Questo non è un articolo su quello che Domenica Primerano, direttrice del Museo Diocesano Tridentino dal 2014 al 2021, ha fatto negli anni in cui ha lavorato dentro le sale di Palazzo Pretorio: sull’argomento ci eravamo già doviziosamente espressi all’indomani delle sue dimissioni, dunque chi voglia recuperare troverà in mezzo a queste pagine un articolo con gran copia di numeri, episodi, dettagli. Oppure, ancor meglio, si potrà procurare il libro, Ripensare il museo, che la stessa Primerano ha pubblicato qualche settimana fa con Silvana Editoriale e in cui ha condensato trentadue anni d’esperienza professionale tutta spesa per il museo di Trento. Non è neanche un articolo su che cosa significhi “ripensare il museo”, perché un museo può esser ripensato in migliaia di modi diversi: in esergo al primo capitolo del libro, il lettore incontrerà un pensiero di Franco Russoli che c’informa dell’impossibilità di trovare un museo ovunque unico e uguale, dacché il museo “deve assumere di volta in volta il carattere che il suo patrimonio e la sua storia esigono”. E non è un articolo sul libro, a voler essere onesti. O meglio: il libro ha ispirato le scarne, non sollecitate riflessioni che seguono. Sul volume in sé, si può però aggiungere che oggi è rarissimo trovare ibridi del genere e che il libro di Domenica Primerano ricorda semmai certa trattatistica ottocentesca dove l’esperienza dell’autore era mescolata con considerazioni di carattere generale sulla materia: penso a Vittorio Pica che sul finire del secolo scriveva un libro sull’arte giapponese cominciando col racconto d’una sua visita alla mitologica collezione d’arti orientali di Edmond de Goncourt, oppure all’autobiografia di Nino Costa, che intreccia un racconto della sua vita, pure vivace, a considerazioni sui pittori del suo tempo, sul rapporto col pubblico, su questioni di carattere tecnico. Il libro di Domenica Primerano è al contempo un’autobiografia professionale, un racconto, un breve e aggiornatissimo prontuario di museologia (l’apparato delle note s’avvicina più al saggio accademico che al saggio divulgativo), un report, come usa dire adesso, su tre decennî d’attività al Museo Diocesano Tridentino, tutto scritto in prima persona, con una prosa piana, delicata ma risoluta, una prosa che rispecchia il carattere gentile, deciso e determinato dell’autrice, con predilezione per la paratassi, senza troppi incisi, una prosa immaginata per accompagnare il lettore dentro le pagine, riflesso di quello che per tutta la sua carriera Domenica Primerano ha fatto coi visitatori del suo museo: indicativo, e inevitabile, che la scrittura rifletta in certo modo anche l’approccio nei riguardi del museo.
Non è, dunque, un articolo su tutto quello che s’è detto sopra. Lo si consideri allora un articolo su cosa può essere un museo nel terzo millennio, partendo dagli spunti che Primerano ha disseminato in tutte le pagine del suo libro. Si potrebbe richiamare un curioso precedente: Manganelli provocava dicendo che il museo di opere d’arte è una “mostruosa macchinazione enciclopedica”, una collezione monotematica di presunta bellezza, l’equivalente di “fare abitare tutti i Giuseppe in un solo quartiere di una città”, uno strumento apparentemente ragionevole perché basato su criteri di classificazione che poco hanno a che vedere con la “follia” che presiede alla creazione. Poi, un museo ecclesiastico, si potrebbe ulteriormente provocare, è sempre figlio di una forma di violenza, in quanto raccolta d’oggetti strappati ai loro contesti: venduti e poi recuperati, oppure provenienti da soppressioni di chiese e conventi, o ancora rimasugli di demolizioni, dismissioni, distruzioni. Tolte rare eccezioni, e tutte contemporanee, nessun oggetto che sia conservato in un museo diocesano è mai stato pensato per il museo. Lo stesso ragionamento, certo, si potrebbe fare per qualunque museo, ma nel caso d’un istituto ecclesiastico la perdita è ancor più evidente, in ragione del fatto che ogni oggetto lì conservato era stato realizzato per una precisa funzione rituale, devozionale, liturgica. Un museo “laico”, per dire, potrebbe in teoria ricreare la Wunderkammer d’un collezionista con un certo grado di fedeltà rispetto al contesto che s’è perduto. La stessa cosa non si può dire per un museo diocesano. Si può fare un esercizio di sospensione d’incredulità e immaginare d’essere un collezionista del Seicento che contempla il frutto delle proprie ricerche. Non si può immaginare d’esser dentro una chiesa, senza l’incenso, senza le preghiere, senza il freddo. Il museo diventa allora un archivio di balbettii, frammenti d’un discorso religioso che non si può più ascoltare nella sua interezza. C’è però da considerare che quei lacerti possono diventare le basi d’un nuovo discorso, potenzialmente illimitato.
Il museo, dunque, potrebbe esser considerato una lingua frammentaria che cerca di parlare di nuovo, una lingua sepolta ch’è tornata in vita. Credo che Domenica Primerano abbia impostato tutto il suo lavoro al Museo Diocesano Tridentino secondo questo spirito. Partendo peraltro da un assunto delicato: come fare in modo che un museo ecclesiastico eviti d’esser percepito come un istituto investito d’una missione pastorale, e riesca invece a essere un istituto in grado di parlare a chiunque quella lingua sepolta da far tornare in vita. A Trento, il lavoro è riuscito perché l’ex direttrice ha lavorato su più piani. Dapprima ha cercato, per sua stessa ammissione, di vincere il pregiudizio agendo su quello che si vede: “era essenziale”, si legge in Ripensare il museo, “anzitutto allontanare l’idea della sacrestia polverosa organizzando il museo secondo i più aggiornati criteri museografici, trovando il giusto equilibrio tra finalità espositiva e conservativa, prestando attenzione alla sicurezza delle opere e dei visitatori, rendendo accessibili gli spazi anche a persone disabili perché nessuno si sentisse escluso. Le scelte museografiche erano il primo passo per assegnare dignità a un’istituzione che doveva presentarsi rinnovata, ma poi c’era tutto il resto”. È servito, pertanto, tornare a Russoli, provare a identificare il museo non attraverso i suoi oggetti (o meglio: anche attraverso i suoi oggetti, tant’è che una delle prime “rivoluzioni” di Domenica Primerano, se così vogliamo chiamarle, è stata allestire non un percorso su basi iconografiche o tipologiche com’è ancora nella gran parte dei musei ecclesiastici, ma su basi cronologiche, con affondi sui paramenti, sugli oggetti liturgici e così via), ma attraverso le sue azioni. Trasformare, dunque, un museo diocesano poco visitato in un polo di produzione culturale centrale per tutta la comunità. Ecco dunque cos’ha voluto dire “ripensare”, per il Museo Diocesano Tridentino. Fare in modo che quegli oggetti inerti diventassero parole piene di senso in un discorso inedito.
Un discorso inedito ch’è anche, si potrebbe aggiungere, l’unico modo per far sì che un museo diocesano possa ancora dirsi rilevante in una società. Non si può dire che a Trento sia stato lasciato alcunché d’intentato: mostre, certo, ma anche produzione d’arte contemporanea, progetti specifici, idee persino eccentriche, momenti riservati ai pubblici più disparati, e ripercorrerli tutti in questa sede sarebbe superfluo (il libro non lesina sui particolari). E non sarà un caso se, oggi, tanti musei ecclesiastici, a Milano come a Sarzana, a Massa come a Genova, hanno seguito l’esempio, hanno osservato i risultati, hanno imparato da quell’esperienza, hanno cercato d’ispirarsi. Dovendo tuttavia scegliere un unico esempio, basterà rammentare la mostra su Simonino da Trento che si tenne tra il 2019 e il 2020, una delle più significative che siano state organizzate in Italia negli ultimi dieci anni se non anche di più, un progetto ch’è stato più d’una rassegna di storia e di storia dell’arte: si può dire che sia stata la messa a punto d’un paradigma, sicuramente replicabile, per fare in modo che un’esposizione d’oggetti possa avere il significato più largo possibile per la comunità cui si rivolge, per fare in modo che la comunità stessa si percepisca come parte attiva del processo, per dimostrare che un anche un museo dove son raccolti pezzi di legno di mezzo secolo fa non è un guardiano di polveri ma è un centro d’elaborazione critica del presente (non solo: può essere una barriera contro le derive del presente, contro la semplificazione, contro l’esclusione, contro l’ottusità, contro il degrado, contro l’indifferenza). Spiace poi constatare che le prosecuzioni e le diramazioni di quella mostra siano state all’origine delle vicende che hanno portato all’interruzione del lavoro svolto da Domenica Primerano, vicende sintetizzate nelle pagine conclusive del libro. L’auspicio, ovviamente, è che il viaggio possa riprendere.
L'autore di questo articolo: Federico Giannini
Nato a Massa nel 1986, si è laureato nel 2010 in Informatica Umanistica all’Università di Pisa. Nel 2009 ha iniziato a lavorare nel settore della comunicazione su web, con particolare riferimento alla comunicazione per i beni culturali. Nel 2017 ha fondato con Ilaria Baratta la rivista Finestre sull’Arte. Dalla fondazione è direttore responsabile della rivista. Nel 2025 ha scritto il libro Vero, Falso, Fake. Credenze, errori e falsità nel mondo dell'arte (Giunti editore). Collabora e ha collaborato con diverse riviste, tra cui Art e Dossier e Left, e per la televisione è stato autore del documentario Le mani dell’arte (Rai 5) ed è stato tra i presentatori del programma Dorian – L’arte non invecchia (Rai 5). Al suo attivo anche docenze in materia di giornalismo culturale all'Università di Genova e all'Ordine dei Giornalisti, inoltre partecipa regolarmente come relatore e moderatore su temi di arte e cultura a numerosi convegni (tra gli altri: Lu.Bec. Lucca Beni Culturali, Ro.Me Exhibition, Con-Vivere Festival, TTG Travel Experience).
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