… e il cavaliere salvò dal terribile drago la principessa. Suona come l’happy ending di una di quelle fiabe che ci leggevano da bambini, già sotto le coperte, prima di addormentarci, ma in realtà la storia di san Giorgio e il drago ha origini antichissime e conobbe un’ampia diffusione in tutta Europa grazie a Iacopo da Varazze, all’epoca arcivescovo di Genova, con la sua Legenda Aurea scritta intorno al 1260. Non è un caso quindi se proprio nel capoluogo ligure si sia voluto dedicare un’intera mostra (la prima genovese sul tema) alla figura del santo cavaliere, che appartiene alla storia e alla memoria collettiva dei genovesi, e alla sua fortuna in ambito artistico, dato anche che san Giorgio fu protettore della Repubblica di Genova e oggi è uno dei quattro santi patroni cittadini. Un legame dunque tra la città e il santo che parte dall’antichità, attraversa i secoli e che prosegue ancora oggi nelle raffigurazioni di san Giorgio che s’incontrano semplicemente passeggiando per il centro storico, sui portali dei palazzi scolpito nella pietra, negli affreschi dell’omonimo palazzo nei pressi del Porto Antico, nel gonfalone della città, fino alla contemporanea street art.
Allestita nel Teatro del Falcone di Palazzo Reale, San Giorgio. Il viaggio di un santo cavaliere dall’Oriente a Genova, a cura di Alessandra Guerrini e Luca Leoncini, Anna Manzitti, Gianluca Zanelli con Michele Bacci, Clario Di Fabio, Michel Huynh, Anna Melograni e visitabile fino al 1° marzo 2026, è una piccola e deliziosa rassegna, di facile comprensione per tutti, compresi i bambini, poiché si concentra unicamente sulla rappresentazione di san Giorgio, con i suoi attributi (l’abito da cavaliere, lo scudo con spada e lancia, il cavallo), e del drago nel periodo compreso tra la fase finale del Medioevo e il primo Rinascimento, ma che è riuscita a ottenere per l’occasione importanti prestiti nazionali e internazionali (Parigi, Bruxelles, Amburgo, Colonia, Seneffe). La gradevolezza che caratterizza l’esposizione nel suo intero percorso narrativo, suddiviso per sezioni, sta nell’aver selezionato opere e oggetti noti e meno noti, ma soprattutto dei più diversi materiali: carta miniata, argento cesellato, dipinti su tela e tavola, armature, reliquiari, legno intagliato, marmo scolpito, bronzo fuso, terracotta, alabastro, gesso, cosicché lo sguardo si perda nei più raffinati e curiosi dettagli, testimoniando inoltre come i vari artisti, nelle più diverse tecniche, abbiano raffigurato uno dei personaggi più identitari per Genova e i suoi cittadini.
La storia di san Giorgio inizia in Cappadocia, nell’attuale Turchia, dove le prime fonti dei secoli V-VII lo descrivono come un martire cristiano quasi invincibile che sfida l’imperatore Diocleziano. Inizialmente non è il guerriero che trafigge il drago, ma un soldato che resiste a torture crudeli, resuscita i morti e affronta il demonio con la sola forza della sua fede incrollabile. La sua morte per decapitazione, avvenuta intorno al 303 d.C., lo consacra definitivamente come simbolo universale di purezza spirituale e coraggio. L’iconografia del santo ha subito poi un’evoluzione lenta ma costante, che ha trasformato il martire nel cavaliere leggendario che oggi tutti riconosciamo. Solo a partire dal XII secolo infatti entra in scena la principessa, mentre è dal XIII secolo in ambito bizantino che viene raffigurato sotto forma di cavaliere a cavallo che trafigge il mostro, l’iconografia che si diffuse in Oriente mediante tavole a fondo oro e affreschi e che giunse successivamente in Occidente, per poi affermare qui la sua immagine più famosa. La trasformazione definitiva da soldato della fede a cavaliere armato di spada e lancia è alimentata dalle Crociate in Terrasanta, periodo in cui la sua figura assume un marcato significato militare e si diffonde come modello universale per i soldati cristiani. La spada, lo scudo e l’armatura che accompagnano Giorgio come protettore dei combattenti diventano simboli stessi del suo carattere cavalleresco. La stessa geografia riflette la devozione nei suoi confronti, tanto che lo stretto del Bosforo veniva anticamente chiamato brachium sancti Georgii (il braccio di san Giorgio), evocando non solo la forma del luogo ma anche la forza difensiva del santo ritenuto protettore dei naviganti.
A dare il benvenuto ai visitatori in mostra è allora il calco in gesso della bottega di Oronzio Lelli che riproduce fedelmente il San Giorgio di Donatello come giovane eroe classico, capolavoro del Quattrocento italiano e testimonianza di una delle più importanti sculture del Rinascimento dedicate al santo guerriero con scudo. Al santo guerriero è dedicata anche la prima sala, dove sono esposti uno scudo dipinto su cuoio con san Giorgio che trafigge il drago con la spada in prestito dal Musée de Cluny, una spada d’inizio Trecento considerata a Colonia una reliquia del santo, un’armatura d’inizio XVI secolo conservata al Museo Stibbert di Firenze, e il San Giorgio che uccide il drago di Vittore Carpaccio, dipinto su tela del 1516 proveniente dall’Abbazia di San Giorgio Maggiore di Venezia in cui viene rappresentato il duello tra il santo cavaliere e il drago e la principessa che per fuggire si nasconde dietro a un albero. Nel corridoio che segue, il Kyriale miniato dell’abbazia di San Giorgio Maggiore di Venezia e gli Annales Genuenses di Giorgio Stella dalla Biblioteca Franzoniana di Genova: due testimonianze quattrocentesche della presenza dell’immagine di san Giorgo sia nei manoscritti con funzione liturgica, come nel primo caso, sia nei testi civici, come nel secondo caso.
La sala successiva è dedicata al drago, che per il cristiano medievale non rappresentava una semplice creatura fantastica, bensì la personificazione del male in tutte le sue forme: Satana, l’Anticristo, l’eresia; il peccato e la tentazione che insidiano e corrompono l’uomo e contro cui quotidianamente bisogna combattere. È così che l’immagine di Giorgio che sconfigge il drago diventa una parabola visiva contro le forze oscure. Sono qui esposti curiosi e affascinanti oggetti, come l’acquamanile medievale a forma di drago in bronzo fuso cesellato proveniente da Amburgo (da notare le figure che si arrampicano e si aggrappano al busto, al collo e alla bocca del drago, e il guerriero a cavallo rappresentato a sbalzo su un’ala), l’acquamanile del Bargello, anch’esso in bronzo, dove il drago notevolmente rimpicciolito si sta aggrappando a una delle zampe posteriori del cavallo, destando la curiosità di quest’ultimo, la gargolla in marmo di Candoglia a forma di cane mostruoso un tempo doccione del Duomo di Milano, il singolare medaglione in argento dorato del Cinquecento, in prestito da Bruxelles, che appartenne alla Gilda di san Giorgio, corporazione di arcieri che si era diffusa nelle Fiandre già dal Medioevo, al quale è appeso un uccello che originariamente costituiva uno dei bersagli che gli arcieri dovevano colpire durante l’annuale festa della Gilda, e sulla parete il San Giorgio, il drago e la principessa di anonimo pittore bresciano proveniente dalla Pinacoteca Tosio Martinengo, in cui compaiono tutti gli elementi della leggenda, compresa la città liberata sullo sfondo e il drago dalle grandi ali di pipistrello di estrema finezza.
Tra i tesori esposti anche il sontuoso reliquiario del braccio del santo proveniente dal Tesoro di San Marco di Venezia, che testimonia l’intreccio tra l’arte bizantina e quella veneziana, mentre il trecentesco micromosaico bizantino proveniente dal Louvre con Giorgio che uccide il drago mostra la forza del mito in dimensioni ridotte per la devozione privata.
Nel contesto genovese, san Giorgio diventa un’icona identitaria indissolubile. Dal XII secolo, i genovesi combattono sotto due bandiere: una con la croce rossa in campo bianco, l’altra con l’immagine del santo. Il grido “Per Zena e san Zorzo!” tramandato dalla memoria popolare risuonava nelle flotte e nelle piazze, segnando il passaggio del santo da figura sacra a protettore civile della comunità invocato anche durante la peste.
Questa forza simbolica portò nel 1407 alla nascita del Banco di San Giorgio, un’istituzione finanziaria pubblica, una delle più antiche d’Europa, che amministrava il debito, concedeva prestiti e governava i territori; un vero motore economico di Genova che rese l’effigie del santo un marchio di prestigio e di solidità economica. Le nobili famiglie genovesi, come i Doria, i Giustiniani e i Grillo, fecero addirittura raffigurare l’immagine di Giorgio sopra i portali dei loro palazzi, e accanto al proprio stemma, come segno di potere e di protezione sicura per i propri affari e per la propria dimora. Il percorso espositivo dà qui spazio dunque a una selezione di opere genovesi o di provenienza genovese come il San Giorgio di Luchino da Milano proveniente da Palazzo San Giorgio di Genova, sede dell’omonimo Banco dal XV secolo fino alla caduta della Repubblica: per le monumentali dimensioni (180 per 330 centimetri), la cura per l’incorniciatura e l’enfasi che l’artista dà alla bandiera potrebbe essere stato in origine un gonfalone. Ha fatto ritorno invece a Genova dalla Sicilia per l’occasione il quattrocentesco San Giorgio e il drago di Nicolò da Voltri, commissionato dalla comunità genovese residente a Palermo, che sottolinea la diffusione del culto del santo fuori dai confini della città. Esposta anche la grande tavola realizzata per la chiesa della Santissima Annunziata di Levanto dal pittore pavese documentato a Genova Pietro Francesco Sacchi, su probabile commissione di Bernardo Giustiniani. L’opera al centro è incorniciata ai lati da sei figure di santi francescani e nel bordo superiore da un medaglione con santa Chiara.
La mostra inoltre smentisce la leggenda secondo cui Riccardo Cuor di Leone, passando da Genova nel 1190, avrebbe chiesto ai genovesi di adottare la bandiera con croce rossa in campo bianco per la sua flotta, in cambio di un tributo annuale alla città. Storicamente, la croce rossa in campo bianco era già un emblema militare diffuso nell’Europa medievale, che compare persino nell’Arazzo di Bayeux del 1066, ben prima dei presunti accordi con il re inglese. Le fonti medievali non parlano né di bandiere né di accordi, ma solo di scambi commerciali, perciò l’ipotesi settecentesca avanzata dallo storico Francesco Maria Accinelli riguardo a un legame tra Riccardo Cuor di Leone e la bandiera genovese non ha alcun fondamento. La diffusione del culto di san Giorgio in effetti non conosce confini: lo troviamo in Georgia, dove dà il nome alla nazione e viene celebrato nella festa nazionale della Giorgoba (23 novembre), in Inghilterra come patrono dell’Ordine della Giarrettiera citato persino da Shakespeare nel Riccardo III, in Russia, dove appare nello stemma della città di Mosca, e in Catalogna dove il 23 aprile, festa di Sant Jordi, si regalano rose e libri. Anche le comunità Rom dei Balcani lo onorano con la festa di primavera, chiamata Ederlezi, mentre in Etiopia le icone copte celebrano il suo cavallo bianco come simbolo di vittoria eterna del bene sul male.
L’esposizione culmina infine nell’ultima sala con il San Giorgio di Andrea Mantegna, per la prima volta esposto a Genova, in cui il santo è ritratto vittorioso dopo aver ucciso il drago, sormontato da un festone di foglie e frutti. Un capolavoro riscoperto nel 1834 quando riapparve nell’inventario della collezione Manfrin a Venezia. Conteso alla morte del marchese Pietro Manfrin tra i grandi musei europei, compresa la National Gallery di Londra, nel 1856 Pietro Selvatico, direttore delle Gallerie dell’Accademia, riuscì a ottenerlo per Venezia con l’autorizzazione di Francesco Giuseppe d’Austria. Salvato infine dalle mire austriache, che avevano invece per l’opera altri programmi (al Belvedere di Vienna), grazie alla fiera protesta del popolo veneziano che ne impedì il trasferimento definitivo, il dipinto è da allora custodito alle Gallerie dell’Accademia di Venezia. Caratterizzato dal rigore classico, dalla monumentalità e da virtuosismi come il riflesso della nuca del santo nell’aureola, il San Giorgio di Mantegna divenne un punto di riferimento per la scuola ferrarese, influenzando artisti come Cosmè Tura, che interpretò il santo (qui esposto dalla Fondazione Cini di Venezia) con una tensione dinamica e drammatica, lontana dalla solennità di quest’ultimo, ed Ercole de’ Roberti, che nel Polittico Griffoni (qui in mostra la tavola raffigurante il santo in prestito dalla Fondazione Cini) fuse la solidità mantegnesca con un’energia flessuosa e moderna.
È da sottolineare inoltre come, per una maggiore comprensione delle sezioni, il percorso di visita sia accompagnato da brevi video di studiosi che contribuiscono a fornire più chiavi di lettura della figura di san Giorgio e della sua diffusa immagine. Un’attenzione particolare è dedicata anche ai bambini, per i quali sono stati realizzati un quaderno con attività-gioco e un’audioguida scaricabile con QR code adatti a comprendere i temi della mostra e le opere esposte. Infine, il catalogo edito da Dario Cimorelli Editore include saggi di approfondimento e riflessioni dedicate e le schede delle opere in mostra. L’unico appunto che mi sento di fare è che le opere nel catalogo non seguono l’ordine con cui sono esposte in mostra, rendendo poco chiare le sezioni.
Si tratta comunque di una rassegna ben curata e piacevole che ha il merito di aver indagato per la prima volta in una mostra un’iconografia ampiamente diffusa, anche attraverso oggetti insoliti e curiosi che vanno al di là della consueta raffigurazione pittorica del santo cavaliere, e di aver contribuito a perpetrare quell’identità collettiva che lega san Giorgio a Genova. L’invito, dichiarato anche attraverso una mappa alla fine del percorso di visita, è infatti quello di uscire e divertirsi a scovare tutti i san Giorgio sparsi per la città. Una sfida rivolta a grandi e piccini: chissà chi ne troverà di più.
L'autrice di questo articolo: Ilaria Baratta
Giornalista, è co-fondatrice di Finestre sull'Arte con Federico Giannini. È nata a Carrara nel 1987 e si è laureata a Pisa. È responsabile della redazione di Finestre sull'Arte.
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