Biennale di Venezia, c'è anche un po' d'Italia: Theo Eshetu, britannico-etiope che vive a Roma


Nella Biennale di Venezia di Koyo Kouoh, dove non figurano artisti italiani, c’è però anche un minimo di Italia: nell’elenco figura infatti anche Theo Eshetu, artista britannico di origini etiopi, che però vive dagli anni Ottanta a Roma, parla un italiano e ha lavorato in Italia più a lungo che altrove. Ecco chi è.

Nella Biennale di Venezia curata da Koyo Kouoh non figurano artisti italiani, come è già stato ampiamente rilevato. Eppure, tra i nomi selezionati per l’esposizione internazionale, compare una presenza che con l’Italia ha un legame profondo e duraturo. Si tratta di Theo Eshetu, artista britannico di origini etiopi che vive a Roma da decenni, parla un perfetto italiano e nel nostro paese ha lavorato più a lungo che altrove, costruendo dalle nostre parti una parte sostanziale della propria ricerca.

Nato a Londra nel 1958 da genitori etiopi e olandesi, cresciuto tra Addis Abeba, Dakar e Belgrado prima di stabilirsi definitivamente a Roma negli anni Ottanta, Eshetu incarna una biografia segnata da attraversamenti culturali e geografici che si riflettono direttamente nella sua opera. Il suo retroterra multinazionale racconta la complessità dell’identità in un mondo sempre più globalizzato e costituisce uno dei nuclei centrali della sua ricerca, incentrata sulle relazioni tra culture, in particolare tra Africa ed Europa, e sul modo in cui i media elettronici hanno contribuito a plasmare la percezione contemporanea del reale. Probabilmente anche per questa ragione è stato selezionato per la mostra.

Theo Eshetu. Foto dal profilo Facebook dell'artista
Theo Eshetu. Foto dal profilo Facebook dell’artista

Eshetu utilizza diversi formati video per esplorare le rappresentazioni cinematografiche e la grammatica visiva dell’immagine in movimento. Un tema ricorrente nel suo lavoro è la cucitura delle storie, dall’imperialismo europeo alla modernità africana, per sviluppare un’estetica capace di catturare l’interrelazione tra culture del mondo e saperi collettivi. Le sue opere sperimentano processi di stratificazione e rispecchiamento, facendo ricorso a narrazioni non lineari che mettono in discussione il modo in cui le immagini vengono percepite.

Nel corso di un’opera prolifica, Eshetu ha affrontato temi tratti dall’antropologia, dalla storia dell’arte, dalla ricerca scientifica e dall’iconografia religiosa, costruendo un corpus distintivo fondato su un montaggio ritmico e sincopato di suoni e immagini. I suoi lavori spaziano da grandi installazioni video a film di taglio saggistico che interrogano la realtà stessa di ciò che le immagini possono rivelare. Pur essendo essenzialmente concettuale, il suo lavoro è sempre ancorato a componenti estetiche forti, spesso ottenute attraverso ripetizioni frattali, giochi caleidoscopici di specchiamento, proiezioni multi-schermo o pattern visivi simili a mosaici. Diverse opere si concentrano sugli elementi formali del video, come il tempo e la luce.

La sua formazione si compie a Londra, dove nel 1981 consegue una laurea in Communication Design al North East London Polytechnic. Ma è proprio a Roma che, già all’età di dieci anni, riceve la sua prima macchina da presa, come ha spesso raccontato, avviando un percorso che lo porterà negli anni Settanta a diventare fotografo di rock star. Attratto dagli ambienti di David Bowie e Lindsay Kemp, di Andy Warhol e dei Velvet Underground, collabora con diversi artisti prima di concentrarsi definitivamente sull’arte video. L’attenzione alle potenzialità espressive del mezzo e l’esplorazione delle culture africane lo conducono, negli anni Ottanta, a sperimentazioni rituali, grezze e non levigate, al di fuori del sistema artistico consolidato dell’epoca.

Nella serie Till Death Us Do Part indaga la dialettica tra razionale e istintuale, ispirandosi alle contraddizioni insite nella celebrazione dei Nuba africani da parte di Leni Riefenstahl. Questa installazione pionieristica a parete video viene presentata accanto a opere di Warhol, Nam June Paik, Joseph Beuys e altri all’International Art Show for the End of World Hunger, segnando un momento significativo nel suo percorso.

Theo Eshetu, Till death do us part (1982-1987; Video a due canali in definizione standard (colore, audio durata variabile, venti monitor, due maschere di argilla, luci da discoteca e panca; New York, MoMA)
Theo Eshetu, Till death do us part (1982-1987; Video a due canali in definizione standard (colore, audio durata variabile, venti monitor, due maschere di argilla, luci da discoteca e panca; New York, MoMA)
Theo Eshetu, Brave New World (2000; installazione video monocanale con audio). Foto: Tiwani Contemporary
Theo Eshetu, Brave New World (2000; installazione video monocanale con audio). Foto: Tiwani Contemporary

Negli anni Novanta si concentra sulla creazione di un linguaggio ibrido capace di fondere videoarte e documentario. Travelling Light del 1992, ritratto biografico di Lindsay Kemp, ottiene il primo premio al Berlin Video Festival e viene spesso selezionato come unico video in festival cinematografici di prestigio. Blood Is Not Fresh Water del 1997, premiato in diverse occasioni, è insieme ritratto del nonno etiope, diario di viaggio e percorso di autoanalisi. Mass Memory del 1995 viene presentato alla Mostra del Cinema di Venezia come omaggio per commemorare la scomparsa di Federico Fellini.

Opere come Body and Soul del 2004 e Africanized del 2002, entrambe presentate tra l’altro alla Mostra del Cinema di Venezia, testimoniano la sua fascinazione per l’interrelazione tra culture mondiali e per la dimensione metafisica del fare video. Lo stesso accade in installazioni precedenti come Brave New World del 2000 e Ways To A Void dello stesso anno, che riflettono sulle pratiche buddhiste attraverso i temi di luce e oscurità, tempo e spazio, essere e nulla. Un viaggio di un mese sull’Himalaya viene condensato in un’ora di video, mentre allo spettatore è chiesto di considerare la durata dell’esperienza come quella di un’eclissi solare. Nothing happens. An Extraordinary Event del 2006, girato e montato durante l’anno di preparativi per il funerale di Giovanni Paolo II, esplora il ruolo delle immagini nella fede e nei media di massa.

Negli anni più recenti si è concentrato soprattutto sulle installazioni video. Lavori come Veiled Woman on a Beachfront del 2011 e The Festival of Sacrifice del 2012 affrontano il ruolo dell’arte islamica e le implicazioni socio-politiche del dialogo con il mondo dell’Islam come base per una pratica artistica contemporanea. The Return of the Axum Obelisk del 2009, installazione su quindici schermi presentata per la prima volta al BOZAR di Bruxelles, documenta la restituzione dell’obelisco di Axum da Roma all’Etiopia e le cerimonie religiose che ne hanno accompagnato la rinascita. E ancora, Atlas Fractured del 2017, opera che trae ispirazione da uno stendardo che decorava il Museo Etnografico di Berlino, su cui era raffigurata l’immagine di cinque maschere rappresentanti cinque continenti (lo stendardo originale, recuperato dopo essere stato scartato dal museo, è diventato lo schermo su cui il video è stato proiettato a Kassel durante Documenta14), intende mettere in discussione la centralità delle modalità europee di rappresentazione culturale , nonché la validità delle divisioni basate su stereotipi continentali.

La sua opera è stata esposta in istituzioni di primo piano come il Museum of Modern Art di New York, il Metropolitan Museum of Art, la Tate Britain, lo Smithsonian National Museum of African Art, l’Haus der Kulturen der Welt, il Mudec di Milano, l’Humboldt Forum, la National Gallery of South Africa, il Baltimore Museum of Art, l’Institute of Contemporary Arts di Londra, il Musée des beaux-arts de Montréal, lo Studio Museum, lo Stedelijk Museum, il Museo Tamayo Arte Contemporáneo, il Guangdong Museum of Art e molte altre. Ha partecipato alla 54ª Biennale di Venezia, alla 10ª Biennale di Sharjah, alla 13ª Biennale di Gwangju, all’11ª Biennale di Shanghai, all’8ª Göteborg International Biennial for Contemporary Art, alla Biennale Dak’Art e a Documenta 14. Le sue opere fanno parte delle collezioni dello Smithsonian Institution, del MoMA, della Tate Britain, del Metropolitan Museum of Art, del Museo delle Civiltà, della Gwangju Biennale Foundation e del MACRO di Roma, tra gli altri.

Theo Eshetu, Veiled woman (2012; stampa artistica da fotografia analogica su carta Hahnemühle, 90 x 90 cm, ed. 1/5). Foto: Barbara Thumm
Theo Eshetu, Veiled woman (2012; stampa artistica da fotografia analogica su carta Hahnemühle, 90 x 90 cm, ed. 1/5). Foto: Barbara Thumm
Theo Eshetu, The Return of the Axum Obelisk (2009; video HD, durata 26'45''; Napoli, Madre)
Theo Eshetu, The Return of the Axum Obelisk (2009; video HD, durata 26’45’’; Napoli, Madre)
Theo Eshetu, Atlas Fractured (2017; video digitale). Foto: Theo Eshetu
Theo Eshetu, Atlas Fractured (2017; video digitale). Foto: Theo Eshetu

Ha partecipato a numerose residenze e fellowship, tra cui quella alla Tarabya Cultural Academy in Turchia nel 2016-2017, al programma Artist-in-Berlin del DAAD nel 2012, una fellowship allo Smithsonian Institution nel 2022 e una residenza al Victoria and Albert Museum di Londra nel 2023. Nel corso della carriera ha ottenuto riconoscimenti in festival video in tutto il mondo, dal Verona Film Meeting all’Asolo Film Festival fino all’International African Film Festival.

Oggi, Eshetu vive e lavora tra Roma e Berlino. È in Italia, come si diceva, che ha costruito una parte decisiva della propria traiettoria, con mostre personali al MACRO, al Museo Laboratorio d’Arte Contemporanea, al Filmstudio di Roma e in numerosi altri spazi, e con una presenza costante alla Mostra del Cinema di Venezia e al Roma Film Festival. La sua partecipazione alla Biennale curata da Koyo Kouoh rappresenta dunque una presenza che, pur non rientrando formalmente tra gli artisti italiani, porta con sé un frammento significativo della scena culturale del paese.

In un’edizione che non include nomi italiani, la figura di Theo Eshetu introduce così un minimo elemento di continuità con il contesto nazionale. Un artista la cui identità attraversa confini e appartenenze, e che proprio da Roma ha sviluppato una ricerca capace di dialogare con il mondo, mettendo in relazione memorie collettive, immagini elettroniche e culture in movimento.




Se ti è piaciuto questo articolo abbonati a Finestre sull'Arte.
al prezzo di 12,00 euro all'anno avrai accesso illimitato agli articoli pubblicati sul sito di Finestre sull'Arte e ci aiuterai a crescere e a mantenere la nostra informazione libera e indipendente.
ABBONATI A
FINESTRE SULL'ARTE

Commenti

Commenta l'articolo che hai appena letto






Per inviare il commento devi accedere o registrarti.
Non preoccuparti, il tuo commento sarà salvato e ripristinato dopo l’accesso.

MAGAZINE
primo numero
NUMERO 1

SFOGLIA ONLINE

MAR-APR-MAG 2019
secondo numero
NUMERO 2

SFOGLIA ONLINE

GIU-LUG-AGO 2019
terzo numero
NUMERO 3

SFOGLIA ONLINE

SET-OTT-NOV 2019
quarto numero
NUMERO 4

SFOGLIA ONLINE

DIC-GEN-FEB 2019/2020
Finestre sull'Arte