Il Manierismo in Italia: origini e sviluppo da Roma a Milano


Dagli allievi di Raffaello ad Arcimboldo: il Manierismo in Italia fuori Firenze, origini, sviluppo, i maggiori artisti.

Tra gli anni Dieci e gli anni Cinquanta del Cinquecento, si era formata a Roma, attorno alla figura di Raffaello Sanzio, una fiorente cerchia di artisti che si sviluppò quando, dopo il 1520, anno della scomparsa dell’artista urbinate, ne ereditò le commissioni e ne sviluppò il linguaggio. Questo avvenne soprattutto negli anni del pontificato di Clemente VII, al secolo Giulio de’ Medici. Questa felice stagione del Manierismo si interruppe però bruscamente nel 1527, anno del sacco di Roma. Questo evento causò la dispersione degli artisti che lavoravano a Roma al tempo (tra questi vi era anche il Rosso Fiorentino, che fu anche imprigionato per qualche tempo, ma che poco dopo riuscì a rifugiarsi a Perugia), che si trasferirono in varie località sparse su tutto il territorio della penisola, diffondendo quindi le novità manieriste e il linguaggio raffaellesco.

I primi manieristi: Giulio Romano e i seguaci di Raffaello

Tra gli artisti che lasciarono la capitale dello Stato Pontificio (anche se, in questo caso, nel 1524) ci fu Giulio Pippi meglio noto come Giulio Romano (Roma, 1499 ca. - Mantova, 1546), che approdò a Mantova, città dove entrò al servizio dei Gonzaga e da dove non si sarebbe più mosso per il resto della carriera. Giulio Romano fu probabilmente il miglior allievo di Raffaello, e nella prima parte della sua carriera (quando cioè era ancora a Roma) dimostrò una strettissima vicinanza ai modi del grande pittore di Urbino, ma riuscì a elaborare ben presto un linguaggio differente e molto originale.

Giulio Romano infatti rivisitò il classicismo raffaellesco rompendo però ogni equilibrio, dando luogo a realizzazioni ora caratterizzate da linee molto sciolte e movimentate, ora a opere cariche di drammaticità e di pathos che sfioravano quasi il grottesco (un esempio è la famosa Camera dei Giganti di Palazzo Te a Mantova, edificio del quale Giulio Romano, che fu anche architetto, curò la progettazione, oltre alla decorazione ad affresdo di diverse sale). A Mantova, Giulio Romano collaborò con Francesco Primaticcio (Bologna, 1504 – Parigi, 1570). Primaticcio in seguito seppe elaborare un classicismo ora elegante, ora movimentato, caratterizzato da forme vigorose (Sacra Famiglia con san Giovannino, 1541 circa, San Pietroburgo, Hermitage) dettate soprattutto dal contatto con il Rosso Fiorentino che conobbe a partire dal 1531, quando entrambi gli artisti lavorarono assieme a Fontainebleau (e il Rosso e Primaticcio furono infatti i due artisti che meglio e più di tutti contribuirono alla formazione di uno stile manierista in Francia).

Giulio Romano, Camera dei Giganti (1526-1534; affreschi; Mantova, Palazzo Te)
Giulio Romano, Camera dei Giganti (1526-1534; affreschi; Mantova, Palazzo Te)
Francesco Primaticcio, Sacra Famiglia con santa Elisabetta e san Giovannino (1541-1543; olio su ardesia, 43,5 x 31 cm; San Pietroburgo, Hermitage)
Francesco Primaticcio, Sacra Famiglia con santa Elisabetta e san Giovannino (1541-1543; olio su ardesia, 43,5 x 31 cm; San Pietroburgo, Hermitage)
Parmigianino, Storie di Diana e Atteone (1523-1524; affreschi; Fontanellato, Rocca Sanvitale)
Parmigianino, Storie di Diana e Atteone (1523-1524; affreschi; Fontanellato, Rocca Sanvitale)
Parmigianino, Madonna dal collo lungo (1534-1540; olio su tavola, 216 x 132 cm; Firenze, Gallerie degli Uffizi)
Parmigianino, Madonna dal collo lungo (1534-1540; olio su tavola, 216 x 132 cm; Firenze, Gallerie degli Uffizi)
Parmigianino, Madonna di San Zaccaria (1530 circa; olio su tavola, 75,5 x 60 cm; Firenze, Gallerie degli Uffizi)
Parmigianino, Madonna di San Zaccaria (1530 circa; olio su tavola, 75,5 x 60 cm; Firenze, Gallerie degli Uffizi)

Sviluppi del manierismo oltre Roma

Tra gli artisti presenti a Roma nel 1527 ci fu, anche se non era allievo di Raffaello, Francesco Mazzola detto il Parmigianino (Parma, 1503 - Casalmaggiore, 1540), uno dei pittori più promettenti del suo tempo (nel 1527 lasciò Roma per trasferirsi a Bologna): originario di Parma e fortemente ispirato, per questo motivo, nelle sue prime opere dall’arte del Correggio. Parmigianino arrivò a Roma poco più che ventenne, ma era già un pittore affermato, con all’attivo anche affreschi di stampo illusionistico che si rifacevano all’arte del Correggio (Storie di Diana e Atteone, 1524 circa, Fontanellato, Rocca).

Il Parmigianino fu un artista tanto elegante quanto fortemente eccentrico. L’eccentricità fu una costante che caratterizzò pressoché tutta la sua carriera (le sue pitture infatti sono ricche di simbolismi e invenzioni originali e stravaganti, in linea con lo spirito manierista più bizzarro che condivise con altri grandi artisti del tempo), tanto da condizionarla fino alla fine: Giorgio Vasari dice che il pittore di Parma si era appassionato di alchimia e per questa sua passione arrivò a trascurare l’arte e anche se stesso, tanto che scomparve prematuramente all’età di trentasette anni (pare tuttavia da escludere che la sua passione per l’alchimia avesse influito così pesantemente sulla sua condotta). Il Parmigianino elaborò uno stile tutto personale che rifiutava ogni tipo di convenzione: il pittore arrivò a rifiutare le proporzioni naturali delle figure (Madonna dal collo lungo, 1534-1540, Firenze, Uffizi) e a elaborare una spazialità che si allontanava dai canoni tradizionali, il tutto spesso con pennellate tese e veloci che aumentano il senso di straniamento che abbiamo quando osserviamo le sue opere (Pala di San Zaccaria, 1530 circa, Firenze, Uffizi). È probabile che alla base di questo modo di dipingere ci sia stata, sicuramente, una personalità tormentata che portò l’artista, sul finire della sua esistenza, a coprirsi di debiti e ad ritrarsi con un volto sofferente e con un’età apparente di gran lunga maggiore rispetto a quella reale.

Uno dei pochi artisti a lasciare Roma per recarsi al sud, fu Polidoro Caldara detto Polidoro da Caravaggio (Caravaggio, 1500 circa - Messina, 1543) che, attivo a Napoli e in Sicilia, diede la sua personale interpretazione del classicismo raffaellesco che seppe combinare ad atmosfere nordiche derivanti dalla lettura delle opere fiamminghe presenti nel meridione d’Italia, e a una certa carica patetica ed emotiva (Andata al Calvario, 1533 circa, Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte).

Polidoro da Caravaggio, Andata al Calvario (1533 circa; olio su tavola, 310 x 247 cm; Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte)
Polidoro da Caravaggio, Andata al Calvario (1533 circa; olio su tavola, 310 x 247 cm; Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte)
Perin del Vaga, Lotta dei Giganti (1531-1533; affresco; Genova, Villa del Principe)
Perin del Vaga, Lotta dei Giganti (1531-1533; affresco; Genova, Villa del Principe)
Luca Cambiaso, Madonna della candela (1570-1575; olio su tela, 104 x 109 cm; Genova, Musei di Strada Nuova, Palazzo Bianco, inv. PB 1958)
Luca Cambiaso, Madonna della candela (1570-1575; olio su tela, 104 x 109 cm; Genova, Musei di Strada Nuova, Palazzo Bianco, inv. PB 1958)
Giuseppe Arcimboldi, L’Estate (1555-1560 circa; olio su tela, 68,1 x 56,5 cm; Monaco di Baviera, Bayerische Staatsgemäldesammlungen)
Giuseppe Arcimboldi, L’Estate (1555-1560 circa; olio su tela, 68,1 x 56,5 cm; Monaco di Baviera, Bayerische Staatsgemäldesammlungen)

Il Manierismo a Genova

Anche Piero Bonaccorsi detto Perin del Vaga (Firenze, 1501 - Roma, 1547) nel 1527 lasciò Roma per trasferirsi a Genova, dove diventò uno dei più importanti attori della vita artistica locale. Entrato al servizio di Andrea Doria, Perin del Vaga rivisitò il suo stile fatto di grande fantasia e classicismo in senso più drammatico, così come in quegli stessi anni stava facendo Giulio Romano a Mantova (pur probabilmente senza entrare in contatto con il pittore di Roma). Anche se Perin del Vaga non utilizzò certe soluzioni illusionistiche di cui invece fece uso Giulio Romano a Palazzo Te, aveva però dalla sua un eccezionale virtuosismo evidente in molte sue realizzazioni (come nella Lotta dei Giganti, 1531-1533, Genova, Villa del Principe), che rende la sua arte pienamente aderente allo spirito manierista.

A Genova operò anche uno dei più importanti artisti del tempo, sebbene appartenente a una generazione successiva: Luca Cambiaso (Moneglia, 1527 - Madrid 1585), artista che nelle fasi iniziali della sua carriera si formò copiando le opere, tra gli altri, proprio di Perin del Vaga, che fu anche un eccellente disegnatore. Luca Cambiaso si dimostrò aperto a un’ampia varietà di suggestioni: attraverso il contatto con i pittori manieristi conobbe infatti l’opera di Michelangelo e di Raffaello, ma allargò il suo campo di interesse anche alla grande pittura del nord Italia, da Correggio (dal quale riprese la grande delicatezza che è una delle caratteristiche più evidenti della poetica cambiasesca) passando per i pittori veneti, come Tiziano e Tintoretto, che lo aiutarono a meditare sul colore e sulla luce.

Fu proprio la luce a porsi tra le caratteristiche più innovative e originali di Luca Cambiaso, che resero l’artista ligure un anticipatore di Caravaggio e una fonte di ispirazione per artisti seicenteschi come Georges de la Tour e Mattia Preti. Luca Cambiaso infatti ha lasciato diversi notturni in cui la luce, grande protagonista della sua arte, innaturale e spesso dai tratti quasi metafisici, illumina e rischiara gli ambienti evidenziando i volti dei personaggi o i particolari su cui si sofferma l’attenzione del pittore, creando atmosfere decisamente intime e suggestive (Madonna della candela, 1570-1575 circa, Genova, Palazzo Bianco: leggi qui un approfondimento sull’opera).

Manierismo in altri centri

L’estro bizzarro e la reazione agli schemi convenzionali, caratteristiche tipiche del Manierismo, furono invece portati agli estremi da un artista coetaneo di Luca Cambiaso (ma la cui arte non aveva niente a che vedere con quella di quest’ultimo), Giuseppe Arcimboldi (Milano, 1527 - 1593), uno degli autori più fantasiosi di tutta la storia dell’arte. Il suo estro creativo lo portò a realizzare bizzarri e clamorosi ritratti in cui i volti erano in realtà composti da oggetti, ortaggi, frutta, elementi tratti dal mondo della natura (Estate, 1555-1560 circa, Monaco di Baviera, Bayerische Staatsgemäldesammlungen): erano le famose teste composite che donarono fama ad Arcimboldi in tutta Europa, tanto da permettere all’artista di essere chiamato alla corte dell’imperatore Ferdinando I a Vienna. Fu soprattutto con Rodolfo I a Praga che l’estrema capacità inventiva di Giuseppe Arcimboldi trovò compimento, dato che il pittore il sovrano erano accomunati dalla stessa passione per le stravaganze. Arcimboldi inoltre fu anche un attentissimo studioso della fisiognomica e della natura (continuando quindi una tradizione che in Lombardia risaliva ai tempi di Leonardo), tanto che si trovò a collaborare con uno dei maggiori scienziati del tempo, il bolognese Ulisse Aldrovandi, per il quale realizzò alcuni disegni illustrativi.

Alla stessa generazione appartenne il più interessante esponente del Manierismo in Umbria (a dimostrazione quindi di quanto fu capillare la diffusione dello stile manierista in Italia), Niccolò Circignani detto il Pomarancio (Pomarance, 1530 circa - 1599 circa), che lavorò presso i Della Corgna che reggevano il marchesato di Castiglione del Lago: Circignani, guardando ai grandi del Rinascimento maturo e ai pittori contemporanei classicisti, propose una declinazione particolarmente sobria e ordinata del Manierismo ma dimostrò anche di avere capacità di una carica drammatica ed emotiva che sapeva quasi rasentare la violenza. Si era del resto entrati in periodo di Controriforma e gli artisti si adeguavano ai dettami stilistici del tempo.


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