Keith Haring, vita e opere del grande street artist americano


Keith Haring, street artist americano, è stato uno degli artisti più importanti del panorama artistico della seconda metà del Novecento. La sua vita e le sue opere.

Keith Haring (Reading, 1958 – New York, 1990) è uno degli artisti più noti del XX secolo grazie al suo stile che risulta immediatamente riconoscibile anche ai non addetti ai lavori. Tramite la sua arte, lo statunitense Keith Haring, tra i maggiori street artist di sempre, si è fatto portatore dei temi sociali e politici più in voga dell’epoca, come la difesa dei diritti civili e la lotta contro le discriminazioni nei confronti delle minoranze, contro il razzismo e l’omofobia. Inoltre, si è mosso come capofila per la campagna di sensibilizzazione contro l’assunzione di crack e si è espresso più volte favorevolmente riguardo all’introduzione dell’educazione sessuale nelle scuole, al fine di evitare la diffusione di malattie sessualmente trasmissibili.

Tuttavia, nonostante Haring desse molta importanza ai significati delle sue opere, ha sempre preferito non fornirne una spiegazione, lasciandole inoltre quasi tutte senza nome. Infatti, l’artista sosteneva che esplicitare una definizione limitasse i lavori artistici unicamente all’interpretazione dell’autore, relegando in tal modo il pubblico a un ruolo prettamente passivo. Invece, Keith Haring voleva che lo spettatore avesse un ruolo attivo nell’elaborazione dell’opera, al pari dell’artista stesso, perché credeva che anche il pubblico dovesse partecipare al processo creativo sviluppando la propria interpretazione dell’opera.

Keith Haring
Keith Haring

La vita di Keith Haring

Keith Haring nacque a Reading, in Pennsylvania, dal matrimonio tra Joan Gruen e Allen Haring, un ingegnere che nel tempo libero amava dedicarsi alla creazione di fumetti assieme al figlio. In questo modo, il giovane Keith si approcciò per la prima volta al disegno realizzando delle raffigurazioni di personaggi animati. L’infanzia di Haring fu caratterizzata da un’educazione religiosa, dato che fu un membro di un’associazione giovanile cristiana. Negli anni a venire, questi contatti stretti con la sfera spirituale ebbero un’influenza importante anche sulla sua arte.

Nel 1976 Keith Haring si iscrisse all’Istituto d’arte di Pittsburgh, dove studiò arte commerciale; tuttavia, il giovane perse interesse dopo poco tempo per la materia e trovò un lavoro presso il Centro per le Arti di Pittsburgh. In questi anni Haring conobbe i capolavori di numerosi artisti contemporanei che avrebbero avuto grande rilevanza per lo sviluppo del suo stile: tra i più importanti vi furono Jean Dubuffet (Le Havre, 1901 – Parigi, 1985), uno degli esponenti del movimento artistico dell’Art Brut, e Jackson Pollock (Cody, 1912 – Long Island, 11 agosto 1956), capofila dell’espressionismo astratto e inventore della tecnica del dripping. Ma gli autori che segnarono maggiormente la sua arte furono: Pierre Alechinsky (Schaerbeek, 1927) e Christo Javašev (Gabrovo, 1935 – New York, 2020). Il primo lo indirizzò verso la realizzazione di opere su larga scala in cui poter unire la scrittura alle immagini, mentre il secondo lo fece riflettere sull’importanza del coinvolgimento del pubblico.

Nel 1978 Keith Haring si trasferì a New York, dove iniziò gli studi presso la Scuola di Arti Visive. Nella metropoli il giovane artista entrò in contatto con una comunità artistica attiva anche al di fuori delle gallerie e dei musei. Ciò che affascinò maggiormente il giovane Haring furono la vita notturna dei club e i numerosi street artist presenti in città. Tramite la frequentazione di questi ambienti Keith conobbe due giovani artisti: Kenny Scharf (Los Angeles, 1958) e Jean-Michel Basquiat (New York, 1960 – New York, 1988). Quest’ultimo lo presentò anche ad Andy Warhol (Pittsburgh, 1928 – New York, 1987), all’epoca uno degli artisti più famosi di tutta America. Keith rimase profondamente colpito dal florido ambiente della città newyorkese e dalla street art allora emergente. Completamente stravolto dall’ambiente newyorkese, Haring decise definitivamente di abbandonare la Scuola di arti visive, avviando una ricerca artistica innovativa e strettamente legata al graffitismo. Fu proprio in questo periodo che si svilupparono alcuni dei concetti alla base del suo stile: l’importanza del movimento nelle composizioni e la necessità di un’arte fruibile da un maggior numero di persone possibile.

Keith Haring riuscì a farsi un nome a New York grazie alla realizzazione di numerosi graffiti in gesso sui pannelli pubblicitari inutilizzati della metropolitana. L’aspirante writer considerava queste tavole nere i propri taccuini, su cui poter sperimentare le proprie idee. Inoltre, vi vedeva un medium perfetto tra artista e spettatore, dal momento che queste opere venivano viste quotidianamente dalle tantissime persone che prendevano la metro. Su questi pannelli nacquero le figure più celebri dell’immaginario artistico di Keith Haring, come il bambino raggiante. Questa figura consisteva nell’immagine di un bambino a gattoni, circondato da dei trattini simbolo di energia vitale.

Gli anni Ottanta furono il punto di svolta nella carriera di Keith Haring, che fu riconosciuto come uno degli artisti più importanti del panorama americano e non solo. Nel 1981 fu allestita la sua prima mostra personale a New York, al Westbeth Paintes Space. Soltanto un anno dopo il pittore tenne una personale nella galleria di Tony Shafrazi nel celebre quartiere di Soho. In questo periodo Soho era diventato uno dei centri propulsori dell’arte contemporanea e la possibilità di esporre le proprie opere in una galleria di questo quartiere garantiva una grande visibilità.

Negli anni a seguire Keith prese parte a numerose mostre internazionali, per esempio a Documenta 7 a Kassel, e alla biennale del Whitney Museum. Contemporaneamente alla realizzazione di numerose opere d’arte, Haring si dedicò ad alcune collaborazioni nel mondo del marketing. Tra le più celebri vi sono la campagna pubblicitaria per la Absolut Vodka e lo sviluppo di un quadrante per l’azienda di orologi Swatch.

Come detto, Keith Haring non si limitò unicamente a una ricerca artistica fine a sé stessa, ma mise la sua arte al servizio di numerose lotte politiche e sociali. Ad esempio, nel 1985 Haring ideò alcune immagini per la campagna politica della liberazione del Sud Africa e nel 1986 partecipò alla realizzazione di un poster per la grande marcia per il disarmo nucleare globale. Inoltre, sempre nello stesso anno l’artista si diresse a Berlino per eseguire un murale per il museo Checkpoint Charlie (leggi qui un approfondimento sull’opera dell’artista a Berlino) e venne aperto il Pop shop, un negozio in cui venivano venduti prodotti di vario genere, di cui Haring curava il design.

Se da una parte gli anni Ottanta furono il punto di svolta nella carriera artistica di Keith Haring, dall’altra furono il decennio dell’esplosione del virus HIV, portatore della malattia AIDS. Questa fu riconosciuta ufficialmente per la prima volta nel 1981 e in un primo momento si associò la sua diffusione limitatamente alla comunità omosessuale e ad altre minoranze. Dal momento che Keith Haring perse numerosi amici a causa della malattia e anche lui la contrasse nel 1988, si schierò in prima linea per un programma di sensibilizzazione. L’artista fondò la Keith Haring foundation, un’organizzazione no-profit impegnata in campagne di educazione sessuale, nella divulgazione di metodi di prevenzione contro le malattie veneree e a favore dei bambini. Infine, Haring passò gli ultimi anni della sua vita realizzando opere pubbliche per beneficenza e campagne di sensibilizzazione (la sua ultima opera, il murale Tuttomondo, si trova in Italia, per la precisione a Pisa), fino a quando non cadde vittima egli stesso della malattia nel 1990.

Keith Haring, Senza titolo (1982; gesso su carta, 223,52 x 114,3 cm; New York, The Keith Haring Foundation)
Keith Haring, Senza titolo (1982; gesso su carta, 223,52 x 114,3 cm; New York, The Keith Haring Foundation)
Keith Haring, Senza titolo (1984; acrilico su tela, 305 x 366 cm; New York, The Keith Haring Foundation)
Keith Haring, Senza titolo (1984; acrilico su tela, 305 x 366 cm; New York, The Keith Haring Foundation)
Keith Haring, Absolut vodka (1986; litografia stampata a colori, 54 x 38 cm; Amsterdam, Moco Museum)
Keith Haring, Absolut vodka (1986; litografia stampata a colori, 54 x 38 cm; Amsterdam, Moco Museum)
Keith Haring, Murale di Berlino (1986; pittura su muro, 300 x 4,2 m; distrutta)
Keith Haring, Murale di Berlino (1986; pittura su muro, 300 x 4,2 m; distrutta)

I capolavori e lo stile di Keith Haring

Le prime opere realizzate da Keith Haring furono influenzate dalle correnti artistiche più in voga dell’epoca, in particolare dall’espressionismo astratto, dall’Art brut e anche dalla Land art. I suoi primi lavori si caratterizzavano per delle piccole forme astratte, interconnesse tra loro tramite i colori e le linee nere. Lo stile di Haring iniziò a maturare una volta trasferitosi a New York nel 1978, grazie all’iscrizione alla Scuola di Arti Visive e all’incontro con la stimolante comunità artistica della città. A scuola Keith conobbe numerosi professori che lo incoraggiarono a ricercare un proprio linguaggio artistico che lo contraddistinguesse. Così, Haring passò diversi mesi elaborando dei soggetti che esponeva nei corridoi della scuola, chiedendo ai suoi colleghi e ai professori quali preferissero. Allo stesso tempo, il giovane conobbe diverse persone legate al mondo dell’arte non istituzionale, tramite la frequentazione dei club. In particolare, Keith fu colpito dalle opere dei writer che tappezzavano New York, poiché erano in grado di raggiungere un maggior numero di persone. Il risultato di questa ricerca artistica furono i disegni in gesso, Senza titolo, sui cartelloni neri pubblicitari della metropolitana di New York.

Nel 1985 al Museo di Arte Contemporanea di Bordeaux Keith Haring realizzò le tavole I Dieci comandamenti (1985), frutto del particolare rapporto tra l’artista e la religione. Se da una parte Keith maturò una generale diffidenza nei confronti delle religioni organizzate, dall’altra mostrò un grande interesse per la simbologia e la mitologia cristiana, dalle quali prese spunto per la creazione di alcune delle sue figure più iconiche.

A Bordeaux la scelta del tema gli fu suggerita dall’ambiente da esposizione, ovvero un vecchio magazzino a pianta basilicale con cinque arcate laterali da una parte e dall’altra. Per rappresentare i comandamenti, Haring decise di raffigurare i peccati stessi. Nel farlo, l’artista si ispirò alle antiche pale medievali, utilizzando pochi colori, ma simbolici. Haring usò il giallo per lo sfondo, allo scopo di richiamare il fondo in foglia d’oro delle icone russe, il rosso per rappresentare il peccato stesso, il blu per i peccatori e infine gli altri colori per i dettagli. Con i dieci comandamenti, Keith cercò di mettere in discussione le coscienze delle persone, portandole a interrogarsi su come fosse cambiata la religione nel corso di millenni. Sebbene, a prima impatto lo spettatore potesse pensare a una rappresentazione pornografica, in realtà l’elemento erotico era funzionale unicamente per fornire una rappresentazione distorta della religione.

L’anno successivo fu probabilmente uno dei più prolifici nella breve ma intensa carriera di Keith Haring. Infatti, nel 1986 l’artista realizzò diverse opere, tra cui il celebre murale Crack is wack (1986), collocato nel quartiere di Harlem a New York. Il murale nacque in risposta alla diffusione del crack, uno stupefacente altamente dannoso, diffusosi negli anni Ottanta in America. L’allora presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan, attuò una politica molto severa verso gli spacciatori e i tossicodipendenti. Haring fu toccato personalmente da questa vicenda, dal momento che uno dei suoi collaboratori, Benny, iniziò ad abusare di crack. Dopo che Keith cercò di aiutarlo, seppur senza successo, si rese conto che le misure prese da Reagan erano del tutto inutili per aiutare i tossicodipendenti. Così, data l’inefficienza del governo e la triste vicenda personale, Haring decise di realizzare il murale per sensibilizzare la popolazione. L’artista realizzò l’opera in un solo giorno, con uno stile che richiamava i cartoni animati Disney e le opere della corrente artistica della pop art, a cui fu spesso associato. Tuttavia, il murale dovette affrontare un percorso tortuoso, dato che una volta terminato, Haring venne fermato dalla polizia con l’accusa di aver imbrattato il muro, rischiando il carcere e una multa salata. Keith riuscì a evitare il carcere e a pagare una multa inferiore grazie all’importante appoggio dei media, che videro nell’opera dell’artista un importante presa di posizione nella battaglia al crack.

Nello stesso anno Haring aprì il primo Pop Shop, nel quartiere di Soho, dove venivano venduti oggetti di tutti i tipi, caratterizzati da dei motivi ideati da lui stesso. Keith fu aspramente criticato per questo progetto, dato che molti videro nel negozio un metodo per arricchirsi. Haring rispose alle accuse dicendo: “Io potrei guadagnare più soldi semplicemente vendendo poche opere e gonfiando il prezzo. Il mio negozio è un’estensione di cosa stavo facendo nelle stazioni della metropolitana, abbattendo le barriere tra arte alta e bassa”. In effetti, ripercorrendo il percorso dell’artista è possibile comprendere come il Pop Shop fosse il compimento della sua visione di un’arte democratica.

Nel 1989 Keith Haring realizzò la sua ultima opera pubblica a Pisa: Tuttomondo (1989). Il murale (leggi qui un approfondimento sull’opera) nacque da un fortuito incontro tra l’artista e un giovane toscano in visita a New York. Haring venne ospitato a Pisa per una settimana e passò i primi giorni ad analizzare il contesto urbano, per poter creare un’opera che durasse nel tempo e che fosse ben inserita nella città. La realizzazione del murale si trasformò in una sorta di happening, poiché Keith coinvolse la cittadinanza, invitando alcuni ragazzi a dipingere con lui e ravvivando le serate con la musica tipica dei club newyorkesi. Nonostante Haring non fosse solito esplicitare il significato delle proprie opere, questo murale fu un’eccezione, perché spiegò in un’intervista che il murale doveva rappresentare la pace nel mondo e la comunione tra l’uomo e la natura. Inoltre, dichiarò che se il murale avesse dovuto avere un nome, questo sarebbe stato Tuttomondo.

La carriera di Keith Haring fu stroncata precocemente a 31 anni, tuttavia la sua fu una vita ricca di successi e caratterizzata da un costante impegno sociale e politico, volto a dare voce anche ai più deboli e agli emarginati.

Keith Haring, I dieci comandamenti (1985; acrilico e olio su tela)
Keith Haring, I dieci comandamenti (1985; acrilico e olio su tela)
Keith Haring, Crack is wack (1986; pittura su muro, New York, 128th Street and 2nd Avenue)
Keith Haring, Crack is wack (1986; pittura su muro; New York, 128th Street and 2nd Avenue)
Pop Shop
Pop Shop
Keith Haring, Tuttomondo (1989; pittura su muro, 1000 x 1800 cm; Pisa, Piazza Sant’Antonio)
Keith Haring, Tuttomondo (1989; pittura su muro, 1000 x 1800 cm; Pisa, Piazza Sant’Antonio)

Dove vedere le opere di Keith Haring

Le opere di Keith Haring sono sparse in tutto il mondo, sia all’interno delle gallerie che sulle pareti di numerose città. La maggior parte delle opere di Keith Haring sono conservate negli Stati Uniti: il Museum of Modern Art e il Whitney Museum of American Art, entrambi a New York, ospitano diverse opere dell’artista, così come il Los Angeles County Museum of Art e l’Art Institute of Chicago. Anche i musei europei conservano diverse opere di Keith Haring, per esempio lo Stedelijk Museum ad Amsterdam, il Centre Georges Pompidou di Parigi e il Palazzo Grassi di Venezia.

Tuttavia, nel caso di Haring non è necessario recarsi nelle gallerie per ammirare i suoi capolavori, perché numerosi murales sono sparsi in tutto il mondo: a New York è presente il murale sopracitato Crack is wack, mentre a Philadelphia è collocato il murale We the Youth (1987). Invece, in Italia l’unica opera pubblica dell’artista è Tuttomondo a Pisa.

Per quanto concerne le fondazioni private, la Keith Haring Foundation detiene il maggior numero di opere dell’artista, mentre la Nakamura Keith Haring Collection è la seconda collezione per numero di capolavori. Diverse opere di quest’ultima collezione hanno raggiunto il pubblico italiano alla Fondazione Palazzo Blu di Pisa in occasione di una mostra temporanea dal 12 novembre 2021 fino al 17 aprile 2022.


Finestre sull'arte
Se questo articolo ti è piaciuto o lo hai ritenuto interessante,
iscriviti alla nostra newsletter gratuita!
Niente spam, una sola uscita la domenica, più eventuali extra, per aggiornarti su tutte le nostre novità!

La tua lettura settimanale su tutto il mondo dell'arte

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER