Dal 14 febbraio al 10 maggio 2026 la Fondazione Biscozzi | Rimbaud ETS di Lecce ospita la mostra Filippo de Pisis e les Italiens de Paris, a cura di Paolo Bolpagni e Maddalena Tibertelli de Pisis. L’esposizione, realizzata in collaborazione con l’Associazione per Filippo de Pisis, affronta uno dei capitoli più importanti e internazionali dell’arte italiana tra la fine degli anni Venti e i primi anni Trenta del Novecento, concentrandosi sull’esperienza degli Italiens de Paris.
L’iniziativa prende in esame l’attività di un nucleo di artisti italiani attivi nella capitale francese, accomunati da un’apertura verso l’Europa e da una posizione autonoma rispetto all’indirizzo dominante del Novecento italiano. Il cuore della compagine fu il Groupe des Sept, formato da Massimo Campigli, Giorgio de Chirico, Filippo de Pisis, René Paresce, Alberto Savinio, Gino Severini e Mario Tozzi. Tra il 1928 e il 1933 il gruppo fu protagonista di una stagione espositiva compatta, sostenuta da riferimenti culturali condivisi, consuetudini professionali comuni e da una visione del classicismo declinata in chiave moderna, mediterranea e antidogmatica. Tale orientamento si tradusse in una pluralità di linguaggi, in una marcata libertà formale e in un dialogo costante con la cultura internazionale.
“Non era soltanto un incontro casuale di pittori residenti più o meno stabilmente a Parigi, ma anche un sodalizio connesso da una certa comunanza di riferimenti ideali e consuetudini umane e professionali”, spiega il co-curatore Paolo Bolpagni.
Il percorso espositivo pone al centro la figura di Filippo de Pisis, nato a Ferrara nel 1896 e morto a Brugherio, presso Milano, nel 1956. L’allestimento prende avvio dal dipinto Dalie del 1932, collocato nella prima sala dell’allestimento permanente della Fondazione leccese. Attorno a un nucleo di oltre venti opere dell’artista, realizzate tra la metà degli anni Venti e i primi anni Trenta, si sviluppa un confronto diretto con una selezione di dipinti degli altri sei membri del Groupe des Sept appartenenti alla medesima stagione. La mostra ricostruisce i tratti distintivi di ciascun protagonista. Campigli, attivo a Parigi dal 1919, elaborò uno stile collocabile tra purismo e arcaismo, con riferimenti al tardo Cubismo. Dopo la scoperta dell’arte etrusca nel 1928, definì un linguaggio personale fondato su figure femminili monumentali e atemporali, caratterizzate da cromie gessose e da un effetto quasi affrescato. De Chirico, rientrato a Parigi nel 1925, ampliò il proprio concetto di classicità attraverso nuovi cicli iconografici, affiancando alle serie ispirate all’antichità greco-romana ulteriori riferimenti alla tradizione barocca.
De Pisis, stabilitosi a Parigi nel 1925, affinò un linguaggio pittorico libero e immediato, influenzato dall’Impressionismo e dai Fauves, riconoscibile per una pennellata rapida e nervosa, spesso definita “stenografia pittorica”. Paresce, giunto nella capitale francese nel 1912, passò da un Cubismo eterodosso a uno stile arcaizzante ispirato alla pittura toscana del Quattrocento, mantenendo una posizione autonoma e colta. Savinio, arrivato nel 1926, maturò a Parigi una pittura prossima al Surrealismo ma radicata nella poetica metafisica, fondata su ironia e su una dimensione definita “spettrale”, con frequenti richiami a una classicità straniata. Severini, presente a Parigi dal 1906, teorizzò un classicismo di matrice pitagorica fondato su numero e proporzione, applicato a una pittura equilibrata e monumentale, con richiami alla Commedia dell’Arte e ai mosaici antichi; tra il 1928 e il 1933 espose stabilmente con gli Italiens de Paris. Tozzi svolse infine un ruolo di mediazione tra Italia e Francia, sviluppando un “classicismo attivo” basato su composizioni monumentali e metafisiche, nelle quali mito e realtà si fondono in spazi sospesi.
Ad accompagnare il gruppo fu il critico d’origine polacca Waldemar George, sostenitore di un classicismo mediterraneo e promotore dell’italianismo inteso come forma d’arte plastica. Fu lui a presentarli alla Biennale di Venezia del 1930 in una sala dedicata intitolata Appels d’Italie. Gli artisti furono inoltre seguiti dal gallerista Léonce Rosenberg e parteciparono anche alle mostre del Novecento Italiano, pur mantenendo una posizione distinta rispetto alle teorizzazioni di Margherita Sarfatti e al progressivo orientamento del contesto italiano verso il monumentalismo e la “moderna classicità”. L’esposizione leccese offre inoltre l’opportunità di vedere tre opere mai presentate in Italia, provenienti dal Musée de Grenoble ed entrate nelle collezioni del museo nel 1933 grazie alla donazione di Emanuele Sarmiento, mecenate italiano trasferitosi in Francia nel 1912. Si tratta de I due pesci del 1927 e Il piede romano del 1927 di Filippo de Pisis e di Natura morta (Katinka) del 1932 di Mario Tozzi.
L’iniziativa è accompagnata da un catalogo trilingue in italiano, francese e inglese, edito da Dario Cimorelli Editore, che raccoglie saggi dei curatori e la riproduzione a colori di tutte le opere esposte.
| Titolo mostra | Filippo de Pisis e les Italiens de Paris | Città | Lecce | Sede | Fondazione Biscozzi | Rimbaud ETS | Date | Dal 14/02/2026 al 10/05/2026 | Artisti | Filippo De Pisis | Curatori | Paolo Bolpagni, Maddalena Tibertelli de Pisis | Temi | Novecento |
Per inviare il commento devi
accedere
o
registrarti.
Non preoccuparti, il tuo commento sarà salvato e ripristinato dopo
l’accesso.