Mark Rothko, vita e opere del più intimo espressionista astratto


Mark Rothko è stato l'esponente più contemplativo dell'espressionismo astratto. La vita, le opere, lo stile.

Mark Rothko (Markus Yakovlevich Rothkowitz, in lettone Markus Rotkovičs; Daugavpils, 1903 - New York, 1970) è stato uno dei principali esponenti dell’espressionismo astratto, noto per i suoi color field paintings realizzati tra il 1949 e il 1970: erano, come si vedrà, dipinti in cui l’artista utilizzava un solo colore (o una gamma molto ristretta), di formato rettangolare, che rappresentavano la declinazione probabilmente più intimista della corrente espressiva che si sviluppo negli Stati Uniti d’America dopo la seconda guerra mondiale e che ebbe tra i suoi massimi esponenti artisti come Jackson Pollock, Wllem de Kooning, Philip Guston, Arshile Gorky, Helen Frankenthaler, Cy Twombly, Joan Mitchell, Ad Reinhardt, Robert Motherwell, Hans Hofmann e altri.

Artista di origini lettoni, lasciò la Russia (all’epoca in cui nacque, la Lettonia dov’era nato faceva parte dell’impero russo) all’età di dieci anni assieme alla famiglia per emigrare negli Stati Uniti, stabilendosi a Portland, nell’Oregon. Le opere di Rothko, e in particolare i suoi Color field paintings, trasmettono quell’inquietudine e quel senso tragico dell’esistenza che sempre accompagnò la sua vita, fino all’ultimo momento (l’artista infatti morì suicida), e questo malgrado i suoi successi. Condusse comunque una vita piuttosto modesta e ritirata, per quanto fosse ben inserito negli ambienti culturali e artistici del suo tempo e non fosse un emarginato. I suoi dipinti hanno conosciuto aumenti vertiginosi nelle quotazioni dopo la sua scomparsa, tanto che oggi Rothko è uno degli artisti i cui prezzi in asta raggiungono i valori più alti: non è insolito, per un quadro di Rothko, raggiungere cifre che vanno nell’ordine delle decine di milioni di dollari.

Ritenuto il più lirico degli espressionisti astratti, con quadri che rasentano quasi il misticismo, Mark Rothko era convinto che l’arte fosse “un’avventura in un mondo sconosciuto, che può essere esplorato solo da coloro che intendono assumersi il rischio” (così scriveva nel Manifesto pubblicato il 13 giugno del 1943 sul New York Times). La funzione degli artisti, proseguiva Rothko, è quella di “far sì che il pubblico veda il mondo a modo nostro, non a modo suo”. E a proposito del... contenuto dei dipinti, l’artista sottolineava che “è opinione ampiamente accettata tra i pittori che non importa ciò che si dipinge purché sia ben dipinto. Questa è l’essenza dell’accademismo. Non c’è niente di meglio che un buon dipinto sul nulla. Noi asseriamo che il soggetto è cruciale, e che è valido solo quel soggetto che è tragico e senza tempo. Ecco perché professiamo parentela spirituale con l’arte primitiva e arcaica”.

Mark Rothko fotografato da Consuelo Kanaga nel 1949
Mark Rothko fotografato da Consuelo Kanaga nel 1949

Vita di Mark Rothko

Markus Yakovlevich Rothkowitz, in lettone Markus Rotkovičs, nacque a Daugavpils, in Lettonia, il 25 settembre 1903, da Yakov, farmacista, e Anna Goldin, in una famiglia di buona istruzione, di origini ebree e di convinzioni laiche. Rothko, ultimo di quattro fratelli, studiò comunque il Talmud dopo che il padre tornò ad abbracciare la religione di famiglia, e a dieci anni, assieme alla famiglia, emigrò negli Stati Uniti, e per l’esattezza a Portland, nell’Oregon. Yakov tuttavia morì pochi mesi dopo l’arrivo in America: l’evento fu traumatico per la famiglia e lasciò i Rothko senza reddito. Anche Mark fu dunque costretto a lavorare fin da ragazzino, vendendo giornali (la morte del padre peraltro lo allontanò dalla religione). Dopo aver finito le scuole a Portland e dopo aver imparato l’inglese (la sua quarta lingua: parlava fluentemente lettone, russo e yiddish) iniziò nel 1921 a studiare all’Università di Yale, dopodiché nel 1924 si trasferì a New York per iscriversi alla Art Students League, dove studiò con George Bridgman e Max Weber. Nel 1929 cominciò il suo lavoro di insegnante di pittura per bambini alla Center Academy del Brooklyn Jewish Center, un posto di lavoro che mantenne per vent’anni.

Parallelamente Rothko aveva cominciato la sua carriera di pittore: nel 1928 aveva esposto alla Opportunity Gallery, presentandosi con opere su cui figuravano cupi interni e scene urbane, che ottennero favorevoli riscontri da parte della critica e dei colleghi. Nel 1932 conobbe e sposò Edith Sachar, designer di gioielli. Negli anni Trenta conobbe Milton Avery, pittore che lo convinse del fatto che l’idea di fare una carriera da artista era per Mark Rothko del tutto possibile. I successi non tardarono ad arrivare: nel 1933, infatti, Rothko tenne la sua prima personale al Museum of Art di Portland e poco dopo replicò a New York, alla Contemporary Arts Gallery. Nel 1935 si unì a Ilya Bolotowsky, Ben-Zion, Adolph Gottlieb, Louis Harris, Ralph Rosenborg, Louis Schanker e Joseph Solman per formare il gruppo The Ten (“I dieci”), il cui obiettivo era quello di reagire alla pittura tradizionale. Nel 1938 riuscì finalmente a ottenere la cittadinanza americana e due anni dopo, preoccupato per il dilagare dell’antisemitismo anche negli Stati Uniti, cambiò il suo nome, da Markus Rothkowitz a Mark Rothko (evitò di abbreviare in “Roth” perché Roth è un altro cognome di origini ebraiche). Negli stessi anni il suo stile, inizialmente molto influenzato dall’impressionismo (Rothko dipingeva soprattutto scene di vita cittadina), cominciò a evolvere verso l’astrazione, in maniera progressiva. Tra la fine degli anni Trenta e il 1946 i suoi dipinti riflettevano i suoi interessi per temi come la mitologia greca e l’arte primitiva, con spunti tratti dalle opere di Joan Miró e André Masson (Rothko era infatti attirato dalla teoria surrealista dell’automatismo psichico, che sperimentò per cominciare a creare le sue prime forme astratte). Le sue opere “surrealiste” furono presentate per la prima volta alla galleria Art of This Century di Peggy Guggenheim a New York nel 1945. L’anno prima aveva divorziato dalla moglie e nel 1945 si era risposato con Mary Alice Beistle.

Nel 1947 Rothko aveva terminato anche l’esperienza “surrealista” per darsi a composizioni non oggettive. Risale all’inizio degli anni Cinquanta l’elaborazione dei Color field paintings, opere cui Rothko giunse dipingendo due o tre rettangoli luminosi dai bordi morbidi e sfumati, sospesi come se fluttuassero. Sull’elaborazione della nuova poetica ebbe un impatto determinante la conoscenza dell’arte astratta di Clyfford Still, uno dei primi espressionisti astratti. Nel 1948 fondò a New York la Subjects of the Artist School assieme a Robert Motherwell, William Baziotes, Barnett Newman e David Hare: qui, Rothko insegnava e partecipava alle pubblicazioni. La sua arte nel frattempo aveva cominciato a conoscere fama internazionale, tanto che nel 1950 decise d’intraprendere un viaggio in Europa (la cosa che lo impressionò di più furono gli affreschi del Beato Angelico in San Marco a Firenze, per via della loro carica spirituale che Rothko sentiva molto vicina alla propria sensibilità), mentre sue mostre cominciavano a tenersi in Europa e in Asia. Il 30 dicembre del 1950 nacque la figlia Kathy Lynn. Nel 1954 espose all’Art Institute di Chicago e nel 1958 ottenne la prima commissione importante, per una serie di dipinti per il ristorante Four Seasons, che sarebbe divenuta una delle sue opere più importanti (i Seagram Murals, così noti perché la sede del ristorante era nel Seagram Building). Nel 1958 viaggò nuovamente in Europa e nel 1961 attese al murale per l’Holyoke Center dell’Università di Harvard, dopodiché dal 1964 al 1967 lavorò alla cappella di Houston realizzando quattordici tele che costituiscono il suo capolavoro più famoso (leggi qui un approfondimento sulla cappella di Rothko a Houston). Nel 1963, intanto, era nato il secondo figlio, Christopher. Nel 1970, con l’aggravarsi della sua depressione, l’artista si tolse la vita: fu trovato morto il 25 febbraio del 1970 dall’assistente Oliver Steindecker, con un vistoso taglio sull’arteria del braccio destro, e stroncato da un’overdose di barbiturici. Non lasciò nessun biglietto di addio.

Mark Rothko, Underground Fantasy (1940; olio su tela, 87,3 x 118,2 cm; Washington, National Gallery of Art)
Mark Rothko, Underground Fantasy (1940; olio su tela, 87,3 x 118,2 cm; Washington, National Gallery of Art)
Mark Rothko, Sea fantasy (1946; olio su tela, 111,8 x 91,8 cm; Washington, National Gallery of Art)
Mark Rothko, Sea fantasy (1946; olio su tela, 111,8 x 91,8 cm; Washington, National Gallery of Art)
Mark Rothko, Sacrificio (aprile 1946; acquerello, guazzo e inchiostro di china su carta, 100,2 x 65,8 cm; Venezia, Collezione Peggy Guggenheim)
Mark Rothko, Sacrificio (aprile 1946; acquerello, guazzo e inchiostro di china su carta, 100,2 x 65,8 cm; Venezia, Collezione Peggy Guggenheim)
Mark Rothko, Senza titolo (1948; olio su tela, 152,7 x 126,7 cm; Basilea, Fondation Beyeler)
Mark Rothko, Senza titolo (1948; olio su tela, 152,7 x 126,7 cm; Basilea, Fondation Beyeler)
Mark Rothko, No. 8 (1949; olio e tecnica mista su tela, 228,3 x 167,3 cm; Washington, National Gallery of Art)
Mark Rothko, No. 8 (1949; olio e tecnica mista su tela, 228,3 x 167,3 cm; Washington, National Gallery of Art)

Lo stile di Mark Rothko

Nella carriera di Mark Rothko si distinguono tre fasi ben delineate: una che va fino al 1940, una seconda che va dal 1940 al 1949, e una terza che va dal 1949 in poi. Nella prima fase l’artista praticava una pittura figurativa che prendeva spunto sia dall’impressionismo sia dall’espressionismo: nei primi anni Rothko si dedicò soprattutto a scene di vita urbana, esagerando la tensione e l’inquietudine delle scene, come si vede in Underground Fantasy del 1940, una scena ambientata in una metropolitana dove i personaggi sono inquietanti figure filiformi, dall’aria persa, che si aggirano vicino a colonne simili a loro. Con queste opere, Rothko voleva probabilmente esprimere sulla tela le preoccupazioni degli Stati Uniti dell’epoca della Grande Depressione. Negli anni Quaranta la sua pittura cambiò accogliendo elementi tratti dall’avanguardia surrealista e interessandosi al mito. Il cambio di rotta fu messo nero su bianco nel Manifesto pubblicato nel 1943 sul New York Times: i dipinti di questo periodo fanno riferimento a episodi famosi della mitologia e della letteratura antica (per esempio il Sacrificio di Ifigenia del 1942 o ancora il Sacrificio del 1946 conservato alla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia), ma sono comunque composizioni già fortemente orientate verso l’astrattismo. L’intenzione di Rothko, infatti, non era quella di fornire una rappresentazione dell’episodio, ma semmai quella di suggerirne l’atmosfera. Le figure, eseguite con forme quasi pure, colorate con campiture distese e sfumate, così come la divisione in bande orizzontali e lo sfondo di un solo colore, anticipano i Color field paintings dell’ultima fase della sua carriera. In questa fase è soprattutto Joan Miró il principale punto di riferimento di Rothko, come si evince facilmente da Sea Fantasy del 1946.

L’elaborazione dei Color field paintings, realizzati con campiture rettangolari disposte sopra fondi monocromi e con i bordi sfumati ed evanescenti, risale alla fine degli anni Quaranta. Comincia così la cosiddetta “fase classica”, dal momento che si tratta della maniera più nota di Rothko e quella più apprezzata dal pubblico. L’artista smise di dare titoli convenzionali alle sue opere e spesso opponeva anche resistenza a chi chiedeva spiegazioni, poiché temeva che le parole danneggiassero l’immaginazione del pubblico. A partire dal 1950 i Color field paintings si assestano: da un minimo di due a un massimo di quattro rettangoli su fondo monocromo. Da questo momento in avanti, Rothko avrebbe lavorato esclusivamente in questo modo, variando soltanto la scelta e gli accostamenti dei colori. Benché l’artista difficilmente spiegasse le sue opere, la loro ragione va ricercata nel potenziale simbolico, metafisico e intimo di queste composizioni. Per Rothko era infatti importante far giungere lo spettatore a uno stato di intima contemplazione. E per fare tutto ciò, l’artista riteneva che fosse imprescindibile il grande formato. “Dipingo grandi quadri”, ebbe a dire, “perché voglio creare uno stato di intimità. Un quadro grande è un atto immediato: ti prende dentro di sé”. L’idea del pittore era dunque quella di coinvolgere emotivamente l’osservatore, e se qualcuno arrivava fino al punto di piangere davanti a uno dei suoi quadri, allora l’artista aveva colto il segno, poiché il pubblico in quel modo provava la stessa esperienza che lui aveva provato a dipingere le opere.

E proprio per questa ragione, Rothko decise di non consegnare i dipinti che gli erano stati commissionati per il Four Seasons: riteneva infatti che un luogo simile non fosse adatto per vedere le sue opere. Oggi, i dipinti del ciclo si trovano in diversi musei sparsi in tutto il mondo. All’artista piaceva l’idea di trovare un’ambientazione permanente per le opere, in modo che potessero essere mostrate in un unico ambiente, tutte assieme, per far immergere il pubblico nella sua arte. Mentre lavorava ai murales, Rothko si concentrò sempre più su una tavolozza incupita (che diventerà poi caratteristica degli ultimi dieci anni della sua carriera), fatta di rossi, marroni e neri. Il sogno non si sarebbe realizzato al Four Seasons, bensì alla cappella di Houston (oggi Rothko Chapel: un tempo era un edificio di culto cattolico, oggi è aconfessionale), dove, dietro incarico dei collezionisti John e Dominique de Menil, dipinse opere con l’obiettivo di riempire lo spazio, con la specifica richiesta che fossero site-specific. Nella cappella ci sono quattordici dipinti: su tre pareti ci sono tre trittici, mentre le rimanenti cinque espongono dipinti singoli. Sono opere con le tonalità scure tipiche dell’ultima fase della carriera di Rothko, molto sottili, realizzati col fine di creare una precisa continuità tra opera e ambiente e per accrescere la spiritualità della cappella. Opere che, in sostanza, ben si prestano alla meditazione e alla contemplazione, summa dell’esperienza dell’artista statunitense.

Mark Rothko, Senza titolo, Lavanda e verde (1952; olio su tela, 171,7 x 113 cm; Collezione privata)
Mark Rothko, Senza titolo, Lavanda e verde (1952; olio su tela, 171,7 x 113 cm; Collezione privata)
Mark Rothko, Red on Maroon (1959; olio, acrilico e tempera su tela, 266,7 x 233,8 cm; Londra, Tate)
Mark Rothko, Red on Maroon (1959; olio, acrilico e tempera su tela, 266,7 x 233,8 cm; Londra, Tate)
Mark Rothko, Senza titolo (Rosso-marrone, nero, verde, rosso) (1962; olio su tela, 206 x 193,5 cm; Basilea, Fondation Beyeler)
Mark Rothko, Senza titolo (Rosso-marrone, nero, verde, rosso) (1962; olio su tela, 206 x 193,5 cm; Basilea, Fondation Beyeler)
Mark Rothko, Senza titolo (1968; acrilico su carta montata su tela, 83,8 x 65,4 cm; Venezia, Collezione Peggy Guggenheim)
Mark Rothko, Senza titolo (1968; acrilico su carta montata su tela, 83,8 x 65,4 cm; Venezia, Collezione Peggy Guggenheim)
La Rothko Chapel a Houston
La Rothko Chapel a Houston

Dove vedere le opere di Mark Rothko

Le opere di Mark Rothko sono conservate in musei di tutto il mondo, anche se i principali capolavori si trovano negli Stati Uniti. Nuclei significativi di opere dell’artista americano si trovano alla National Gallery of Art di Washington, al MoMA di New York, al Metropolitan Museum of Art, al Guggenheim, al MOCA di Los Angeles, al Museum of Fine Arts di Houston, al Whitney Museum of American Art di New York, al Portland Art Museum, al San Francisco Museum of Modern Art. La Rothko Chapel di Houston è visitabile e, come detto sopra, ospita quattordici dipinti site-specific dell’artista rappresentando dunque un modo unico per conoscerlo. Fuori dagli Stati Uniti, si trovano opere di Rothko alla Tate di Londra, al Guggenheim di Bilbao, al Centre Pompidou di Parigi, alla Fondation Beyeler di Basilea (il museo svizzero ha uno dei più significativi nuclei di Rothko fuori dall’America e nel 2020 ha organizzato una significativa mostra sull’artista), nonché al Rothko Center di Daugavpils in Lettonia, la sua città natale, che ha fondato un istituto a lui intitolato dove, oltre a una collezione permanente che espone alcuni suoi lavori, si tengono regolarmente mostre e incontri.

Nonostante Mark Rothko amasse l’Italia, nel nostro paese non ci sono musei che espongono opere di Rothko, eccezion fatta per la Collezione Peggy Guggenheim di Venezia dove si possono trovare due opere: il Sacrificio del 1946 e Senza titolo (Rosso) del 1968.

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