L'unicorno nell'arte del Rinascimento, dagli Estensi a Raffaello e oltre


Tra gli animali fantastici della storia dell'arte, l'unicorno ha un ruolo di grande rilievo, soprattutto nel Rinascimento. Ecco in quali opere è il grande protagonista, e qual è il suo significato.

Tra i più gettonati animali che da qualche anno a questa parte popolano i mari e le spiagge di tutta Italia sono sicuramente... gli unicorni. Li vedi solcare le onde (le più piccole, non i cavalloni) con a bordo bambini, e anche quelli un po’ più cresciutelli, fieri e felici di galleggiare sull’acqua e di far divertire tutti allo stesso tempo. I più fashion hanno il corpo bianco con la criniera, la coda e la grandi ali color dell’arcobaleno, e il caratteristico corno, spesso giallo, tra gli splendenti occhi da cerbiatto. La creatura fantastica, conosciuta anche con il nome di liocorno, raffigurata con il corpo di cavallo e il tipico lungo corno attorcigliato a spirale che gli spunta sulla fronte, ha tuttavia una lunga tradizione e molte volte la si trova rappresentata in stemmi, tra cui lo stemma reale del Regno Unito, lo stemma reale di Scozia, quello della Contrada del Leocorno di Siena; è anche il simbolo più antico attribuito alla Casa d’Este, probabilmente da quando nel 949 uno stemma con liocorno d’oro su fondo azzurro fu donato dall’imperatore Ottone I ad Alberto Azzo d’Este, ma soprattutto s’incontra l’unicorno in numerose opere d’arte. Quali significati assume nel corso della storia dell’arte questo animale mitologico?

La prima descrizione dell’unicorno nella cultura occidentale si fa risalire allo storico greco e medico del re persiano Artaserse II, Ctesia di Cnido: “In India ci sono degli asini selvatici grandi come cavalli e anche di più. Hanno il corpo bianco, il capo rosso e gli occhi blu. Sulla fronte hanno un lungo corno di circa un piede e mezzo. La polvere di questo corno macinato si assume in piccole dosi come antidoto contro i veleni mortali. La base del corno, circa due palmi sopra la fronte, è candida; l’altra estremità è appuntita e di color cremisi; la parte di mezzo è nera. Ha l’astragalo simile a quello del bue […] È un animale straordinariamente veloce e possente tanto che nessuna creatura, né il cavallo né altri, può superarlo”. Lo storico greco si trovò a riferire, con ogni probabilità, un sunto delle descrizioni di viaggiatori e di mercanti che erano giunti nelle loro esplorazioni fino in India e nell’Asia Centrale e che si erano trovati di fronte i rinoceronti.
Anche Claudio Eliano, filosofo e scrittore romano in lingua greca che si dedicò alla natura degli animali, scrisse in riferimento al potere taumaturgico del corno: “Chi beve da questo corno è al sicuro da tutte le malattie inguaribili, come le convulsioni e il cosiddetto morbo sacro, e non può essere ucciso dal veleno”. Da queste descrizioni si comprende come l’unicorno sia stato fin dal principio legato a simbolo di purezza, dato che il suo corno è stato assunto ad antidoto universale contro tutti i veleni. La teoria era nata da una leggenda paleocristiana, in cui si raccontava che un serpente, avvicinandosi a una pozza d’acqua, la avvelenò sputando dentro il suo veleno; gli altri animali attesero quindi l’arrivo di un unicorno che, dopo essersi immerso nell’acqua, tracciò il segno della croce con il suo corno e ogni principio velenoso sparì.

Oltre alle raffigurazioni puramente descrittive dell’unicorno nei bestiari, testi particolarmente diffusi nel Medioevo che raccoglievano descrizioni di animali, sia reali che immaginari, affiancate da relative interpretazioni di carattere religioso e morale, tra cui il Bestiario di Aberdeen, la creatura leggendaria appare in alcune rappresentazioni legate a Borso d’Este, sottolineando il valore taumaturgico del corno. Si vede raffigurato l’unicorno infatti in una miniatura della celebre Bibbia di Borso d’Este, un prezioso codice miniato commissionato da quest’ultimo nella metà del Quattrocento a due dei maggiori miniatori del tempo, Taddeo Crivelli (Ferrara, 1425 – Bologna, 1479) e Franco dei Russi (Mantova, attivo nel XV secolo), che lo realizzarono in sei anni con l’aiuto di altri artisti. Nell’intento di Borso, le miniature dovevano tradurre in immagini le imprese e le gesta più significative di cui si erano resi protagonisti gli Estensi. Raffigurare l’unicorno rimandava pertanto alle opere di bonifica del territorio ferrarese, iniziate da Leonello e portate avanti dallo stesso Borso. L’animale è qui rappresentato su un prato, spesso racchiuso da una siepe o da una staccionata per indicare un luogo protetto, con alle spalle un albero di dattero per sottolineare la fertilità dei territori bonificati, mentre immerge il suo corno nell’acqua per purificarla. Lo stesso simbolo è poi visibile sul portale marmoreo di Palazzo Schifanoia a Ferrara e, nello stesso palazzo, nell’affrescato Salone dei Mesi, due unicorni bianchi, simboli di purezza, trainano il trono di Minerva nel Trionfo della dea nel mese di marzo, capolavoro di Francesco del Cossa (Ferrara, 1436 – Bologna, 1478) compiuto tra il 1468 e il 1470. E ancora, l’unicorno è raffigurato nella Sala delle Virtù come simbolo di purezza.

Miniatore inglese, Unicorno e orso, dal bestiario Ashmole, f. 21r (inizi del XIII secolo, Peterborough?; Oxford, Bodleian Library, ms. Ashmole 1511)
Miniatore inglese, Unicorno e orso, dal bestiario Ashmole, f. 21r (inizi del XIII secolo, Peterborough?; Oxford, Bodleian Library, Ms. Ashmole 1511)


Taddeo Crivelli e altri, Unicorno, dalla Bibbia di Borso d'Este (1455-1461; Modena, Biblioteca Estense, Ms. Lat. 422-423)
Taddeo Crivelli e altri, Unicorno, dalla Bibbia di Borso d’Este (1455-1461; Modena, Biblioteca Estense, Ms. Lat. 422-423)


Ambrogio di Giacomo da Milano e Antonio di Gregorio (su disegno di Pietro di Benvenuto degli Ordini), l'unicorno sul portale di Palazzo Schifanoia (1470). Ph. Credit Nicola Quirico
Ambrogio di Giacomo da Milano e Antonio di Gregorio (su disegno di Pietro di Benvenuto degli Ordini), l’unicorno sul portale di Palazzo Schifanoia, Ferrara (1470). Ph. Credit Nicola Quirico


Francesco del Cossa, Marzo, dettaglio del Trionfo di Minerva (1468-1470 circa; affresco, 500 x 320 cm; Ferrara, Palazzo Schifanoia, Salone dei Mesi)
Francesco del Cossa, Marzo, dettaglio del Trionfo di Minerva (1468-1470 circa; affresco, 500 x 320 cm; Ferrara, Palazzo Schifanoia, Salone dei Mesi)

È inoltre accostato alla figura di Cristo, grazie soprattutto a ciò che si racconta nel Fisiologo, un testo risalente al II secolo d.C. e proveniente da Alessandria d’Egitto, scritto da un ipotetico naturalista Physiologus, che contiene la descrizione simbolica di animali, piante e di alcune pietre, attraverso citazioni delle Sacre Scritture. A proposito dell’unicorno, il Fisiologo riporta il Salmo 91: “E sarà innalzato come quello dell’unicorno il mio corno” [Sal 91 (92), 11]. Il Fisiologo ha detto dell’unicorno che ha questa natura: “è un piccolo animale, simile al capretto, ma ferocissimo. Non può avvicinarglisi il cacciatore a causa della sua forza straordinaria: ha un solo corno in mezzo alla testa. E allora come gli si dà la caccia? Espongono davanti ad esso una vergine immacolata, e l’animale balza nel seno della vergine, ed essa lo allatta, e lo conduce al palazzo del re. L’unicorno è un’immagine del Salvatore: infatti ‘ha suscitato un corno nella casa di Davide padre nostro ed è divenuto per noi corno di salvezza’ [Lc 1,69]. Ha preso dimora nel ventre della vera e immacolata Vergine Maria, ‘e il Verbo si è fatto carne, e ha preso dimora fra di noi’[Gv 1,14]”.

Molto diffusa nell’arte è la raffigurazione dell’unicorno accanto a una fanciulla, in particolare a una vergine, come allegoria di castità. Ciò deriva proprio dal racconto contenuto nel Fisiologo, secondo cui solo una vergine immacolata è capace di ammansire l’unicorno. Tra queste raffigurazioni, si ricorda il ciclo di arazzi fiamminghi realizzato alla fine del Quattrocento e composto di sei pannelli su sfondo rosso: cinque di questi sono dedicati ai sensi, mentre l’ultimo Il mio solo desiderio presenta la dama di fronte a una tenda tenuta aperta da un unicorno e da un leone e ripone una collana in un cofanetto che le viene posto dalla sua ancella. Il ciclo, conservato al Musée de Cluny di Parigi, fu commissionato da Jean Le Viste, personaggio vicino alla corte di re Carlo VII, e fu scoperto nel 1841 da Prosper Mérimée nel Castello di Boussac. Acquistato nel 1882 dal collezionista Edmond Du Sommerard, studi hanno permesso d’identificare l’origine, l’iconografia, lo stile degli arazzi. Al centro sono sempre la dama, l’unicorno e il leone e intorno piccoli animali creano un mondo di armonia.

Nelle collezioni di Castel Sant’Angelo è poi conservato un dipinto di Luca Longhi (Ravenna, 1507 – 1580) raffigurante una Giovane donna con unicorno, realizzato tra il 1535 e il 1540. Una fanciulla immersa in un paesaggio idilliaco, è seduta accanto a un unicorno: quest’ultimo la guarda intensamente, mentre la ragazza lo indica rivolgendo lo sguardo verso l’osservatore. Si pensa che la fanciulla rappresentata sia in realtà Giulia Farnese, sorella di papa Paolo III, qui ritratta per sottolineare l’appartenenza alla famiglia Farnese, in quanto la vergine con l’unicorno, oltre a essere emblema di purezza, era simbolo della stessa famiglia già da due generazioni. Il dipinto è inoltre una celebrazione post mortem di Giulia Farnese, voluta dai famigliari che lo commissionarono all’artista: Longhi eseguì infatti l’opera dopo la scomparsa della giovane, avvenuta nel 1524. La composizione deriva da un disegno di Leonardo da Vinci (Anchiano, 1452 – Amboise, 1519) custodito all’Ashmolean Museum di Oxford.

Artista fiammingo, La Dama e l'Unicorno (1500 circa; ciclo di sei arazzi, dimensioni varie; Parigi, Musée national du Moyen Âge). In senso orario da sinistra: il gusto, l'udito, la vista, a mon seul désir, il tatto, l'olfatto.
Artista fiammingo, La Dama e l’Unicorno (1500 circa; ciclo di sei arazzi, dimensioni varie; Parigi, Musée national du Moyen Âge). In senso orario da sinistra: il gusto, l’udito, la vista, A mon seul désir, il tatto, l’olfatto.


Luca Longhi, Giovane donna con unicorno (1535-1540; olio su tavola, 132 x 98 cm; Roma, Museo Nazionale di Castel Sant'Angelo)
Luca Longhi, Giovane donna con unicorno (1535-1540; olio su tavola, 132 x 98 cm; Roma, Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo)


Domenichino, La fanciulla e l'unicorno (1620 circa; affresco; Roma, Palazzo Farnese)
Domenichino, La fanciulla e l’unicorno (1620 circa; affresco; Roma, Palazzo Farnese)


Raffaello, Dama col liocorno (1505-1506 circa; olio su tavola, 65 x 51 cm; Roma, Galleria Borghese)
Raffaello, Dama col liocorno (1505-1506 circa; olio su tavola, 65 x 51 cm; Roma, Galleria Borghese)

Immersa in un paesaggio idealizzato è anche la Fanciulla con l’unicorno che il Domenichino (Domenico Zampieri; Bologna, 1581 – Napoli, 1641) affrescò tra il 1604 e il 1605 sulla porta d’ingresso della Galleria di Palazzo Farnese a Roma, sotto la guida di Annibale Carracci (Bologna, 1560 – Roma, 1609). Qui la fanciulla è seduta sotto a un albero e abbraccia teneramente un unicorno che le poggia le zampe anteriori sulle ginocchia e il muso sul seno. Una scena di intimo ammansimento. Lo sguardo della fanciulla non è in questo caso rivolto allo spettatore, è uno sguardo assorto nel vuoto e l’osservatore assiste alla dolce scena.

Ancora più famosa è la Dama con liocorno di Raffaello (Urbino, 1483 – Roma, 1520), realizzata tra il 1504 e il 1505 e conservata alla Galleria Borghese. Sono ancora ignote l’identità della giovane raffigurata e la committenza, ma probabilmente questo è il primo ritratto di donna dipinto dall’urbinate. La fanciulla ha capelli biondi che le scendono sulle spalle, occhi azzurri e guance piene e guarda fissamente l’osservatore; è una figura angelicata che tiene in braccio un piccolo unicorno. L’abito dalle ampie maniche estraibili e lo splendido gioiello con pendente (un rubino con perla) che ha al collo fanno pensare a una giovane nobildonna. È stata spesso accostata a Maddalena Strozzi, moglie di Agnolo Doni, e forse il gioiello ne è un indizio poiché è nota la passione per i gioielli di Doni e la sua collezione di gemme. La figura femminile è a mezzo busto ed è seduta davanti al parapetto di una terrazza con colonne e sullo sfondo si riconosce un paesaggio lacustre. Curioso è inoltre il fatto che originariamente Raffaello dipinse un cane al posto del piccolo unicorno e anche questo potrebbe essere un indizio identificativo, dato che la famiglia Strozzi risiedeva nel Gonfalone dell’Unicorno del quartiere di Santa Maria Novella. Rimane comunque ancora un’ipotesi.

Considerando la capacità della creatura fantastica di purificare e di eliminare ogni veleno dall’acqua, non è così assurda la presenza di tutti questi unicorni sui nostri mari: saranno in grado di risolvere definitivamente il sempre più attuale problema dell’inquinamento marino?

Bibliografia

  • Marzia Faietti e Matteo Lafranconi, Raffaello 1520-1483, catalogo della mostra (Roma, Scuderie del Quirinale), Skira, 2020
  • Silvia Ginzburg Carignani, La Galleria Farnese: gli affreschi dei Carracci, Electa, 2008
  • Gerhart B. Ladner, Il simbolismo paleocristiano. Dio, cosmo, uomo, Jaca Book, 2008
  • Bruno Martinis, Tracce del passato. I fossili tra fantasia e realtà, Edizioni Dedalo, 2003
  • Alfredo Cattabiani, Bestiario di Roma: un insolito viaggio storico, artistico, archeologico, Newton Compton, 1986

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Ilaria Baratta

L'autrice di questo articolo: Ilaria Baratta

Giornalista, sono co-fondatrice di Finestre sull'Arte con Federico Giannini. Sono nata a Carrara nel 1987 e mi sono laureata a Pisa. Sono responsabile della redazione di Finestre sull'Arte.

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1. Ron Guerriero in data 22/09/2020, 23:26:05

Thank you. Very interesting and importante.



2. marmar in data 11/10/2020, 18:45:12

Come concludere l'omaggio a questa creatura? Senza dubbio, con i versi che Rilke le dedica nei Sonetti a Orfeo:

Sonetti a Orfeo; II,4

Oh, questa è la creatura inesistente!
Ma non sapevano, essi, e l'hanno amata:
per la figura, il passo, per l'arcata
del collo, fino al quieto occhio lucente.

Certo: non era; ma per quell'amore
realtà divenne; esso a lei apriva
spazio, sereno ermo spazio, dove
alzò il capo leggera e l'esser viva

fu un gioco. Né la nutrì il maggese,
ma facoltà di vivere soltanto,
sempre, e ne trasse tale forza altera

che un cuneo dalla fronte si protese.
Bianca passò a una vergine daccanto
e in lei or dimora e nell'argentea spera.

L'Unicorno, metafora della vis poetica, mi pare di capire; Rilke, richiesto d'interpretarlo, rispose così:
"L'Unicorno accoglie in sé tutti i significati della verginità, instancabilmente celebrati nel Medioevo: perciò si afferma che esso, il Non-esistente per i profani, esista solo che appaia in uno specchio d'argento che la vergine gli mostra (vedi tappezzerie del XV secolo) e in lei, un secondo, altrettanto puro, altrettanto accogliente specchio..."

(alla Contessa Margot Sizzo-Noris-Crouy; Château de Muzot, 1 giugno 1923)








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