C’è stato un tempo in cui il museo era considerato un tempio della conoscenza, un luogo dove la società si confrontava con la propria storia, dove l’arte veniva custodita non solo per essere contemplata, ma anche per essere studiata, compresa, tramandata. Oggi, in molti casi, quei templi sembrano somigliare sempre più a showroom patinati, immersi in strategie di comunicazione, dipendenti da sponsor e mecenati, costretti a inseguire il ritmo della visibilità e della monetizzazione culturale. Non si tratta di una crisi improvvisa, né di una degenerazione recente. È piuttosto il frutto di un lento ma costante slittamento del ruolo del museo all’interno della società neoliberale: da spazio critico a contenitore attrattivo, da istituzione culturale a brand. Ma questo processo solleva una domanda centrale, che oggi è più urgente che mai: il museo contemporaneo è ancora un’istituzione indipendente? O è diventato una vetrina per interessi privati mascherati da filantropia?
Storicamente, il museo nasce come istituzione pubblica per eccellenza. Non a caso, nel corso dell’Ottocento e del Novecento, l’apertura dei musei nazionali (dal Louvre nel 1793, simbolo della democratizzazione culturale post-rivoluzionaria, ai musei civici italiani nell’unità d’Italia) fu strettamente legata alla costruzione dell’identità collettiva, alla trasmissione del sapere, alla formazione di un cittadino consapevole e colto. Ma col passaggio dal XX al XXI secolo, questa visione è entrata in crisi. La riduzione progressiva dei fondi pubblici destinati alla cultura, l’esplosione del turismo culturale, la crescente competizione tra istituzioni per attrarre visitatori e sponsor hanno spinto molti musei a ridefinire la propria missione. La logica della “sostenibilità economica” ha lentamente preso il posto di quella “educativa e civica”.
Nel nuovo lessico gestionale, parole come “identità museale”, “ricerca scientifica”, “progetto curatoriale” sono spesso oscurate da concetti come brand positioning, user experience, audience development. Il visitatore diventa “cliente”, l’esposizione si trasforma in “evento”, l’opera d’arte in “contenuto”. Il museo, da luogo di mediazione culturale, rischia così di diventare una piattaforma spettacolare dove ciò che conta non è tanto la qualità critica o il valore conoscitivo delle mostre, ma la loro vendibilità simbolica. Chi investe, aziende, fondazioni bancarie, grandi collezionisti, cerca visibilità, reputazione, riconoscimento. E spesso ottiene anche voce in capitolo.
In questo scenario, la figura del curatore e del direttore museale assume una posizione quanto mai complessa. Se da un lato sono chiamati a garantire la qualità scientifica delle proposte, dall’altro devono inevitabilmente confrontarsi con le esigenze dei board, dei comitati di gestione, dei partner finanziari. Il rischio è quello di trovarsi in una posizione di compromesso continuo: proporre progetti che siano culturalmente rilevanti ma anche politicamente neutri e economicamente appetibili.
Molti curatori, anche tra i più stimati, ammettono in privato quanto sia difficile oggi proporre mostre tematiche forti, che affrontino con coraggio temi controversi, postcolonialismo, ambiente, diseguaglianze, identità di genere, senza temere ripercussioni o pressioni. In alcuni casi, il problema è esplicito: mostre ostacolate, opere rifiutate, testi modificati. In altri, è più insidioso: l’autocensura preventiva, la selezione di temi “sicuri”, la programmazione costruita attorno a nomi che “funzionano” sul mercato. Ma se il museo rinuncia al rischio, che ne è della sua funzione critica? Se si limita a confermare ciò che già sappiamo o vogliamo vedere, è ancora uno spazio di crescita collettiva o solo un contenitore di intrattenimento colto?
Un ulteriore elemento di ambiguità riguarda la crescente centralità dei grandi collezionisti privati. Negli ultimi vent’anni molte mostre, anche nei musei pubblici, sono state costruite attorno a prestiti provenienti da collezioni personali, talvolta in cambio di visibilità o ingresso nei consigli di amministrazione.
Certo, i collezionisti sono sempre stati protagonisti nella storia dell’arte. Ma ciò che oggi preoccupa è il modo in cui alcuni di loro utilizzano le istituzioni museali come strumenti di legittimazione del proprio gusto (e del proprio investimento). Esporre un’opera in un museo equivale ad accreditarla culturalmente e, in molti casi, a valorizzarla economicamente. Alcuni musei statunitensi e britannici sono stati recentemente al centro di polemiche per aver accolto donazioni da parte di gruppi industriali o farmaceutici legati a scandali (è il caso Sackler), mentre altri hanno ospitato mostre interamente dedicate a collezioni di investitori che operano direttamente nel mercato dell’arte contemporanea. La domanda è: fino a che punto l’istituzione pubblica può e deve accettare questi compromessi? E chi garantisce che la programmazione museale non venga piegata, anche inconsapevolmente, a logiche speculative?
C’è poi un altro attore da non sottovalutare in questa dinamica: il pubblico. O meglio: il modo in cui il pubblico viene pensato dalle istituzioni. Troppo spesso le strategie dei musei sembrano rivolgersi a un “visitatore medio” idealizzato, che deve essere intrattenuto, meravigliato, fidelizzato. Si progettano mostre “accessibili”, “coinvolgenti”, “immersive”, ma raramente si pone la questione di come queste mostre contribuiscano a formare uno spettatore più consapevole, critico, attivo. Il museo, lo ricordava già John Dewey, non è un luogo di consumo, ma di esperienza. Se smette di stimolare il pensiero, se rinuncia a generare domande, se si limita a proporre estetiche consensuali, allora cessa di essere uno strumento di cittadinanza culturale. Il paradosso è evidente: in un’epoca in cui si parla continuamente di “democratizzazione culturale”, si assiste spesso a un appiattimento dell’offerta, pensata per non disturbare, per non complicare, per non rischiare.
Eppure, esempi virtuosi esistono. Piccoli musei civici che mantengono una programmazione indipendente, spazi pubblici che lavorano in dialogo con il territorio, fondazioni che rifiutano la logica del blockbuster per costruire progettualità complesse e stratificate. Anche nel sistema internazionale si vedono segnali incoraggianti: biennali curate da intellettuali, musei che rifiutano partnership opache, direttori che si dimettono in nome della coerenza etica. Il punto non è demonizzare il rapporto tra pubblico e privato, ma riconoscerne le criticità e costruire strumenti di governance più trasparente. Sarebbe utile, ad esempio, ripensare i board dei musei pubblici, garantire quote di rappresentanza a professionisti indipendenti, separare chiaramente le funzioni gestionali da quelle curatoriali. E soprattutto, riaffermare un principio fondamentale: la cultura non è un bene di consumo, ma un bene comune.
Alla fine, tutto si riduce a una questione di democrazia culturale. I musei, se vogliono restare spazi vivi, devono tornare a essere luoghi di conflitto simbolico, di apertura, di pluralità. Devono avere il coraggio di parlare anche quando la voce disturba, di ospitare opere che dividono, di proporre visioni scomode. Il museo non è, o non dovrebbe essere, una vetrina, ma una finestra aperta sul mondo. Se oggi quella finestra si fa opaca, se dietro il vetro si intravedono solo riflessi patinati e loghi aziendali, allora la cultura rischia di perdere uno dei suoi spazi più importanti di autonomia e verità. E allora la domanda resta lì, pungente e irrisolta: i musei sono ancora nostri?
L'autrice di questo articolo: Federica Schneck
Federica Schneck, classe 1996, è curatrice indipendente e social media manager. Dopo aver conseguito la laurea magistrale in storia dell’arte contemporanea presso l’Università di Pisa, ha inoltre conseguito numerosi corsi certificati concentrati sul mercato dell’arte, il marketing e le innovazioni digitali in campo culturale ed artistico. Lavora come curatrice, spaziando dalle gallerie e le collezioni private fino ad arrivare alle fiere d’arte, e la sua carriera si concentra sulla scoperta e la promozione di straordinari artisti emergenti e sulla creazione di esperienze artistiche significative per il pubblico, attraverso la narrazione di storie uniche.Per inviare il commento devi
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