Chi possiede davvero le opere distrutte o trafugate? Per un'ipotesi di “ospitalità culturale”


Tra spoliazioni coloniali, distruzioni jihadiste e restituzioni lente e controverse, l’arte diventa terreno di scontro politico e simbolico. Ma forse il vero nodo non è il possesso delle opere, bensì il modo in cui scegliamo di custodirne la storia: si può allora cominciare a parlare di ospitalità culturale? La riflessione di Federica Schneck.

Entrare in un grande museo europeo significa spesso vivere una contraddizione. Da un lato la meraviglia: statue greche che non sembrano aver perso un briciolo della loro potenza, sarcofagi egizi intatti, bronzi africani scintillanti. Dall’altro il dubbio che s’insinua, insistente: che diritto abbiamo noi, “noi” visitatori, “noi” europei, “noi” occidentali, di ammirare ciò che è stato strappato altrove, spesso con la forza? La questione dei patrimoni contesi non è un tema da addetti ai lavori, ma un vero e proprio nodo identitario, culturale e politico. È un dibattito che attraversa continenti, governi, famiglie e, soprattutto, coscienze. Non è un caso che ogni tanto torni ad accendersi come un fuoco mai spento e ci fa interrogare su un quesito: chi possiede davvero le opere rubate, distrutte o trafugate?

Molti musei occidentali sono nati come scrigni del potere coloniale. Ogni statua, ogni maschera, ogni reperto era, e in parte resta, un trofeo. Non bastava conquistare territori, bisognava anche svuotarne i templi e i palazzi, portare via ciò che li rappresentava. La forza non era solo militare: era simbolica. I fregi del Partenone trasferiti a Londra, i bronzi del Benin dispersi in mezzo mondo, le mummie egizie allineate come curiosità esotiche: tutto questo racconta una storia di sopraffazione mascherata da “tutela culturale”. Ma possiamo ancora fingere che “tutela” e “rapina” siano la stessa cosa?

Marmi del Partenone al British Museum. Foto: Brian Jeffery Beggerly
Marmi del Partenone al British Museum. Foto: Brian Jeffery Beggerly
La Grande Galerie del Louvre. Foto: Finestre sull’Arte
La Grande Galerie del Louvre. Foto: Finestre sull’Arte

Non è però solo il colonialismo a decidere il destino delle opere. C’è chi, come l’ISIS, ha trasformato il patrimonio in un nemico da abbattere. Palmira, simbolo di una civiltà che aveva mescolato Oriente e Occidente, è stata ridotta in polvere sotto i colpi degli estremisti. Non era solo distruzione materiale: era la volontà di cancellare la memoria, di privare un popolo del suo passato. E allora qui la domanda si ribalta: meglio un’opera “salvata” in un museo lontano o un’opera lasciata a rischio di scomparire per sempre?

Il ritorno di un’opera d’arte non è mai un fatto neutro: è un atto che scuote coscienze, che riapre ferite. Ma, nella maggior parte dei casi, tutto procede con una lentezza esasperante. Eredi che attendono da generazioni, governi che oppongono cavilli, musei che si trincerano dietro leggi datate. Ogni tanto accade qualcosa: un dipinto restituito, un paesaggio riconsegnato agli eredi di una famiglia perseguitata, un bronzo che torna finalmente a casa. Ma il più delle volte le restituzioni sembrano eccezioni, gesti concessi con riluttanza più che diritti riconosciuti.

C’è poi una storia diversa, meno drammatica ma ugualmente rivelatrice: quella delle avanguardie italiane, e in particolare del Futurismo. Negli anni Venti, Fortunato Depero portò oltreoceano il suo universo di forme geometriche e colori aggressivi. Non si trattava di furto o di spoliazione, ma di un incontro ambiguo: l’avanguardia che voleva rifondare il mondo trovava nell’America il terreno ideale per il mercato e la sperimentazione. Da qui il problema si sposta su un altro piano: quando un’opera lascia il proprio contesto originario e viene riletta altrove, il nodo non è più soltanto chi la possiede materialmente, ma chi detiene davvero il suo significato. È il pubblico che la guarda con occhi nuovi, o la tradizione che l’ha generata?

Forse il cuore della questione sta qui: nel capire se consideriamo le opere come proprietà o come presenze vive, da custodire insieme. La logica del “questo è mio” appartiene a un mondo di confini e di imperi; la logica dell’ospitalità culturale, invece, immagina un patrimonio che viaggia, che si racconta, che torna di tanto in tanto alle origini senza smettere di dialogare con altri pubblici. Ma siamo pronti a questa rivoluzione? Siamo disposti ad accettare che il Louvre non sia “francese”, che il British Museum non sia “inglese”, ma luoghi di transito e non di possesso?

Bronzi del Benin restituiti dalla Germania alla Nigeria
Bronzi del Benin restituiti dalla Germania alla Nigeria

Alla fine, tutto si riduce a una questione di coraggio: il coraggio di riconoscere che buona parte del patrimonio mondiale è stato accumulato attraverso violenza, rapina e inganno; il coraggio di immaginare una gestione diversa, fondata sulla responsabilità anziché sul possesso. Forse è qui che la discussione deve accendersi: non nei consigli di amministrazione dei musei, né nei corridoi dei ministeri, ma tra noi, visitatori e cittadini, eredi di un passato complesso. Ogni volta che varchiamo la soglia di un museo, non osserviamo solo opere d’arte: vediamo le tracce di conflitti irrisolti. E la loro silenziosa bellezza ci interroga, senza tregua: “da che parte stai?”

Il concetto di “possedere” crolla sotto il peso della storia. Forse è l’ospitalità culturale, non il possesso, la chiave per sciogliere i conflitti simbolici. Opere che tornano, che vengono prestate, che viaggiano non più come bottini o monumenti, ma come narrazioni, come storie condivise. La domanda non è “a chi appartengono?”, ma “come coesistiamo con le loro storie?”. Le opere sono più di oggetti: sono testimoni. Non cerchiamo semplicemente un proprietario: cerchiamo un custode capace di meritare la loro memoria.



Federica Schneck

L'autrice di questo articolo: Federica Schneck

Federica Schneck, classe 1996, è curatrice indipendente e social media manager. Dopo aver conseguito la laurea magistrale in storia dell’arte contemporanea presso l’Università di Pisa, ha inoltre conseguito numerosi corsi certificati concentrati sul mercato dell’arte, il marketing e le innovazioni digitali in campo culturale ed artistico. Lavora come curatrice, spaziando dalle gallerie e le collezioni private fino ad arrivare alle fiere d’arte, e la sua carriera si concentra sulla scoperta e la promozione di straordinari artisti emergenti e sulla creazione di esperienze artistiche significative per il pubblico, attraverso la narrazione di storie uniche.



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