Il trono di Palazzo Reale torna a Napoli: il restauro ne rivela l’origine sabauda


Dopo oltre 16 mesi di assenza, il trono rientra nella Sala del Trono di Palazzo Reale a Napoli. Il restauro, condotto dal Centro Conservazione e Restauro La Venaria Reale nell’ambito del progetto “Restituzioni” di Intesa Sanpaolo, ha ridefinito cronologia e committenza dell’opera.

Dopo oltre sedici mesi di assenza, il trono di Palazzo Reale di Napoli è tornato nella Sala del Trono, al termine di un intervento di restauro che ne ha ridefinito in modo sostanziale l’inquadramento storico. L’opera si presenta con una doratura che restituisce leggibilità all’apparato decorativo e con una nuova attribuzione documentaria che ne sposta la committenza dall’ambito borbonico a quello sabaudo. La presentazione ufficiale ha riunito i soggetti coinvolti nell’intervento, tra finanziatori, restauratori e storici dell’arte. L’incontro è stato aperto dalla direttrice delegata Tiziana D’Angelo, che ha introdotto Antonio Denunzio, vicedirettore delle Gallerie d’Italia di Napoli, in rappresentanza di Intesa Sanpaolo. Il restauro rientra infatti nella XX edizione del progetto Restituzioni, promosso dall’istituto bancario in collaborazione con il Ministero della Cultura.

Il trono aveva lasciato Napoli il 12 settembre 2024 per raggiungere il Centro Conservazione e Restauro “La Venaria Reale” di Torino, dove è stato sottoposto a un intervento durato sette mesi. Durante il periodo di assenza è stato sostituito nella sala da una seduta borbonica settecentesca. Prima dell’avvio delle operazioni conservative, il manufatto è stato oggetto di un’ispezione condotta con tecnologie avanzate grazie al contributo di scienziati del CNR. I restauratori del centro torinese hanno applicato un protocollo di analisi e intervento già adottato per arredi analoghi, tra cui il trono del Palazzo del Quirinale. Le fasi del restauro sono state illustrate da Michela Cardinali, direttrice dei laboratori del centro, mentre Paola Ricciardi, referente scientifica del progetto per Palazzo Reale, ne ha ricostruito il percorso di studio. Parallelamente all’intervento conservativo, i funzionari storici dell’arte della reggia hanno avviato ricerche archivistiche che hanno portato a una revisione della cronologia finora accettata. Il trono, catalogato come opera borbonica databile tra il 1845 e il 1850, risulta invece commissionato dai Savoia e liquidato nel 1874. La nuova datazione sposta in avanti di circa trent’anni la realizzazione dell’arredo e incide sulla lettura delle trasformazioni ottocentesche del palazzo.

Antonella Delli Paoli, funzionaria storica dell’arte, e Ilaria La Volla, funzionaria restauratrice di Palazzo Reale, hanno accompagnato la visita alla sala, soffermandosi sulle scoperte documentarie e sulla riorganizzazione dell’apparato tessile. L’intervento sui tessili ha interessato il tappeto su cui poggia la seduta, le fasce laterali che rivestono la pedana, le mantovane delle tende e il baldacchino. Le operazioni, coordinate dalle restauratrici della reggia e affidate a Graziella Palei della ditta Conservazione e Restauro Opere d’Arte, si sono svolte negli ultimi tre mesi direttamente nella Sala del Trono, consentendo al pubblico di osservare dal vivo le fasi di un lavoro complesso e delicato. Dopo il completamento del restauro, nel maggio 2025 il trono è stato presentato in anteprima alla Reggia di Venaria nell’ambito dell’anteprima della XX edizione di Restituzioni, una delle principali iniziative del Progetto Cultura di Intesa Sanpaolo. La mostra si è poi svolta a Roma, al Palazzo delle Esposizioni, dal 28 ottobre 2025 al 18 gennaio 2026.

Il trono di Palazzo Reale dopo il restauro
Il trono di Palazzo Reale dopo il restauro
Il trono di Palazzo Reale prima del restauro
Il trono di Palazzo Reale prima del restauro
Il restauro del trono di Palazzo Reale a Napoli
Il restauro del trono di Palazzo Reale a Napoli

Dichiarazioni

“Il rientro del Trono al Palazzo Reale di Napoli segna il compimento di un articolato percorso di studio, restauro, ricerca e valorizzazione che ha profondamente rinnovato la conoscenza di questo significativo”, sostiene Massimo Osanna Direttore generale Musei. “Le attività di studio condotte dai professionisti del museo hanno consentito di chiarire con precisione origine e datazione, mentre l’intervento conservativo, realizzato nell’ambito del progetto Restituzioni di Intesa Sanpaolo in collaborazione con il Centro di Conservazione e Restauro “La Venaria Reale”, e le successive esposizioni temporanee presso la Reggia di Venaria e il Palazzo delle Esposizioni di Roma, hanno contribuito in modo determinante alla valorizzazione dell’opera e all’ampliamento delle sue modalità di fruizione. Questa esperienza conferma come i musei siano oggi luoghi attivi di produzione di conoscenza, in cui studio, conservazione e valorizzazione procedono insieme, e mette in evidenza il valore di collaborazioni virtuose, sia all’interno del Sistema Museale Nazionale sia nel dialogo tra pubblico e privato”.

“Il trono, simbolo del Palazzo Reale di Napoli, fa ritorno nell’Appartamento di Etichetta, nella sala cui appartiene e che oggi ritrova la propria identità”, dichiara Tiziana D’Angelo, Direttrice delegata del Palazzo Reale di Napoli. “Un restauro reso possibile dal progetto Restituzioni di Intesa Sanpaolo, ma che si colloca all’interno di un più ampio e complesso intervento sulla Sala del Trono coordinato e diretto dai nostri restauratori, che ha visto anche lavori di risistemazione e ripristino dei tessili, del tappeto e del baldacchino. Dunque un importante lavoro di squadra completato dagli studi dei nostri storici dell’arte e archivisti, che hanno ricondotto la commissione e realizzazione del trono all’età sabauda, facendo nuova luce su una delle opere più rappresentative della Reggia”.

“Il modo con cui ci siamo presi cura del prezioso manufatto di Palazzo Reale”, dice Michele Coppola, Executive Director Arte, Cultura e Beni Storici Intesa Sanpaolo e Direttore Generale Gallerie d’Italia, “dimostra chiaramente lo spirito di Restituzioni, il programma che da oltre trentasei anni ci vede al fianco delle istituzioni pubbliche nella difesa e valorizzazione del patrimonio culturale italiano. Il restauro del trono affidato ai migliori professionisti, le nuove conoscenze emerse dagli studi, il percorso di condivisione  dell’opera, prima a Venaria Reale e poi a Roma, per “restituirla” oggi, in una veste di rinnovata bellezza, alla propria comunità: tutto questo racconta l’impegno concreto della Banca per preservare e promuovere le testimonianze artistiche del Paese, di cui è ricchissima Napoli, una delle città delle nostre Gallerie d’Italia alla quale siamo particolarmente legati”.

 “La collaborazione tra la Fondazione Centro per la Conservazione ed il Restauro dei Beni Culturali “La Venaria Reale” (CCRR) e il Palazzo Reale di Napoli”, afferma Alfonso Frugis, Presidente del Centro Conservazione e Restauro “La Venaria Reale”, “è nata anni fa nell’ambito di un progetto di conservazione preventiva e programmata, che ha portato i professionisti del Centro a condurre una campagna di schedatura conservativa e definizione di attività dirette sulle opere delle collezioni del Palazzo. Grazie al lavoro congiunto, il Palazzo Reale di Napoli ha potuto avere una mappa delle priorità di restauro, tra cui la necessità di intervenire sul trono”.

“Grazie alla rassegna Restituzioni di Intesa Sanpaolo”, sostiene Michela Cardinali, direttrice Laboratori di Restauro e Scuola di Alta Formazione e Studio del CCR “La Venaria Reale”, “è stato possibile compiere questo impegnativo restauro che ha coniugato le competenze dei funzionari del Palazzo Reale di Napoli e dei restauratori e scienziati del CCR. Abbiamo potuto effettuare radiografie digitali complete sul trono, per comprenderne la complessità costruttiva, grazie ad un apparato radio-tomografico di cui sono dotati i nostri laboratori per effettuare analisi su oggetti di grandi dimensioni. Si è poi eseguita la pulitura della doratura selettiva e senza l’utilizzo di agenti chimici aggressivi grazie a tecnologie LASER e con un approccio sostenibile ed eco-compatibile a cui il CCR da tempo guarda”.




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