Un capolavoro di Artemisia Gentileschi (Roma, 1593 – Napoli, post 1654) si prepara a tornare sotto i riflettori del mercato internazionale. Il 4 febbraio 2026 Christie’s propone infatti nella vendita Old Masters a New York l’Autoritratto come santa Caterina d’Alessandria della pittrice seicentesca, con una stima compresa tra i 2,5 e i 3,5 milioni di dollari (2,15 – 3 milioni di euro). L’opera, dipinta a olio su tavola e di dimensioni contenute, 32,3 per 24,6 centimetri, è considerata uno dei soli cinque autoritratti autentici oggi noti della più celebre pittrice europea del Seicento e, probabilmente, anche il più antico in ordine cronologico.
Il dipinto risale agli anni immediatamente successivi al trasferimento di Artemisia a Firenze, avvenuto nel 1613, quando l’artista aveva poco più di vent’anni. Quel periodo segna una svolta decisiva nella sua vita e nella sua carriera: lontana da Roma e dall’ingombrante figura del padre Orazio Gentileschi, Artemisia trova nella città medicea lo spazio per affermare una propria identità professionale e personale. È proprio a Firenze che, secondo la celebre definizione dello storico dell’arte Keith Christiansen, avviene il processo con cui Artemisia è “diventata Artemisia”, una fase di maturazione che la trasforma in una pittrice autonoma, colta e determinata.
Nata a Roma nel 1593, Artemisia era la primogenita di Orazio Gentileschi, pittore di formazione caravaggesca che ne curò l’educazione artistica dopo la morte prematura della madre, avvenuta quando la figlia aveva dodici anni. A differenza dei fratelli, Artemisia crebbe però in condizioni fortemente limitanti: in quanto giovane donna non sposata le era vietato muoversi liberamente per la città, con evidenti conseguenze sull’accesso agli ambienti artistici e allo studio diretto delle opere. Nonostante ciò, il suo talento si manifestò precocemente. A sedici anni dipingeva già in autonomia e nel 1612 Orazio scriveva a Cristina di Lorena, granduchessa di Toscana, definendo la figlia “senza pari”.
La sua giovinezza fu segnata dal trauma dello stupro subito nel 1611 da Agostino Tassi, collega del padre. Il processo che seguì, celebrato nel 1612, costrinse Artemisia a testimoniare sotto tortura per confermare le accuse. Il giorno dopo la sentenza, la giovane sposò Pierantonio Stiattesi e si trasferì con lui a Firenze, dando inizio a una nuova fase della sua esistenza. È in questo contesto che nasce l’Autoritratto come santa Caterina d’Alessandria che va in asta.
Nel dipinto Artemisia si raffigura nei panni della santa martire del IV secolo, riconoscibile dagli attributi tradizionali: la palma del martirio, la corona che allude alla sua origine regale e la ruota spezzata irta di chiodi, simbolo del supplizio. L’inquadratura è ravvicinata, quasi intima. Il volto occupa gran parte dello spazio pittorico e cattura lo sguardo dell’osservatore con un’espressione risoluta e concentrata. La posa suggerisce che l’artista stesse lavorando davanti a uno specchio, una soluzione che Artemisia adotterà anche in altri autoritratti eseguiti negli stessi anni.
Questo autoritratto appartiene a un nucleo ristrettissimo di opere in cui Artemisia restituisce un’immagine fedele dei propri tratti. Accanto a esso figurano l’Autoritratto come martire in collezione privata, l’Autoritratto come suonatrice di liuto al Wadsworth Atheneum di Hartford, un altro Autoritratto come santa Caterina d’Alessandria oggi alla National Gallery di Londra e un autoritratto più tardo alla Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini a Roma. In tutti questi dipinti ricorrono i tratti distintivi del volto dell’artista: le labbra arcuate, la mascella piena, il caratteristico rilievo sul dorso del naso, le sopracciglia marcate sopra occhi pesanti. Dettagli che trovano riscontro anche in altre testimonianze iconografiche, come l’incisione di Jérôme David, una medaglia bronzea del Seicento e il ritratto dipinto da Simon Vouet conservato a Pisa, a Palazzo Blu.
Il periodo fiorentino è quello in cui Artemisia fa più largo uso dell’autoritratto come strumento di affermazione e promozione. Consapevole del valore della propria immagine in un contesto competitivo e dominato da uomini, l’artista adotta strategie che oggi definiremmo imprenditoriali. Come ha sottolineato lo studioso Christopher Marshall, Artemisia manipola le convenzioni del ritratto per rendere il proprio volto immediatamente riconoscibile e legarlo alla sua reputazione artistica. In una città dove esisteva una lunga tradizione di autorappresentazione degli artisti, la pittrice seppe sfruttare questo linguaggio con intelligenza e audacia.
L’Autoritratto come santa Caterina d’Alessandria è strettamente legato a un altro dipinto quasi identico per dimensioni e supporto, l’Autoritratto come martire. Entrambi sono eseguiti su tavola, un supporto insolito per Artemisia, che probabilmente utilizzò piccoli pannelli di noce ricevuti da artigiani locali, come documentano alcune fonti d’archivio. Analisi tecniche e riflettografie infrarosse hanno rivelato che la composizione subì modifiche in corso d’opera: inizialmente il dipinto era concepito come un semplice autoritratto secolare, successivamente trasformato in immagine devozionale con l’aggiunta degli attributi della santa. Un processo simile si riscontra anche nell’esemplare londinese, suggerendo che Artemisia adattasse le sue immagini in funzione delle richieste dei committenti.
La provenienza dell’opera contribuisce ulteriormente al suo valore. Acquistata a Livorno nel secolo scorso da un collezionista privato di Pisa, è rimasta nella stessa famiglia fino al 2016, per poi passare sul mercato europeo e successivamente a New York, dove l’attuale proprietario l’ha acquisita nel 2018 tramite Murphy & Partners. Tra il 2022 e il 2025 il dipinto è stato esposto in prestito al Nasjonalmuseet di Oslo, mentre è già stata avanzata una richiesta per includerlo nella grande mostra Artemisia Gentileschi: The Triumph of Painting, prevista alla Nivaagaard Collection in Danimarca nel 2028.
La solidità attributiva dell’opera è confermata da un ampio consenso critico. Studiosi come Sheila Barker, Keith Christiansen, Jesse Locker, Christopher Marshall e Judy Mann ne hanno riconosciuto l’autografia, inserendola stabilmente nel catalogo dell’artista. Le numerose citazioni in letteratura scientifica e la presenza in importanti esposizioni internazionali rafforzano il profilo di un dipinto che unisce qualità pittorica, rarità e potenza simbolica.
Proponendo questo autoritratto in asta, Christie’s porta sul mercato non solo un’opera di eccezionale valore, ma anche una testimonianza cruciale della costruzione dell’identità di Artemisia Gentileschi. In un’immagine che fonde autorappresentazione e iconografia sacra, la pittrice afferma sé stessa come artista e come donna, trasformando il proprio volto in strumento di racconto, di resilienza e di ambizione. Un’opera che incarna, in pochi centimetri di tavola dipinta, l’inizio di una carriera destinata a lasciare un segno profondo nella storia dell’arte europea.
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