La Siena diversa di Domenico Beccafumi: la Trinità alle origini del Manierismo


Il Trittico della Trinità, capolavoro di Domenico Beccafumi (Monteaperti, 1486 – Siena, 1551) conservato alla Pinacoteca Nazionale di Siena, è un'opera di grande modernità che precede di una decina d'anni i grandi capolavori del Manierismo di Pontormo e Rosso Fiorentino.

È una Siena diversa, quella di Domenico Beccafumi. Non è la Siena internazionale e battagliera del Trecento, la Siena elegante e fiorita dei pittori dorati da Guido e Duccio in poi, la Siena che raggiunse quell’irripetibile e brevissimo “quarto d’ora di potenza, di ricchezza e di gloria”, come lo chiamò l’eccentrico Robert Douglas nella sua Storia della Repubblica di Siena. Se volessimo fare un gioco e trovare un corrispettivo topografico ai dipinti di Beccafumi, allora la sua Siena non sarebbe quella indaffarata e chiassosa di piazza del Campo, dei Banchi di Sopra e di Sotto. Non è la Siena delle vie illuminate dal sole, battute d’estate da migliaia di turisti. La Siena di Domenico Beccafumi è tutt’altra cosa: è, intanto, una realtà più provinciale, dimessa, in forte declino, ormai senza più peso politico, in crisi economica, destinata a perdere la propria indipendenza. È una città che s’ostina a tener viva la propria scena culturale, e ci riesce (si pensi soltanto alle meraviglie del Sodoma), anche se le vicende più grandi e notevoli prendono ormai corso lontano da qui. È una città dove risuona l’eco delle guerre d’Italia e che sotto Pandolfo Petrucci, tra il cadere del Quattrocento e il primo scorcio del secolo successivo, riesce ancora a vivere di qualche splendore. Chi vuol trovare in città le atmosfere di Domenico Beccafumi vada a Siena d’inverno e s’infili in qualche vicolo ombroso e desolato, dove la luce anche a mezzogiorno arriva di riflesso, s’aggiri per le strade solitarie delle contrade meno frequentate, entri in una qualche chiesa cupa e deserta o in un qualche museo sgombro di visitatori. Potremmo pensare che sia qui che aleggia il carattere schivo, solitario, introverso, umbratile, diffidente e contadino di Beccafumi, artista lontano da tutto e da tutti, sempre rimasto nella sua città e allontanatosi solo di rado e per brevi soggiorni, a Firenze o a Roma.

È un carattere ch’emerge fin da subito, anche dalle sue prime opere: la sua personalissima via alla maniera illumina già lo sbalorditivo Trittico della Trinità, che fino a pochi anni fa era ritenuto la prima opera nota di Domenico Beccafumi (ricerche recenti tuttavia consentito la scoperta di opere che di sicuro lo precedono). Mecherino, figlio di contadini della piana di Montaperti, aveva solo ventisette anni quando nel 1513 riceveva l’incarico di dipingere il trittico da quel Battista d’Antonio da Ceva, commesso dell’Ospedale di Santa Maria della Scala di Siena, ricordato nel piccolo cartiglio sotto allo scomparto centrale, appeso sui fregi a candelabri e grottesche che già da soli basterebbero a rivelare l’originale personalità dell’artista. La realizzazione del trittico si collocava tuttavia nel quadro d’un’impresa di più ampia portata, quando Domenico Beccafumi tornò dal suo soggiorno romano del 1510 o del 1511 e l’Ospedale di Santa Maria della Scala lo coinvolse nella decorazione ad affresco della Cappella del Manto, dove in antico si trovava anche il trittico che oggi si conserva invece alla Pinacoteca Nazionale di Siena.

Domenico Beccafumi, Trittico della Trinità (1513; olio su tavola, 157 x 239 cm; Siena, Pinacoteca Nazionale)

Il complesso vede al centro la raffigurazione della Trinità secondo un’iconografia invero piuttosto consueta: Cristo in croce, il Padreterno dietro di lui, e la colomba dello Spirito Santo che spiega le ali sotto al volto della divinità. Ai lati, i due scomparti con san Cosma e san Giovanni Battista a sinistra e san Giovanni Evangelista e san Damiano a destra. Il tutto montato in una carpenteria quadrata, con paraste sormontate da capitelli corinzi che reggono una trabeazione continua, con mensola dorata. Impossibile non indugiare sul fregio che decora la struttura, e che riflette quanto Beccafumi aveva osservato a Roma: tuttavia, ha scritto Alessandro Angelini, “i caratteri di queste grottesche carnose e rilevate a colpi di pennello […] restano poi sempre più capricciosi e personali, improntati ad un estro e ad una bizzarria che già qui segna la cultura di Domenico a Siena”.

Quello di Beccafumi è una specie di manierismo cominciato ancor prima che il manierismo abbia veramente inizio: il suo trittico precede d’una decina d’anni le Deposizioni di Pontormo e del Rosso Fiorentino. Per Giuliano Briganti, Beccafumi era “un indipendente della maniera”: il grande studioso lo aveva inserito in una triade d’innovatori accanto al Pontormo e al Rosso Fiorentino. E ad ogni modo, la sua risposta all’arte di Raffaello e Michelangelo sarebbe sempre stata diversa da quella dei suoi due contraltari fiorentini: non ci sono, nell’arte di Mecherino, le alienazioni allucinate del Pontormo, né vi s’intravedono le ossessioni quasi blasfeme del Rosso.

L’inquietudine di Domenico Beccafumi è di segno diverso. Quando l’artista tornava a Siena dopo il suo soggiorno romano, Michelangelo non aveva ancora svelato gli affreschi della cappella Sistina, mentre Raffaello s’apprestava a finire la Loggia di Galatea e la Stanza della Segnatura. Aveva dunque dipinto il suo Trittico della Trinità senz’aver visto i grandi capolavori moderni dei due più grandi artisti attivi a Roma: Angelini suggerisce che il giovane senese potrebbe esser stato più colpito dalle opere del Bramantino e di Pedro Fernández de Murcia che aveva potuto vedere a Roma, e che lo avrebbero spinto verso soluzioni inedite. Come quelle adottate per le figure, a cominciare dai santi che si stagliano sul fondo scuro, con le loro proporzioni allungate quasi da revival tardogotico, i toni lividi che incupiscono ai lati le figure dei due santi medici, ovvero Cosma e Damiano, e ancora i panneggi sottili e metallici, i profili corrucciati, quasi torvi. Poi, al centro, ecco la Trinità che squarcia il cielo plumbeo: ma non è un’apparizione che percepiamo serena, allegra. È inquietante: Dio ci osserva con espressione quasi minacciosa, assiso davanti al figlio esangue, come una divinità ieratica, tenebrosa e lontana. Gli angeli hanno espressioni quasi diavolesche, e sconvolgenti al limite dell’orrorifico sono quelli tra le nubi che spuntano dietro le gambe di Dio, coi due che lo sostengono sotto i piedi che paiono quasi grottescamente gravati dal peso che devono sopportare con le loro teste. Ravvisando, a livello compositivo, similitudini coi modelli fiorentini di fra’ Bartolomeo e Mariotto Albertinelli, Angelini non ha potuto far a meno di notare come la scena centrale del trittico sia carica di “un’atmosfera spiritata e febbrile, sottolineata dai toni acidi del colore e dalle espressioni stregate degli angioletti sospesi tra le nuvole”.

Quando Mecherino consegnava il polittico, Pandolfo Petrucci era scomparso da un anno, Siena viveva una stagione ancora felice seppur lontana dalle glorie trecentesche, e forse nessuno avrebbe immaginato che di lì a poco avrebbe perso la propria secolare indipendenza. È vero: già il summenzionato Briganti, introducendo l’Opera completa di Beccafumi pubblicata da Rizzoli, metteva in guardia sul fatto che, lungo la carriera del grande artista, l’atmosfera cupa della città potrebbe aver influito sulla sua vicenda, ma per spiegare la creatività d’un artista un simile determinismo vale fino a un certo punto, dacché le ragioni della creazione sono più profonde e spesso sfuggono ai documenti. Figuriamoci alle suggestioni. “Non basta conoscere la sequenza degli avvenimenti collettivi”, avvertiva Briganti, “per dedurne, senza altro ausilio e riportandoli fatalmente a esperienze odierne, le reazioni che essi ‘allora’ provocarono sui singoli individui il cui tempo di esistenza biologica se non in tutto almeno in parte, e in gran parte, si sottrae alle leggi formali che governano il tempo storico”. Si può però dire che con il suo Trittico, così pervaso di “spirito manierista”, per adoperare un’espressione di Donato Sanminiatelli, uno dei primi studiosi di Domenico Beccafumi, il pittore senese abbia inaugurato de facto una nuova stagione. Se è vero quel che diceva Marshall McLuhan, cioè che l’artista è un essere umano che vive il futuro nel presente, allora il Trittico della Trinità può dirsi opera che ben sostiene quest’idea.


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Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Giornalista d'arte, nato a Massa nel 1986, laureato a Pisa nel 2010. Ho fondato Finestre sull'Arte con Ilaria Baratta. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier e su Left. Seguimi su Twitter:

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