A Ravenna, città storicamente associata ai grandi cicli musivi parietali delle sue basiliche, un’opera contemporanea collocata a terra sta catalizzando un’attenzione che va oltre l’ambito strettamente artistico. Si tratta de Il Pavimento, mosaico ideato da Nicola Montalbini (Ravenna, 1986) e installato all’interno di Porta Adriana, una delle porte storiche di accesso alla città, che introduce alla principale arteria pedonale del centro, in occasione della Biennale di Mosaico Contemporaneo. Nato come intervento temporaneo, il lavoro è diventato nel giro di poche settimane oggetto di un dibattito pubblico che coinvolge cittadini, commercianti, amministrazione comunale e Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio: sono molti, infatti, quelli che vorrebbero tenere l’opera anche oltre la fine della Biennale, che si concluderà il 18 gennaio.
Il mosaico è stato realizzato da Montalbini in collaborazione con il Gruppo Mosaicisti Ravenna di Marco Santi e con il coinvolgimento degli studenti dell’Accademia di Belle Arti, Roberta Casadei, Francesca Fantoni, Lorenzo Baruzzi, Chiara Cappucci, Yinzhuoran Cheng, Martina Di Mattia, Mattia Farinelli, Chiara Ferraresi, Xia Lingjie, Hernan Lombardo e Marica Zanga. La curatela è di Daniele Torcellini ed Eleonora Savorelli. Il progetto, organizzato dall’associazione Marte, ha inoltre ricevuto il sostegno del Comune di Ravenna e degli sponsor Mapei e Profilpas. Dal punto di vista iconografico, l’opera propone una sequenza di animali e creature fantastiche che affondano le radici in ricordi personali, letture, citazioni di antichi mosaici e suggestioni legate al futuro. Il pavimento diventa così un passaggio fisico e simbolico, un attraversamento che invita a una lettura stratificata e non immediata.
“Il Pavimento”, dice l’artista Nicola Montalbini, “che nasce come installazione temporanea in occasione della IX Biennale di Mosaico Contemporaneo, oltre che un’opera è stato un viaggio, nelle memorie di una città che ha perso molte cose per strada, in primis il suo elemento naturale. Ma è stato anche un viaggio nelle stanze della mia infanzia, quando questa città cominciò a parlarmi, molto tempo fa. Ravenna è famosa per i suoi mosaici antichi, che sono in gran parte parietali e realizzati con smalti e paste vitree. Sono sempre oggetti di contemplazioni, immagini fluttuanti verticali ed avvolgenti, più vicine al cielo che alla terra. Il Pavimento è stato come aprire una botola e far uscire dal terreno il grande rimosso di questa città, e tutto il suo abisso di creature dimenticate ed interrate dalla storia; parlo anche della possibilità che il mosaico potesse essere anche terreno, basamento, piano, spazio abitabile e calpestabili. Questo grande mosaico pavimentale non avrebbe potuto nascere se non attraverso una stretta collaborazione con il Gruppo Mosaicisti di Marco Santi, storica azienda ravennate, che mi ha dato gli spazi e il supporto tecnico per realizzarla, il contributo del Comune di Ravenna, la curatela di marte Associazione (Eleonora Savorelli) e di Daniele Torcellini (Direttore artistico della Biennale), e i/le tirocinanti dell’Accademia Statale di Belle Arti di Ravenna e gli sponsor Mapei e Profilpas”.
La scelta di intervenire su una superficie calpestabile rappresenta dunque un’eccezione rilevante nel contesto ravennate, noto soprattutto per i mosaici parietali conservati nei complessi monumentali. Proprio questa caratteristica ha contribuito a rendere l’opera immediatamente visibile e accessibile, favorendo un rapporto diretto con lo spazio urbano e con chi lo attraversa quotidianamente. A quasi tre mesi dall’inaugurazione avvenuta il 17 ottobre 2025, tra gli eventi di punta della Biennale, il tappeto musivo continua ad attirare l’attenzione della città. Incontri pubblici di approfondimento, visite guidate, scolaresche in visita testimoniano un coinvolgimento che si è progressivamente ampliato.
Nel corso delle settimane successive all’inaugurazione, il mosaico quindi è stato progressivamente abitato dalla città. Alcuni lo attraversano ripetutamente in bicicletta, altri si soffermano a osservarne i dettagli. In un’occasione, una classe di scuola materna ha utilizzato lo spazio come luogo di attività didattica, sedendosi a terra con fogli e colori per disegnare le figure immaginate dall’artista. Il flusso continuo di persone ha alimentato una scoperta graduale dell’opera, fatta di particolari che emergono nel tempo: piccoli animali, elementi decorativi, una colombina che sembra sostenere lo sguardo dei passanti, fino al ritratto dell’archeologa ravennate Maria Grazia Maioli, figura di riferimento per la storia archeologica della città, scomparsa di recente.
Nonostante l’ampio consenso registrato, la natura temporanea dell’intervento resta un nodo centrale della vicenda. Secondo il programma ufficiale della Biennale di Mosaico Contemporaneo, Il Pavimento dovrebbe essere rimosso il 18 gennaio 2026 e trasferito in un altro luogo. Secondo il giornale Il Resto del Carlino, fin dai primi giorni successivi alla presentazione, tuttavia, numerosi cittadini hanno espresso il desiderio che l’opera resti a Porta Adriana, ritenendola capace di valorizzare lo spazio e di riattivare il rapporto tra la porta storica e il tessuto urbano circostante. Su iniziativa dei commercianti della zona, in particolare dei titolari della gelateria Panna & Fragola, è stata dunque avviata una raccolta firme a sostegno della permanenza del mosaico. Sono centinaia al momento le firme.
L’amministrazione comunale ha dichiarato la propria disponibilità a valutare positivamente questa ipotesi, ma la decisione finale non rientra nelle sue competenze esclusive. Porta Adriana è infatti sottoposta a vincolo e qualsiasi intervento permanente deve essere autorizzato dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio, articolazione territoriale del Ministero della Cultura. La questione è approdata anche in Consiglio comunale, che nei giorni scorsi ha votato all’unanimità una richiesta formale alla Soprintendenza affinché l’opera di Montalbini possa restare nel luogo attuale. Nel dibattito sono emersi anche aspetti collaterali, come la richiesta rivolta all’Accademia della Crusca per verificare l’esistenza del termine “mostresse”, utilizzato nella didascalia dell’opera accanto alla parola “mostri”. Un episodio che ha ampliato il confronto, introducendo una riflessione sul linguaggio e sulle scelte terminologiche nel contesto dell’arte contemporanea. Al momento, Il Pavimento resta perciò installato a Porta Adriana fino al termine della Biennale.
“Negli ultimi due mesi”, continua Montalbini, “molti cittadini lo hanno sentito e da subito ha preso corpo una spinta popolare affinché il pavimento possa rimanere dov’è e non venga smantellato il 18 gennaio. Ovviamente, la cittadinanza si è mossa affinché Il Pavimento rimanga in loco come patrimonio musivo della città, c’é stata una copiosa raccolta firme ed una mozione votata all’unanimità dal consiglio comunale. Se ciò avrà un esito positivo, ne sarò felice. Ma nel caso in cui non potesse permanere all’interno della Porta storica in cui è attualmente posizionato, accetterò di lasciarlo alla città alla condizione che non venga musealizzato e mantenga il suo carattere pubblico e calpestabile”.
L’ultima parola sulla sua eventuale permanenza spetta quindi alla soprintendente Gonzato, chiamata a valutare la compatibilità dell’opera con il contesto storico-architettonico tutelato. In attesa della decisione, il caso ravennate continua a porre domande sul ruolo dell’arte pubblica negli spazi storici, sui limiti tra temporaneità ed eredità permanente e sulle forme di partecipazione dei cittadini ai processi decisionali legati al patrimonio culturale.
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