Sono state davvero scoperte venti nuove opere di Michelangelo Buonarroti, custodite in una stanza segreta, come tanti giornali stanno dicendo in queste ore? Non proprio: andiamo con ordine. La notizia parte da uno studio di una ricercatrice indipendente, Valentina Salerno, affiliata a un “centro studi” denominato “Michelangelo Museum” del quale non esiste alcuna traccia, a parte una pagina Facebook che fa riferimento a un progetto di divulgazione avente sede in via Mecenate 27 a Roma, dove lo scorso 8 dicembre ha aperto M-lab, uno spazio dedicato al grande artista rinascimentale. La ricerca di Salerno, pubblicata su Academia.edu, mette in discussione la tradizionale storia vasariana del rogo dei disegni, secondo cui Michelangelo, in fin di vita, avrebbe dato fuoco ai fogli che aveva tra le mani e che reputava non all’altezza della sua fama. La narrazione storiografica, cristallizzata per secoli dalle Vite di Giorgio Vasari, descrive infatti un Michelangelo Buonarroti che, ormai prossimo alla fine e tormentato da febbre altissima, avrebbe dato alle fiamme gran parte della sua produzione artistica personale, inclusi schizzi, cartoni e modelli. L’indagine condotta Valentina Salerno propone una prospettiva radicalmente diversa, suggerendo che il celebre artista non abbia distrutto il proprio lascito, ma abbia piuttosto orchestrato un sofisticato piano di occultamento per tutelare le proprie creazioni. Tuttavia, come si vedrà, non ci sono grosse novità, dal momento che era già noto agli studiosi che parte dell’eredità di Michelangelo sia stata spartita tra alcuni suoi collaboratori.
Ad ogni modo, interpretando la biografia del Buonarroti come un’opera di azioni concrete, Salerno, che ha impiegato nove anni per terminare il suo lavoro, ha analizzato i movimenti e le relazioni dei personaggi che circondavano il maestro nei suoi ultimi giorni, trattandoli quasi come soggetti di un’indagine giudiziaria. Il fulcro della storia risiede nella residenza di Macel de’ Corvi, la casa-atelier di Michelangelo situata nei pressi della Colonna Traiana. Quando l’ufficiale giudiziario Antonio Amati, inviato dal pontefice su pressione delle autorità fiorentine, perquisì l’abitazione all’alba del 19 febbraio, trovò una situazione anomala. Nonostante la casa fosse stata per decenni un centro di produzione frenetica, colma di bozzetti, modelli in cera e strumenti di lavoro, in casa, come si evince da una carta dell’Inventario Buonarroti conservato presso l’Archivio di Stato di Roma, si presentava con una desolante vacuità: erano presenti solo tre grandi sculture incompiute, alcuni cartoni e un ingente patrimonio in monete d’oro e d’argento. La tesi di Salerno sostiene che sia tecnicamente impossibile che un uomo di quasi novant’anni, in preda a una malattia debilitante, possa aver bruciato in un camino domestico una mole così vasta di materiali, molti dei quali non combustibili, come gessi, pietre semilavorate e fusioni in metallo.
Le prove di un possibile accordo segreto emergono dalle pieghe dei documenti notarili redatti dal notaio Francesco Tomassino (nei documenti menzionato come Franciscus Thomassinus), che annotò diverse irregolarità durante l’ispezione della casa. Si menzionano sigilli manomessi da parte di Tommaso de’ Cavalieri, amico e a lungo amante di Michelangelo, dichiarazioni fumose sulla data d’inizio della malattia del maestro e la presenza di mobili sigillati che non vennero ispezionati perché dichiarati appartenenti a terzi. Queste “zone d’ombra” suggeriscono un’attività febbrile avvenuta tra il decesso dell’artista e l’arrivo delle autorità, volta a spostare materiale prezioso attraverso i passaggi segreti di cui la casa era dotata. Si tratta fin qui, tuttavia, di materiale già noto agli studiosi.
Michelangelo, secondo la studiosa, avrebbe architettato un “piano per la sua dipartita” (così lo chiama Salerno), a suo avviso dettato dalla necessità di aggirare lo ius sanguinis, il diritto ereditario dell’epoca che avrebbe consegnato tutto il suo patrimonio artistico al nipote Leonardo Buonarroti. Il rapporto tra i due era teso e segnato dalla diffidenza, come dimostrano le lettere in cui il maestro accusava il parente di essere interessato solo alla futura eredità (Salerno cita una lettera, pubblicata in varie sedi, in cui l’artista rivolge parole non proprio amichevoli al parente). Al contrario, Buonarroti nutriva una profonda fiducia verso la sua cerchia romana, composta da allievi devoti e amici come il succitato Tommaso de’ Cavalieri. Proprio quest’ultimo emerge come il principale custode delle reali volontà del defunto, un protettore potente e colto capace di gestire la complessa transizione dei beni senza destare sospetti ufficiali.
“I documenti conservati nell’Archivio di Stato di Roma”, spiega Salerno nella ricerca, “sono stati messi in relazione con una serie di fonti eterogenee (dagli epistolari ai fondi nobiliari, dalle bolle papali agli almanacchi d’epoca, passando per lo studio di stampe, monete e incisioni, dipinti, alberi genealogici e proprietà immobiliari, inerenti i soggetti e gli ordini ecclesiastici coinvolti). Dopo questi approfondimenti è stato possibile sintetizzare al loro interno una linea di concatenazione di dati e risultati che permette di sostenere la tesi in oggetto in maniera rapida e precisa, si sono ricostruiti i passaggi chiave che hanno condotto l’eredità artistica di Michelangelo nelle mani dei suoi allievi e amici prediletti”.
A cristallizzare, “come in una fotografia” spiega Salerno, quello che c’era in casa Buonarroti alla data della sua morte, il 19 febbraio 1564 a Roma, rimane il ben noto inventario, di cui s’è già detto, con tanto di anomalie registrate dal notaio Francesco Tomassino. Va poi aggiunto il lascito testamentario di Daniele Ricciarelli da Volterra (4 aprile 1566), in cui Salerno nota ulteriori anomalie, a cominciare dal nome dell’esecutore, che la ricercatrice individua per la prima volta: si tratterebbe di Giovanni Francesco Lottini, canonico di San Pietro, volterrano come l’artista. “Lottini”, spiega Salerno, apparirà più volte in questa vicenda in ruoli chiave, insieme a Tomaso e agli allievi di ‘seconda generazione’ che sono nominati beneficiari di questo testamento: Michele Alberti, Feliciano da San Vito, Blasio Betti”. Tra le anomalie anche la presenza, nell’inventario, di alcuni libri di architettura e classici latini che alcuni studiosi avevano già ricondotto alla biblioteca scomparsa di Michelangelo.
Un terzo documento è il testamento di Giacomo Rocchetti (o Jacopo Rocchetti, allievo di Daniele da Volterra) conservato all’Archivio di Stato di Roma: Rocchetti era in possesso di diversi disegni riconducibili a Michelangelo. Daniele da Volterra, nel suo testamento, aveva legato i suoi tre eredi (suoi allievi) in modo indissolubile, a pena di decadenza dall’eredità e di sanzioni economiche. Secondo Salerno, questa circostanza induce a ritenere che oggetto del lascito siano materiali di ingentissimo valore artistico, economico ed affettivo, tanto che Giacomo Rocchetti e Michele Alberti (un altro allievo beneficiario del testamento di Daniele da Volterra) decidono di unire le loro famiglie, sposando uno la sorella dell’altro (il testamento di Daniele peraltro menziona proprio la sorella di Michele Alberti come beneficiaria di eventuale dote matrimoniale). Ricciarelli dunque, attraverso le formule stilate nell’atto dal notaio Thomassinus, impone ai suoi tre allievi e eredi diversi obblighi, che Salerno definisce “un patto di indissolubilità e di inalienabilità dei beni della bottega”. Le figlie di Giacomo e nipoti di Michele, “non essendo più legate ai vincoli imposti alla generazione precedente”, continua la studiosa, “essendo ormai deceduti i custodi di quel patto, erediteranno centinaia di disegni, stavolta inventariati come di mano di Michelangelo”.
Infine, un elemento risolutivo in questa ricostruzione secondo Salerno è rappresentato dal rinvenimento di atti notarili inediti risalenti al 1572, legati alla figura di Blasio (Biagio) Betti, uno degli eredi di Daniele da Volterra. In questi documenti, gli unici inediti dello studio di Salerno, rinvenuti tra le carte dell’Archivio di Stato di Roma, si descrive il passaggio di una chiave fisica destinata ad aprire un misterioso cubicolo dove erano custoditi beni preziosissimi. Questa stanza, accessibile solo attraverso l’uso simultaneo di più chiavi possedute da diversi allievi, era regolata da un patto di indissolubilità che vietava la vendita delle opere. Il fatto che centinaia di disegni di Michelangelo abbiano iniziato a comparire negli inventari degli allievi solo molti anni dopo, alla morte dei custodi originari, conferma che il materiale non era mai andato distrutto. Che tutto questo entourage abbia però ereditato diversi fogli era cosa ben nota agli studiosi. Le uniche novità riguarderebbe la storia del del rogo, che secondo l’interpretazione sarebbe stata quindi una versione di comodo, accettata da tutti per evitare incidenti diplomatici e per permettere all’entourage romano di Michelangelo trattenere i disegni e i modelli del maestro, e l’esistenza di un cubicolo chiuso a chiave che andrebbe ad avvalorare in qualche misura la ricostruzione di Salerno. Il punto è che la residenza di Macel de’ Corvi, situata in un quartiere popolare della Roma cinquecentesca oggi non più esistente, è stata demolita, assieme a tutto il quartiere, all’epoca della costruzione del Vittoriano, quindi la speranza di ritrovare una stanza segreta in casa di Michelangelo è, quanto meno, mal riposta. Dall’analisi dei documenti inediti, scrive Salerno, “si evince che la stanza in oggetto contiene dei beni, con grande probabilità riconducibili a Michelangelo; la sua esistenza è infatti antecedente alla morte di Daniele Ricciarelli e i beni sono talmente preziosi da essere tenuti chiusi con accortezze degne di un tesoro. Le tre chiavi sono menzionate nell’atto per mezzo di una vera e propria cronaca del notaio, che ne ricostruisce l’esistenza, i passaggi di mano e le regole di utilizzo, Thomassinus ricorda che vennero segretamente e velocemente recuperate e scambiate tra gli allievi all’alba della mattina della morte di Daniele”.
Tuttavia, era già noto, come anticipato, che molte cose di Michelangelo sopravvissero alla sua scomparsa e vennero divise tra diversi soggetti. Vale la pena, dunque, riportare alcuni stralci dei lavori più aggiornati. Il giorno successivo alla scomparsa del maestro, ha scritto la studiosa Marcella Marongiu in un suo paper pubblicato negli atti del convegno scientifico Tommaso de’ Cavalieri arbitro del gusto nella Roma della seconda metà del Cinquecento, tenutosi nel 2020 alle Gallerie Nazionali d’Arte Antica di Palazzo Barberini a Roma, “furono Daniele da Volterra e Tommaso de’ Cavalieri, su ordine del Governatore Alessandro Pallantieri, a occuparsi della redazione dell’inventario dei beni dell’artista rimasti nella casa di Macel de’ Corvi, al fine di tutelare i diritti di successione di Leonardo Buonarroti; per questo, già qualche giorno prima, Tommaso de’ Cavalieri aveva fatto sigillare una cassa con i denari alla presenza di due testimoni. Gli avvenimenti qui descritti, noti dalla relazione acclusa all’inventario, sono confermati da una lettera di Daniele da Volterra a Giorgio Vasari, inviata un mese più tardi, nella quale particolare rilievo è dato ai ‘cartoni’ rimasti in casa di Michelangelo ma da questi destinati agli amici più cari: Tommaso de’ Cavalieri reclamò e ottenne un «cartone grando, dove sono designati et schizzata la figura di Nostro Signore Jesu Cristo et quella della gloriosa Vergine Maria sua madre», mentre «Certi disegni piccoli di quelle Nuntiate, et del Christo che ora nell’orto, egli li haveva donati a Jacopo suo [Rocchetti], e compagno di Michele [Alberti] se vene ricorda», ovvero ai collaboratori di Daniele da Volterra nell’ultimo suo decennio di attività. Daniele e Tommaso sono, ancora, ricordati insieme in una lettera di Giorgio Vasari a Leonardo Buonarroti, come esecutori designati da Michelangelo per la realizzazione della propria sepoltura. Se la comune presenza di Daniele e Tommaso al capezzale di Michelangelo, e il successivo impegno come tutori delle sue proprietà, non possono da soli essere interpretati come testimonianze di un legame tra loro, una relazione di amicizia e reciproca fiducia è quanto risulta dalla spartizione dei cartoni, di cui sembra che Daniele si fosse occupato in prima persona, così come più tardi si occupò di distribuire del vino agli amici di Michelangelo, per conto di Leonardo Buonarroti”. E ancora: “All’altezza della metà degli anni Sessanta”, Michelangelo e Daniele da Volterra “godevano di un certo prestigio, dovuto in parte al fatto che alla morte di Michelangelo Rocchetti ereditò da lui due tra i più bei ‘cartoni’ dell’artista – l’Annunciazione e l’Orazione nell’orto ora agli Uffizi – ed un significativo numero di studi preparatori doveva aver ricevuto quando il maestro era ancora in vita, a giudicare dalle notizie ricavabili dall’inventario stilato alla sua morte, che elencava oltre cento disegni di mano di Michelangelo, e un dipinto tratto dal ‘cartonetto’ con l’Orazione nell’orto. Dal canto suo, Michele Alberti era stato designato da Daniele da Volterra, insieme a Feliciano da San Vito e Biagio Betti, come esecutore testamentario ed erede dei disegni, dei modelli e degli strumenti presenti nella sua bottega. Delle enormi possibilità che venivano a Rocchetti e Alberti dal possesso dei disegni di Michelangelo e di Daniele sono specchio le parole di Giorgio Vasari, che nella biografia del Ricciarelli, dopo aver lodato gli eredi del volterrano come artisti promettenti, aggiungeva piccato una sorta di postilla fortemente critica nei loro confronti. A rinforzare il ruolo di Michele Alberti e Jacopo Rocchetti nell’ambiente artistico capitolino non dovette essere secondario il rapporto privilegiato intrattenuto con i due artisti da Leonardo Buonarroti: questi, infatti, alla morte dello zio, aveva incaricato Daniele da Volterra, insieme a Jacopo del Duca e Jacopo Rocchetti, di realizzare la tomba di Michelangelo, utilizzando le sculture della tomba di Giulio II rimaste nello studio fiorentino (la Vittoria di palazzo Vecchio e i quattro Prigioni ora alla Galleria dell’Accademia di Firenze), un progetto poi fallito per l’opposizione del Vasari, che desiderava ottenere le sculture per Cosimo I; dopo la morte di Daniele, Michele Alberti e Feliciano da San Vito (probabilmente con Rocchetti) furono incaricati da Leonardo della rinettatura delle teste bronzee di Michelangelo lasciate incompiute da Daniele da Volterra. Infine, Jacopo Rocchetti si era associato con Jacopo del Duca e con Marco Antonio Ortensi – quest’ultimo in veste di finanziatore – per realizzare un tabernacolo bronzeo, basato su un disegno di Michelangelo, quale memoria funebre del Buonarroti da porre in Santa Maria degli Angeli a Roma: un’impresa nata come conseguenza del fallimento del progetto della tomba fiorentina di Michelangelo che Leonardo Buonarroti aveva affidato a Daniele affiancato dai due Jacopo”.
Perché, a questo punto, si è diffusa la notizia che sarebbero state scoperte venti opere inedite di Michelangelo? Tutto nasce dall’articolo del Messaggero che per primo ha dato conto della ricerca di Valentina Salerno. Così si legge nel pezzo firmato da Franca Giansoldati: “Grazie al lavoro certosino – durato una decina d’anni – una giovane ricercatrice indipendente romana, Valentina Salerno, ha ricostruito nel dettaglio cosa accadde proprio nell’ultimo periodo di vita del più grande artista dell’epoca. Consultando, raccogliendo e confrontando documenti di cinquecento anni fa, conservati in diversi archivi italiani e stranieri, tra cui l’Archivio di Stato e del Vaticano, è stato possibile determinare l’intera filiera storica comprovante l’autenticità di almeno una ventina di opere nuove, finora sconosciute o non attribuite con certezza al genio rinascimentale. Dal silenzio è affiorata la linea documentale contenuta in decine di testamenti, inventari e atti notarili, alcuni dei quali inediti, che dimostrano il percorso fatto di oggetti creduti perduti. Sculture, disegni e sanguigne arrivati ai giorni nostri e spesso non catalogati come originali”.
Nella ricerca pubblicata su Academia.edu non c’è però alcuna menzione a eventuali opere finora sconosciute. Secondo le informazioni riportate dal quotidiano romano, l’arciprete della Basilica di San Pietro, Mauro Gambetti, ha radunato un comitato scientifico che raduna diversi esperti di Michelangelo, tra i quali Hugh Chapman, Barbara Jatta, Pietro Zander, Alessandro Cecchi e Cristina Acidini. Abbiamo raggiunto proprio Cristina Acidini per ottenere alcune informazioni in più: la studiosa ci ha implicitamente confermato l’esistenza di un comitato (anche se non ci ha confermato la composizione, né ci ha detto di che cosa si sta occupando nello specifico). Acidini ci ha solo detto di essersi recata in Vaticano nell’ambito dell’organizzazione di una mostra sulla cupola (nel 2026 si celebrano infatti i 400 anni della dedicazione della Basilica di San Pietro) e di essersi solo in quel momento imbattuta nella ricerca di Valentina Salerno. “Ero lì”, ci ha detto, “per la mostra e i disegni e ho ascoltato quanto esposto dalla dottoressa Salerno. Non sono coinvolta in quella ricerca. Nel comitato il dottor Cecchi e io abbiamo suggerito il prestito di alcuni disegni della Casa Buonarroti per l’eventuale mostra sulla cupola, di cui Michelangelo fu progettista. Abbiamo ascoltato dalla ricercatrice una relazione sulla sua ricerca”.
Per quanto riguarda la presunta scoperta, Acidini taglia corto: “Credo sia eccessivo parlare di scoperta: viene proposto un indizio per avviare nuove ricerche”. Alla richiesta di ulteriori dettagli su eventuali nuove attribuzioni, la studiosa non ci ha dato risposta. Al momento è pertanto prematuro parlare di scoperte, dal momento che non sono emersi dettagli: non sappiamo se sono state rinvenute effettivamente nuove opere, non sappiamo quali fogli abbiano eventualmente conosciuto cambi d’attribuzione, né sappiamo quali oggetti ritenuti perduti sarebbero stati recuperati. L’unico riferimento a un’opera concreta riguarda il disegno venduto all’asta pochi giorni fa, uno studio per un piede della Sibilla libica, una delle figure della Cappella Sistina, battuto da Christie’s a New York a 27,2 milioni di dollari. Il foglio è rimasto per secoli in mani private, non documentato e sconosciuto agli studiosi. È stato scoperto soltanto all’inizio del 2025. La casa d’aste aveva già ipotizzato un possibile legame con l’eredità di Daniele da Volterra, dal momento che il saggio del catalogo d’asta riconduceva la storia del foglio proprio all’artista toscano, che potrebbe esserne stato in possesso, e potrebbe averlo trasmesso al suo allievo Michele Alberti: ci si muove però nel campo delle ipotesi, perché il primo proprietario storicamente accertato è il collezionista svizzero Armand François Louis de Mestral de Saint-Saphorin, che possedeva il foglio nel Settecento: dalla sua raccolta è poi confluito per sequenza ereditaria fino all’ultimo proprietario, a sua volta erede della proprietaria precedente, Hélène Lilane de Mestral von Steiger, discendente del primo collezionista sicuro. L’ipotesi che il foglio vada ricondotto a Michele degli Alberti è da rintracciare nell’iscrizione “Michelangelo Buana Roti” (Michelangelo Bona Roti) apposta al foglio, e comune su altri disegni del maestro: in grafia cinquecentesca, non è riconducibile alla mano di Michelangelo, ma a un eventuale collezionista che anticamente possedeva i suoi fogli. Già nel 2007, lo studioso Paul Joannides aveva proposto di identificare il “Bona Roti Collector”, come lo chiamava lui, con Michele Alberti, dal momento che già si sapeva che Alberti era entrato in possesso di fogli del maestro.
Dovremo dunque aspettarci nuove scoperte in futuro? È probabile, come dimostra del resto il rinvenimento del foglio milionario di Christie’s. Ma potrebbero emergere in via del tutto indipendente rispetto allo studio di Valentina Salerno. Quanto invece alle venti opere citate dal Messaggero, in assenza di dettagli non è purtroppo possibile sbilanciarsi ulteriormente.
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