Versace torna a casa: mito classico e glamour pop. Com'è la mostra di Reggio Calabria


Al Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria una grande mostra celebra Gianni Versace tra Magna Grecia e moda globale. Un tributo identitario potente, ricco di materiali e suggestioni, che però solleva interrogativi sull’allestimento e sul dialogo tra archeologia e haute couture. La recensione di Silvia Mazza.

“La Calabria, dove sono nato, per me è profumo, luce abbagliante, ombre”. Non c’era luogo più congeniale di Reggio Calabria e del Museo Archeologico Nazionale (MArRC) per celebrare con una mostra nella sua città natale il genio creativo di Gianni Versace, a ottant’anni dalla sua nascita e quasi trenta dalla sua tragica scomparsa. E per più di un aspetto, che vale la pena sottolineare, dato che in contemporanea a Gianni Versace. Terra Mater. Magna Graecia Roots Tribute (catalogo Rubettino), dal 19 dicembre 2025 al 19 aprile 2026, nel cuore di Londra presso lo spazio espositivo di Arches London Bridge è in corso (dal 16 luglio scorso al primo marzo 2026) la Gianni Versace Retrospective. In principio fu il Metropolitan Museum of Art di New York che, in quello stesso 1997 in cui lo stilista venne assassinato davanti alla sua villa a Miami, gli dedicò una retrospettiva alla carriera. La mostra, intitolata semplicemente Gianni Versace, curata dal critico statunitense Richard Martin, vide l’esposizione di cinquanta abiti tratti dalle collezioni e dalle collaborazioni teatrali dello stilista. A Reggio Calabria, come a Londra, l’allestimento include, oltre ai capi iconici, bozzetti originali, accessori, fotografie di backstage, video delle passerelle, interviste e testimonianze vip. Un universo che restituisce l‘immagine di un talento che ha riscritto le regole del glamour mondiale della fine del XX secolo, vestendo le donne come dee greche in chiave pop.

Partiamo, dunque, dalla città per un confronto critico che ci consente di inquadrare meglio nella sua complessità il progetto in riva allo Stretto, patrocinato dalla Regione Calabria, dalla Città Metropolitana di Reggio Calabria e dalla Calabria Film Commission. Il legame col territorio, infatti, è un altro valore aggiunto rispetto all’esposizione londinese. Un vero e proprio tributo della città al suo illustre concittadino, al quale hanno risposto il Dipartimento di Architettura e Design dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, l’Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria, l’Ordine degli Architetti PCC di Calabria e Sicilia. E, ancora, l’Archivio di Stato di Reggio Calabria, che ha prestato i registri anagrafici riguardanti la famiglia Versace e documenti inediti, quali libri, bozzetti, manifesti, cataloghi, appunti, polaroid e interviste, che documentano la genesi del suo progetto estetico. Coinvolti anche gli studenti del Liceo classico “Tommaso Campanella”, oggi Polo Liceale “T. Campanella – M. Preti – A. Frangipane”, frequentato da Gianni (tuttavia, senza portare a termine gli studi): hanno realizzato abiti, installazioni, pannelli pittorici, elaborati grafici e ceramici, ispirati a Gianni Versace, esposti negli spazi del museo come rassegna in progress.

Allestimenti della mostra Gianni Versace “Terra Mater” – Magna Grecia Roots Tribute
Allestimenti della mostra Gianni Versace “Terra Mater” – Magna Grecia Roots Tribute. Foto: MArRC
Allestimenti della mostra Gianni Versace “Terra Mater” – Magna Grecia Roots Tribute
Allestimenti della mostra Gianni Versace “Terra Mater” – Magna Grecia Roots Tribute. Foto: MArRC
Allestimenti della mostra Gianni Versace “Terra Mater” – Magna Grecia Roots Tribute
Allestimenti della mostra Gianni Versace “Terra Mater” – Magna Grecia Roots Tribute. Foto: MArRC
Allestimenti della mostra Gianni Versace “Terra Mater” – Magna Grecia Roots Tribute
Allestimenti della mostra Gianni Versace “Terra Mater” – Magna Grecia Roots Tribute. Foto: MArRC
Allestimenti della mostra Gianni Versace “Terra Mater” – Magna Grecia Roots Tribute
Allestimenti della mostra Gianni Versace “Terra Mater” – Magna Grecia Roots Tribute. Foto: MArRC
Allestimenti della mostra Gianni Versace “Terra Mater” – Magna Grecia Roots Tribute
Allestimenti della mostra Gianni Versace “Terra Mater” – Magna Grecia Roots Tribute. Foto: MArRC

Altro elemento qualificante è il legame culturale sottolineato da Fabrizio Sudano, direttore del MArRC, nonché curatore della mostra, insieme a Sabina Albano, anche lei archeologa e curatrice WorldWild della Gianni Versace Private Collection: “Da un lato le collezioni del museo reggino, che ospita i Bronzi di Riace e numerose testimonianze figurative della Magna Grecia; dall’altro l’immaginario di uno stilista che ha saputo trasformare quei riferimenti in un linguaggio estetico riconosciuto in tutto il mondo”. Leggenda che incontra il mito classico. E questo avviene in un tempio dell’arte del mondo antico quale è il museo archeologico, che consente una potenza di rimandi visivi e concettuali che necessariamente mancano a un ex spazio industriale come l’Arches London Bridge (dove, semmai, l’effetto è per contrasto tra architettura brutalista e haute couture).

Se ormai, infatti, una prassi sempre più frequente vuole che il direttore del museo ospitante figuri anche in qualità di curatore, in questo caso Sudano, archeologo, ha potuto interpretare in modo scientifico il legame dello stilista con le suggestioni innescate dall’arte classica greca. Pensiamo a motivi decorativi come il meandro, volute e capitelli che spiccano nelle fantasie tessili cariche di colori accesi, come quelli che in origine vivacizzavano sculture e templi. La Medusa su tutti, logo della Maison. Anche se sarebbe riduttivo limitare a queste influenze artistiche le fonti di un universo creativo che ha partorito abiti ricchi di contaminazioni stilistiche in debito anche con l’arte barocca e la pop art americana, e dominate dall’accostamento inusuale di materiali diversi, come la seta con la pelle, il metallo con la gomma. Anzi, la visione di Versace non può essere certo definita classica e misurata, piuttosto barocca ed esagerata.

Ma tutto questo come è stato messo in scena? La mostra è stata allestita presso il piano mostre del museo, non tra le sale con le collezioni permanenti. Una scelta di maggiore “libertà” allestitiva che ha finito però, nel complesso, per indebolire l’obiettivo: rendere evidente il legame tra lo stilista e il repertorio figurativo di età greca e romana, e nello specifico con quello del museo, che Versace conosceva bene, come ricorda la curatrice Albano: “Un’osservazione diretta dei reperti archeologici ha contribuito alla formazione di un immaginario capace di tradurre la classicità in un codice espressivo contemporaneo”.

Antefissa col volto di Gorgone (Reggio Calabria, Museo Archeologico Nazionale)
Antefissa col volto di Gorgone (Reggio Calabria, Museo Archeologico Nazionale). Foto: MArRC
Antefissa con volto di Medusa (Policoro, Museo Nazionale della Siritide)
Antefissa con volto di Medusa (Policoro, Museo Nazionale della Siritide). Foto: MArRC
Lastra in stucco proveniente dalla chiesa di Santa Maria Theotokos di Terreti
Lastra in stucco proveniente dalla chiesa di Santa Maria Theotokos di Terreti. Foto: MArRC

Non resta che entrare, dunque, nel vivo dell’esposizione. Si articola in diverse sezioni tematiche, tra cui Città Madre, Visioni del Sud, Codice Versace. Oltre quattrocento pezzi, fra abiti, accessori, complementi di arredo appartenenti alla Home Collection e materiali d’archivio, provenienti da collezioni private. La strategia scelta da Versace (come da altri stilisti prima e dopo di lui) fu, infatti, quella della diversificazione produttiva, partendo dal campo della moda per estendersi successivamente fino a includere l’utilizzo del marchio Versace per la commercializzazione del numero più ampio possibile di categorie di prodotto. Ed eccoli, nelle vetrine a fare da contrappunto al percorso fashion, i reperti archeologici della Magna Grecia e della Calabria protostorica, romana, tardo antica e bizantina, in cui è possibile rintracciare tipologie di oggetti e iconografie che ispirarono le creazioni del fondatore della Maison.

Tra quelli più significativi, la lastra in stucco proveniente dalla chiesa di Santa Maria Theotokos di Terreti (Reggio Calabria), risalente al XI secolo d.C., che torna ad essere esposta dopo più di 15 anni; i frammenti di affresco con figure di pesci dalle Terme Romane di Reggio Calabria, del I-II secolo d.C., nuovamente visibili dopo un accurato intervento di restauro e una statuetta femminile in terracotta, con lunga veste e mantello, proveniente da Rosarno (Reggio Calabria); mentre dal Museo Archeologico Nazionale della Siritide di Policoro (Matera), provengono un’antefissa con volto di Medusa e una pelike (vaso per contenere liquidi) a figure rosse, entrambe di IV secolo a.C. Completano l’esposizione le fotografie di Roberto Orlandi, che raccontano gli inizi, le collaborazioni, le copertine e le top model degli anni Novanta vestite da Versace, insieme a una selezione di ritratti più intimi. E ancora, due ritratti dello stilista firmati da Helmut Newton e da Alice Springs. Ci sono anche una scultura lignea del maestro Marcos Marin, appartenente alla serie Paraphrase Project e caratterizzata da tagli di ispirazione OpArt, collocata nella Piazza Orsi, all’interno del Museo, e un’opera del maestro di origine reggina Natino Chirico, amico d’infanzia di Gianni Versace, appositamente creata per l’occasione.

Ma torniamo all’inizio della visita. Si viene introdotti da un video-tributo, con un omaggio pure a Ornella Vanoni, che ricorda di essere stata la prima “vittima” dell’oroton, un tessuto tecnologico in maglia metallica estremamente leggera, che fece il suo debutto con una collezione di vestiti argento e ora su una passerella del 1982, per diventare presto un segno distintivo dello stile sensuale di Versace e che gli valse il premio Occhio d’oro, prestigioso riconoscimento assegnato dalla stampa italiana allo stilista autore della collezione più innovativa. E come dimenticare una divina Patty Pravo al Festival di Sanremo 1984 dove il metallo diventa altro da sé con morbidi drappeggi che ricadono come nella statuaria antica? Lo ricorda un modello che scintilla su un manichino tra il primo e il secondo ambiente della grande sala espositiva a cui si accede dal breve corridoio introduttivo dedicato all’inconfondibile logo della maison: la testa di Medusa, di cui sono esposti due esemplari di antefissa, a dichiarare subito il proposito di valorizzare il legame profondo tra la visione creativa dello stilista e la cultura antica della sua terra natia. E lo stesso Versace a chiarire il senso di questa scelta: “Quando ho dovuto scegliere un simbolo, ho pensato all’antico mito: chi si innamora della Medusa non ha scampo. Allora, perché non pensare che chi è conquistato da Versace non può tornare indietro?”. E ancora: “Quando le persone guarderanno a Versace, dovranno sentirsi atterrite, pietrificate, proprio come quando si guarda negli occhi la Medusa”.

Ma, dicevamo, questa componente classica non prescinde dalla personalissima rivisitazione in chiave pop. È non è una costante. Lo si vede bene in un abito che testimonia il periodo bondage, con catene e pelle che scolpiscono il corpo, insieme a dettagli iconici come le spille da balia XL, che chiudono tagli e spacchi vertiginosi.

Gianni Versace, vestito in oroton
Gianni Versace, vestito in oroton. Foto: Silvia Mazza
Gianni Versace, Abito del periodo bondage
Gianni Versace, Abito del periodo bondage. Foto: Silvia Mazza
Scatola cubica che riproduce lo studio di Gianni Versace
Scatola cubica che riproduce lo studio di Gianni Versace. Foto: Silvia Mazza
Esempio della diversificazione produttiva del marchio Versace
Esempio della diversificazione produttiva del marchio Versace. Foto: Silvia Mazza
Interferenze visive
Interferenze visive. Foto: Silvia Mazza
Interferenze visive
Interferenze visive. Foto: Silvia Mazza

Il percorso segue anche un ordine cronologico. All’inizio un tailleur realizzato dalla madre Franca racconta dell’apprendistato nella sartoria materna a Reggio Calabria, una delle più importanti sartorie italiane all’epoca. L’originalità del dialogo tra reperti archeologici e creazioni dello stilista sarebbe stato più efficace, però, come dicevamo, se fosse avvenuto tra le sale del museo, fondali di proiezione senza bisogno quasi di nessun altro accorgimento allestitivo col loro bianco abbacinante, perfetto per mettere in valore l’esplosione cromatica di Versace. Basta dare un’occhiata in anteprima alla mostra che si è aperta il 18 gennaio a Roma (VENUS – Valentino Garavani through the eyes of Joana Vasconcelos), secondo progetto espositivo di PM23, lo spazio inaugurato nel maggio scorso dalla Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti. Trentatré creazioni dell’altro grande stilista italiano contemporaneo di Versace, rilette attraverso le installazioni di Joana Vasconcelos e calate in ambienti neutri di un bianco tanto essenziale quanto raffinato.

La soluzione adottata a Reggio (che peraltro presenta più di una derivazione da Londra per pensare che si tratti di soluzioni indipendenti, come l’infilata di manichini su un fondale in cui è riprodotta un’architettura monocroma o la sfilata in serie di camicie, vero e proprio oggetto del desiderio dei collezionisti) sortisce invece un disturbante effetto da accumulo con interferenze visuali tra abiti, gioielli, oggetti d’arredo, pannellature. Un effetto caotico che finisce per assorbire loro malgrado pure i reperti archeologi lì “in distaccamento”. Potenza creativa e abilità sartoriale dei modelli carichi di sensualità che hanno dominato le passerelle, in una parola l’unicità di Versace, sono invece diluite nell’effetto serialità di quell’infilata di camicie da uomo e donna. La spregiudicata combinazione di colori e forme invece di ergersi su piedistalli in grado di mettere in valore il singolo pezzo, come a Roma, subisce il frastuono di un unico open space dominato da sovrapposizioni visive. Versace ha insegnato che l’eccesso può essere eleganza. L’eccesso, non il caos. Tanto che in chiusura del percorso si approda come a una gradita pausa sensoriale nel cubo che ritaglia uno spazio a sé alla ricostruzione dello studio dello stilista, con un nucleo dedicato ai bozzetti per il costume e il balletto, testimonianza delle collaborazioni con Maurice Béjart, John Cox e Roland Petit.

Quanto sarebbe stato più efficace mettere in valore singoli pezzi forti, isolandoli, facendoli emergere come visioni epifaniche! Lo dimostra la saletta introduttiva calata in una intensa penombra che avvantaggia la concentrazione del visitatore come in una stanza di decompressione dalla realtà esterna: solo due pezzi, due splendide antefisse di Medusa, simbolo del marchio Versace, introducono alla mostra con la potenza semiofora di un’icona del Made in Italy riconosciuta a livello internazionale. Anche se, in effetti, al MArRC mancano capi entrati nella leggenda come quelli cuciti addosso a Naomi Campbell e le altre supermodelle degli anni Novanta, Lady D, Elton John, Madonna o Prince, esposti invece a Londra con alle spalle la gigantografia della top model o del vip che li ha indossati.

Ritornando ancora sul confronto con quella londinese, anche la mostra in riva allo Stretto non è associata a Gianni Versace srl o alla famiglia Versace, ma proviene da collezionisti privati (a Roma, invece, gli abiti provengono dall’archivio della maison). Un’assenza che qui, però, pesa evidentemente. Non che i tentativi di un contatto siano mancati (con Santo, non con Donatella): “non c’è stato nessun interesse da parte di Prada che ha da poco acquisito il marchio”, ci dice Sudano, solo “la cugina Giusy Versace è stata coinvolta nella presentazione della mostra in Senato il 9 dicembre scorso”. Chissà cosa ne avrebbe pensato Gianni di questa mostra. Resta il valore, comunque, del proposito: un tributo alla bellezza e al glamour che come l’arte, anzi in quanto forma d’arte, vince sul tempo, come la cultura classica. Come Versace, diventato universale.



Silvia Mazza

L'autrice di questo articolo: Silvia Mazza

Storica dell’arte e giornalista, scrive su “Il Giornale dell’Arte”, “Il Giornale dell’Architettura” e “The Art Newspaper”. Le sue inchieste sono state citate dal “Corriere della Sera” e  dal compianto Folco Quilici  nel suo ultimo libro Tutt'attorno la Sicilia: Un'avventura di mare (Utet, Torino 2017). Come opinionista specializzata interviene spesso sulla stampa siciliana (“Gazzetta del Sud”, “Il Giornale di Sicilia”, “La Sicilia”, etc.). Dal 2006 al 2012 è stata corrispondente per il quotidiano “America Oggi” (New Jersey), titolare della rubrica di “Arte e Cultura” del magazine domenicale “Oggi 7”. Con un diploma di Specializzazione in Storia dell’Arte Medievale e Moderna, ha una formazione specifica nel campo della conservazione del patrimonio culturale (Carta del Rischio).



Se ti è piaciuto questo articolo abbonati a Finestre sull'Arte.
al prezzo di 12,00 euro all'anno avrai accesso illimitato agli articoli pubblicati sul sito di Finestre sull'Arte e ci aiuterai a crescere e a mantenere la nostra informazione libera e indipendente.
ABBONATI A
FINESTRE SULL'ARTE

Commenta l'articolo che hai appena letto






Per inviare il commento devi accedere o registrarti.
Non preoccuparti, il tuo commento sarà salvato e ripristinato dopo l’accesso.

MAGAZINE
primo numero
NUMERO 1

SFOGLIA ONLINE

MAR-APR-MAG 2019
secondo numero
NUMERO 2

SFOGLIA ONLINE

GIU-LUG-AGO 2019
terzo numero
NUMERO 3

SFOGLIA ONLINE

SET-OTT-NOV 2019
quarto numero
NUMERO 4

SFOGLIA ONLINE

DIC-GEN-FEB 2019/2020
Finestre sull'Arte