Alla fine, Israele ha rotto gli indugi: il paese parteciperà alla sessantunesima edizione della Biennale di Venezia, prevista dal 9 maggio al 22 novembre 2026, nonostante la sua partecipazione non possa certo dirsi partita nella situazione più favorevole, benché non sia mai venuta meno l’intenzione di prender parte alla mostra. Dunque, dopo un’edizione 2024 segnata dalla chiusura simbolica del padiglione nazionale, lo Stato ebraico ha confermato la sua presenza ufficiale. La notizia è trapelata inizialmente attraverso dichiarazioni di addetti ai lavori e post sui social network, prima di trovare conferma nelle parole dell’artista designato a rappresentare il paese, lo scultore Belu-Simion Fainaru (Bucarest, 1973). Nonostante il Ministero della Cultura israeliano non abbia ancora diramato una nota ufficiale, la macchina organizzativa per il 2026 sembra essere già pienamente operativa.
Una delle novità più rilevanti di questa partecipazione riguarda la sede espositiva. Per la prima volta dopo decenni, la rappresentanza israeliana non troverà spazio nel padiglione storico dei Giardini, ma verrà ospitata all’interno del complesso dell’Arsenale. Questa decisione, come spiegato dallo stesso Fainaru, è dettata esclusivamente da necessità tecniche: l’edificio modernista situato nei Giardini è attualmente oggetto di profondi interventi di ristrutturazione che ne impediscono l’utilizzo per la prossima stagione. L’artista ha accolto con favore questo spostamento, osservando come l’esposizione in un edificio antico possa offrire stimoli diversi rispetto a una struttura moderna.
Belu-Simion Fainaru, nato in Romania e già rappresentante del paese che gli ha dato i natali alla Biennale del 2019, è una figura di spicco nel panorama artistico contemporaneo, insignito del prestigioso Israel Prize. Per Venezia 2026, l’artista collaborerà con i curatori Sorin Heller e Avital Bar-Shay, con i quali ha già condiviso l’esperienza della Biennale del Mediterraneo a Haifa nel 2024. In quell’occasione, Fainaru aveva presentato un’opera caratterizzata da un orologio le cui lancette ruotavano all’indietro, simbolo del desiderio collettivo di tornare al tempo precedente agli eventi tragici del 7 ottobre.
L’opera scelta per Venezia si intitola Rose of Nothingness (Rosa del Nulla), progetto che risale tuttavia al 2015, e si configura come un’installazione monumentale incentrata sull’elemento dell’acqua. Il progetto trae ispirazione dalla poetica di Paul Celan, in particolare dal concetto di “latte nero”, e si avvale di una complessa rete di sedici condutture che faranno gocciolare acqua nera in una vasca sottostante. Il numero sedici non è casuale, ma rimanda alla simbologia della Cabala, dove rappresenta il concetto di trasformazione. Secondo le descrizioni fornite, l’installazione intende configurarsi come una sorta di pagina talmudica spaziale priva di lettere, dove il senso non risiede nel testo scritto ma nell’attenzione e nella presenza dello spettatore. L’opera gioca sulla tensione tra la presenza e l’assenza, invitando chi guarda a riflettere su temi quali la memoria, la coscienza e lo scorrere del tempo.
Nonostante le intenzioni poetiche dell’artista, la conferma della partecipazione israeliana ha immediatamente innescato una dura reazione da parte di gruppi di attivisti. Il collettivo Art Not Genocide Alliance (ANGA), che già nel 2024 aveva guidato le proteste per l’esclusione di Israele, ha rinnovato il proprio appello alla Biennale affinché il padiglione venga rimosso. Attraverso i propri canali social, ANGA ha definito la partecipazione israeliana come la presenza di un “padiglione del genocidio”, sostenendo che non possa esserci spazio per il dialogo culturale finché non sarà fatta giustizia per le azioni intraprese a Gaza. Il gruppo ha inoltre minacciato un boicottaggio totale, che coinvolgerebbe sia gli artisti che il pubblico, qualora la Biennale non dovesse accogliere le loro richieste.
Le motivazioni addotte da ANGA si basano sulla prosecuzione delle operazioni militari israeliane che, secondo il collettivo, continuerebbero nonostante un cessate il fuoco dichiarato nell’ottobre 2025. Le fonti citate dagli attivisti riportano la morte di centinaia di palestinesi dall’inizio di tale tregua, mentre le autorità israeliane sostengono di rispondere alle violazioni degli accordi da parte di Hamas. ANGA, seguendo i principi della Campagna palestinese per il boicottaggio accademico e culturale di Israele (PACBI), specifica di non mirare all’esclusione dei singoli artisti in quanto individui, ma di contestare la rappresentanza ufficiale dello Stato.
Di fronte a queste pressioni, Belu-Simion Fainaru ha espresso una posizione di netta chiusura verso ogni forma di boicottaggio. L’artista ha ribadito che l’arte dovrebbe essere, per sua natura, uno spazio dedicato al dialogo e al superamento delle barriere politiche. Secondo la sua visione, la politica dell’esclusione rappresenta una sconfitta per l’umanità e per la cultura stessa. Fainaru ha descritto la sua installazione come l’antitesi del boicottaggio: un’opera pensata per offrire una visione di speranza e umanità, capace di dare spazio a chiunque, indipendentemente dalle appartenenze politiche o nazionali.
Il precedente del 2024 proietta un’ombra significativa sulla prossima edizione. Due anni fa, l’artista Ruth Patir, pur avendo allestito il padiglione israeliano, decise di non aprirlo al pubblico il giorno dell’inaugurazione. La sua fu una scelta di protesta personale: Patir dichiarò che le porte sarebbero rimaste chiuse fino a quando non si fosse raggiunto un accordo per il cessate il fuoco e la liberazione degli ostaggi catturati il 7 ottobre. Sebbene molti degli ostaggi siano stati successivamente rilasciati nell’ambito degli accordi di tregua, la ferita nel mondo dell’arte rimane aperta. All’epoca, l’allora Ministro della cultura Gennaro Sangiuliano si oppose fermamente alle richieste di boicottaggio, dribadendo il diritto di ogni nazione riconosciuta dall’Italia di partecipare alla rassegna.
La posizione ufficiale della Biennale di Venezia è rimasta coerente nel tempo. L’organizzazione ha più volte chiarito di non possedere l’autorità per escludere nazioni che godono del riconoscimento diplomatico da parte del governo italiano. Questo principio di neutralità istituzionale ha permesso in passato la partecipazione di paesi al centro di aspre critiche internazionali, come l’Iran. Il caso della Russia rappresenta un’eccezione parziale, poiché la sua assenza nelle ultime edizioni, seguita all’invasione dell’Ucraina, è stata presentata dalla Biennale come una scelta volontaria da parte delle autorità di Mosca piuttosto che come un’espulsione formale. Per quanto riguarda la Palestina, non essendo riconosciuta come Stato sovrano dall’Italia, non dispone di un padiglione nazionale ufficiale, sebbene le sue espressioni artistiche trovino spesso spazio in eventi collaterali autorizzati dalla Biennale.
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