Un Van Dyck in un piccolo villaggio della Liguria. Il Crocifisso di San Michele di Pagana


Il Crocifisso di Antoon van Dyck (Anversa, 1599 - Londra, 1641) conservato nella parrocchiale di San Michele di Pagana, piccolo borgo della Liguria di Levante, è una delle uniche due opere pubbliche del fiammingo in Italia, ed è uno dei suoi più affascinanti capolavori.

È il silenzio l’elemento che più d’altri illumina l’anima di San Michele di Pagana, borgo di poche case a guardia d’un piccolo approdo nascosto tra i pini e le palme, lungo la breve strada che da Rapallo conduce a Santa Margherita Ligure. Certo non d’estate, quando anche la spiaggetta di San Michele diventa un formicaio brulicante, dov’è complicato allungare un braccio senza rischiare d’urtare un vicino, un passante. Ma d’inverno, quando le cittadine del Tigullio sonnecchiano sferzate dalla tramontana, quando negli alberghi della riviera la vita rallenta fin quasi ad arrestarsi, quando i treni che corrono senza sosta tra Spezia e Genova smettono di rovesciare armate di turisti tra i borghi del Levante ligure, allora ecco che si torna ad apprezzare quella dimensione di calma lodata da tanti che han parlato di questo luogo.

Chissà che tipo di viaggiatore aveva in mente Alberto Savinio, quando nei suoi scritti ricordava una sua sosta a San Michele di Pagana dicendo che solitamente ci si va per vedere il dipinto di Antoon van Dyck conservato nella parrocchiale. Forse, la risposta l’aveva già data anni prima Salvatore Ernesto Arbocò, giornalista che scriveva su Ars et Labor negli anni Dieci: era convinto che San Michele di Pagana fosse la “meta silenziosa” delle anime più sensibili e che più sentono la “religione della bellezza”. C’è in effetti ancor oggi un’aria che invita alla contemplazione, malgrado il turismo e la cementificazione abbiano morso anche quest’antico villaggio di pescatori. A gennaio, quando sta per scendere la sera, ci son ottime possibilità di rimaner da soli sulla spiaggia di San Michele di Pagana. Ed è in questi momenti che ci si rende conto di cosa significhi il silenzio che ha così affascinato gli scrittori d’un tempo, che ci si perde nella luce biancastra dell’inverno per seguire la corsa delle nuvole, che par di sentire risuonare i versi di Montale e s’ascolta la poesia del vento che, come una carezza, “disfiora la linea del mare e la scompiglia un attimo, soffio lieve che vi s’infrange e ancora il cammino ripiglia”.

Antoon van Dyck, Francesco Orero in adorazione del Crocifisso alla presenza dei santi Francesco e Bernardo (1627; olio su tela, 325 x 210 cm; San Michele di Pagana, Parrocchiale)
Antoon van Dyck, Francesco Orero in adorazione del Crocifisso alla presenza dei santi Francesco e Bernardo (1627; olio su tela, 325 x 210 cm; San Michele di Pagana, Parrocchiale)

Poi, si segue la linea della costa, s’entra in un caruggio, si costeggia il cimitero e si sale alla chiesa, dedicata a san Michele Arcangelo, gioiello che rifulge delle pitture di Bernardo e Valerio Castello, di Giovanni Battista Carlone, dell’ancora sconosciuto pittore di Anversa che ha dipinto la Natività e la Fuga in Egitto, e di molti altri. La pala di Van Dyck si trova ancora nella cappella per cui fu pensata, ed è una delle uniche due opere pubbliche del fiammingo che si trovino in Italia (l’altra è la Madonna del Rosario di Palermo), nonché l’unica pala d’altare da lui eseguita in Liguria. Davanti a un Cristo crocifisso in scorcio di tre quarti vediamo san Francesco e san Bernardo che introducono la figura del committente, Francesco Orero, facoltoso borghese, di professione aromatarius, ovvero commerciante di spezie e farmaci, che sapeva fare anche il profumiere, inventando e mescolando essenze per la nobiltà genovese. Viveva a Genova, aveva un fratello di nome Bernardo (ecco perché sono Francesco e Bernardo i due santi che presentano il committente a Cristo), peraltro suo socio in affari, e aveva una casa a San Michele di Pagana: la famiglia era originaria di lì, e fin dal 1614 Francesco Orero è registrato tra i benefattori della chiesa. La pala commissionata per la chiesa si colloca invece attorno al 1627, anno in cui si cominciò a costruire l’altare di marmo che l’accoglie. Sarebbe tuttavia giunta nella chiesa molto più tardi, a causa del ritardo dei lavori di costruzione dell’altare per ragioni che ancora non conosciamo: alla scomparsa del committente, nel 1643, risultava infatti ancora nella villa di famiglia. Sarebbe stato Bernardo a far terminare il cantiere e a collocare finalmente il dipinto nella cappella, esaudendo le volontà del fratello. Per lungo tempo la tradizione ha insistito su di un aneddoto fantasioso (e forse ancor oggi qualcuno c’insiste) secondo cui Van Dyck avrebbe trovato riparo a San Michele di Pagana, presso la famiglia Orero, mentre era braccato dalle autorità della repubblica a causa di certe sue intemperanze amorose, e si sarebbe sdebitato dipingendo la pala. Ma già nel 1909 Gustavo Frizzoni aveva proposto che il pittore e il committente si fossero con tutta probabilità conosciuti a Genova, dove entrambi vivevano e lavoravano.

Van Dyck sceglie d’inserire il suo Cristo spostato sulla sinistra in scorcio prospettico, secondo una struttura compositiva identica a quella del Cristo spirante oggi conservato a Genova a Palazzo Reale, e che il pittore aveva potuto apprezzare nella Crocifissione di Simon Vouet nella chiesa del Gesù di Genova, ma che rimontava alle invenzioni del Tintoretto (la Crocifissione di San Cassiano a Venezia), altro artista che il fiammingo di sicuro conosceva. Altissimo è il realismo che infiamma di vita le figure dei due santi e del committente, così espressive, così mosse da sincero sentimento. Proprio “su questo intrecciarsi di sguardi tra Cristo e l’orante, cui si aggiungono quelli altrettanto intensi di san Francesco e di san Bernardo che assistono partecipi all’evento”, ha scritto Giuliana Algeri, “il pittore ha costruito l’intera composizione”. Lo scorcio in diagonale accresce la tensione ed evidenzia ancor più la partecipazione emotiva del committente. Francesco Orero è indagato con minuzia descrittiva e psicologica da abilissimo ritrattista, ed è restituito mentre, devoto e sbigottito, con le orbite arrossate, i capelli leggermente scompigliati e il pizzetto alla moda del tempo ben curato e rifinito, e vestito con la giacca di velluto nero tipica della nobiltà genovese del tempo (alla quale tuttavia non riuscì mai a farsi ascrivere), s’inginocchia portando le mani al petto, accompagnato dal gesto di san Francesco, giovane di bell’aspetto.

Assume funzioni narrative la luce crepuscolare che discende dallo squarcio tra le nubi e colpisce con un forte bagliore la parte destra del corpo di Gesù, andando a creare un forte contrasto con l’area rimasta in ombra. La luce mistica indugia poi sul groviglio del perizoma, conferendo risalto ai toni perlacei e argentati del vigoroso drappeggio rubensiano agitato dalla brezza, scende in un mirabile gioco di contrapposto a far emergere la gamba sinistra, e poi si spegne digradando verso il basso. Non senza però aver prima toccato i volti dei due santi e senz’aver investito la figura di Francesco Orero: un raggio diagonale lo unisce a Cristo testimoniando la sua fede. È una luce “che si concentra tutta su una zona della tela secondo un motivo ‘alla Caravaggio’”, ha scritto lo storico dell’arte Erik Larsen. Van Dyck ben conosceva Caravaggio: aveva visto i suoi quadri durante il soggiorno in Sicilia.

Ci si trova qui in presenza di uno dei vertici della pittura di Van Dyck, come ben sottolineato da Daniele Sanguineti: è un dipinto che “mostra la geniale padronanza di una tecnica raffinata e ‘sprezzante’ capace di esiti pittorici ed emotivi di intensa drammaticità. La calibrata distribuzione dei personaggi e dei ruoli cromatici è esaltata dal serrato dialogo degli sguardi intrecciati, scaturiti dal commovente rivolgersi di Gesù all’Orero. […] Tutto il resto è una sinfonia di toni marroni e neri, spesso ricavati dalla preparazione bruna della tela lasciata a vista, mentre l’atmosfera, i volti dei santi e il profilo dell’Orero, quasi voluta citazione di un’arcaica tipologia ritrattistica, si comprendono pienamente solo se ricondotti all’impatto con la diretta visione che il pittore ebbe, soprattutto in Sicilia, delle opere caravaggesche”. La pala di San Michele di Pagana ebbe una gran fortuna, attestata dai tanti dipinti che lo presero a modello. E oggi la si può ammirare ben leggibile dopo il restauro che precedette, nel 1997, la mostra Van Dyck a Genova: grande pittura e collezionismo, dove la pala di Francesco Orero era protagonista. Si pensi che Arbocò, nel suo articolo del 1912, ne lamentava le condizioni di conservazione: il dipinto era annerito dal fumo delle candele e aggredito dalla muffa, il giornalista ne sollecitò un restauro richiamando l’attenzione del sindaco di Rapallo, se ne interessò anche Plinio Nomellini. Per fortuna oggi la pala di Van Dyck non è più in quello stato, gode di buone cure, e la parrocchia offre anche una guida da scaricare sul proprio telefono a chiunque entri nella chiesa per vedere il dipinto. Dentro, il silenzio è lo stesso che si respira nel borgo. Mentre dietro il mare continua a cantare la sua canzone.


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Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Giornalista d'arte, nato a Massa nel 1986, laureato a Pisa nel 2010. Ho fondato Finestre sull'Arte con Ilaria Baratta. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier e su Left. Seguimi su Twitter:

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