle tela, alcune parti mostrano delle forme prive di linee e colore in cui è possibile avvertire un primo passo verso l’astrazione. La lupa, che avanza verso sinistra, è realizzata con spesse linee nere e bianche. Il suo corpo è ricoperto di pesanti linee, macchie e segni calligrafici illeggibili. I protagonisti delle prime opere furono dunque soggetti totemici che unirono nella tela l’immaginario surrealista, a cui Pollock si interessò per un breve periodo, e la pittura murale. Nell’opera The moon woman (1942), Pollock fu influenzato dal poeta Charles Baudelaire e dal simbolismo francese. Al centro è raffigurata una donna solitaria che emerge dal fondo e ai lati ci sono simboli misteriosi legati all’archetipo della femminilità. Il corpo affusolato restituito da un semplice colpo di pennello nero si contrappone all’inquietante volto che rimanda alle figure femminili rappresentate da Picasso in Demoiselles d’Avignon (1906-07). È probabile, infatti che Pollock abbia visto la mostra che il Museum of Modern Art di New York gli dedicò nel 1942. Da queste prime opere emersero temi intimamente legati alla natura, alla magia e al simbolismo, caratteristiche queste che, tuttavia, rimasero anche della produzione artistica più matura del pittore. Negli anni successivi la tendenza all’astrazione fu sempre più prorompente come in Number 1 (1948). L’opera venne esposta, nello stesso anno, per la prima volta alla Betty Parson Gallery di New York. Le vendite furono deludenti e le recensioni critiche negative, eppure, solo l’anno successivo la rivista Life presentò Pollock a braccia incrociate, con la sigaretta penzolante in bocca e sotto la domanda “è il più grande artista degli Stati Uniti?”.

L’artista, muovendosi intorno alla tela, lasciava gocciolare il colore sulla superficie, così da emanare una forte energia: linee nere e bianche convergono creando un’intricata rete di colori. Il modo in cui il colore si trova sul piano suggerisce la velocità e la forza di procedere dell’artista così come in Silver over black, white, yellow and red (1949). In Number 8 (1949), invece, la linea di Pollock assume diverse forme, come ebbe a spiegare il critico Frank O’Hara secondo cui l’artista, grazie alla capacità di assottigliare, ispessire ed estendere uno degli elementi più semplici come la linea, riuscì ad annullare lo spazio, la profondità e la gerarchia degli elementi pittorici.

Le superfici di Pollock sono fisicamente presenti, e attirano lo spettatore che si confronta direttamente con il campo astratto della tela. Autumn Rhythm venne realizzata nel 1950, ed è una delle opere più celebri del pittore. Il pigmento venne applicato con i mezzi più disparati: coltelli, bastoncini e mani. Non c’è un punto focale centrale, ogni parte della superficie ha il medesimo significato. Anche le dimensioni (266 x 525 cm) assumono un’importanza significativa, poiché lo spettatore, trovandosi di fronte a quadro così travolgente, si sente rapito. Seguendo le vorticose e rigogliose linee è possibile quasi immaginare la “danza rituale” di Pollock. In queste opere manca la premeditazione che, tuttavia, non si traduce in una mancanza di controllo poiché Pollock, come ebbe a dire in varie interviste, gestì il flusso della vernice. Per Pollock l’arte doveva trasmettere contenuti significativi e rivelatori. Nel 1945 si tenne una mostra alla Pierre Matisse Gallery che espose dei quadri di Joan Miró, artista molto ammirato da Pollock, e che probabilmente diede un impulso all’arte dell’artista americano. Le sue tele che Pollock ammirò furono le Constellations, una serie di opere realizzate tra il 1940 e il 1941 e composte da alcune forme sparse sulla tela e collegate da una linea sottile che invocano una metafora stellare. Alcuni critici affermarono che Miró era un diretto precursore delle opere che Pollock avrebbe eseguito in seguito.

Lavander mist (1950) incarnò la svolta artistica che l’artista americano raggiunse a inizio anni Cinquanta. L’opera fu dipinta nei pressi di Long Island, nella casa-studio in cui visse con la moglie. Per l’artista evocare queste trame di colore così liriche ed equilibrate fu quasi un atto rituale, infatti, Pollock ebbe modo di conoscere i nativi della sua terra, i quali consideravano la pittura un rituale. E come un artista nativo, Pollock firmò Lavander Mist nell’angolo in alto a sinistra: nella parte superiore delle tela ci sono le impronte delle sue mani. La tecnica allover (totale, a tutto campo) permise all’artista di ottenere uno spazio omogeneo, privo di gerarchie, tutto si confonde: la superficie e la profondità, l’alto e il basso. È legittimo considerare il rapporto che Pollock ebbe con la tela come un anticipo delle performance, che ebbero massima vitalità tra gli anni Sessanta e Settanta. Così come nelle performance, anche nelle tele di Pollock il valore espressivo è dato dal corpo, dalla mente e dai sentimenti.

Jackson Pollock, Number 1 (1948; olio e vernice su tela, 172,7 x 264,2 cm; New York, MoMA)
Jackson Pollock, Number 1 (1948; olio e vernice su tela, 172,7 x 264,2 cm; New York, MoMA)


Jackson Pollock, Lavander mist (1950; olio, smalto e alluminio su tela, 221 x 299,7 cm; Washington, National Gallery of Art)
Jackson Pollock, Lavander mist (1950; olio, smalto e alluminio su tela, 221 x 299,7 cm; Washington, National Gallery of Art)

Dove vedere le opere di Jackson Pollock

Gran parte delle opere di Jackson Pollock sono visibili al Guggenheim Museum di New York (The Moon woman, 1942, e alcuni dei suoi dripping più celebri), al Metropolitan Museum è conservato Autumn Rhythm, (1950), mentre Lavander Mist (1950) si trova alla National Gallery di Washington. La National Gallery of Australia vanta una delle opere più famose di Pollock: Blue Poles (1952), sebbene l’acquisto dell’opera avvenne tra alcune polemiche, perché il direttore James Mollison, non fu autorizzato ad acquistare opere oltre 1 milione di dollari, così ottenne il quadro solo grazie all’approvazione dell’allora primo ministro Gough Whitlam. Anche l’Italia possiede alcune opere celebri di Pollock: alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea a Roma è infatti possibile vedere Watery Paths (1947), Painting A (1950), Square Composition (with horse) del 1937-38.


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