Parla Salvatore Settis: “chi chiude i musei considera gli esseri umani come mero corpo”


Intervista esclusiva a Salvatore Settis sull'attuale situazione dei musei, sulla decisione di tenerli chiusi, sulla loro definizione, e molto altro.

La draconiana decisione di mantenere i musei chiusi (almeno fino al 15 gennaio), a prescindere dalle zone di rischio, rende urgente la ridefinizione del significato e dei fini del museo, con la necessaria assimilazione di una funzione ormai riconosciuta da tempo dalla medicina, quella, cioè, che i beni culturali contribuiscono a migliorare il benessere degli individui, anche sotto il profilo psico-fisico, particolarmente importante in tempo di pandemia. Solo così si potrebbe superare la contraddizione giuridica stabilita dai Dpcm, secondo cui i musei ostacolerebbero la “tutela dell’incolumità pubblica” che lo Stato deve garantire (art. 117), anche a costo di sacrificare dei beni essenziali costituzionalmente garantiti (art. 9). È la conclusione a cui siamo approdati grazie alle approfondite riflessioni non solo in materia giuridica, ma anche sul piano ideale e valoriale, che il costituzionalista Enrico Grosso ha condiviso con noi nell’intervista dell’1 dicembre scorso. Appena due giorni dopo Icom ha annunciato il webinar del 10 dicembre prossimo in cui sarà riaperta la discussione, dopo che l’assemblea generale dell’organizzazione nel settembre 2019 a Kyoto ha deciso di rinviarla per dare alla comunità museale mondiale un altro anno di tempo per confrontarsi.

Noi, intanto, abbiamo deciso di riaprirla questa discussione con Salvatore Settis, professore emerito alla Scuola Normale Superiore di Pisa, che ha diretto dal 1999 al 2010. E lo facciamo proprio a partire dalle conclusioni a cui siamo arrivati e che ha trovato “sagge”.

Non solo di chiusure, ma anche di controverse aperture abbiamo parlato con l’illustre professore. Gli abbiamo anche chiesto, infatti, di commentare un decreto firmato il 30 novembre scorso dall’Assessore ai beni culturali e Identità Siciliana Alberto Samonà (Lega), sulla concessione in uso di beni culturali appartenenti al demanio e al patrimonio della Regione Siciliana in giacenza nei depositi dei suoi istituti periferici, e ribattezzato “Carta di Catania”, in omaggio alla sua artefice, la soprintendente ai beni culturali di Catania, Rosalba Panvini.

Salvatore Settis
Salvatore Settis. Ph. Credit Saso Pippia - Università Mediterranea di Reggio Calabria

SM. Professore, i tempi sono maturi: è proprio dopo l’esperienza dell’emergenza sanitaria mondiale che il dibattito, rinviato dopo Kyoto, dovrebbe ricevere rinnovato impulso verso una nuova definizione di museo. Per Lei cos’è?

SS. Non voglio entrare nel labirinto della vastissima discussione sulla definizione dei musei che non mette d’accordo gli specialisti a livello internazionale. Dico cosa sono (o non sono) i musei secondo il mio punto di vista, per la Costituzione e la tradizione italiana. I musei non sono un luogo dove si raccolgono opere d’arte per poter staccare biglietti, per allungare le file in attesa di entrare o per compiacere uno sponsor. I musei sono luoghi in cui una comunità culturale può riconoscersi. I cittadini che vanno a Milano, Firenze o Roma fanno comunità con quelli che vengono dall’Australia o dalla Cina. Non dobbiamo cadere nella trappola tutta italiana di impostare il problema dal punto di vista formale e non del contenuto. La questione oggi è che non si comprende perché si possa andare in una tabaccheria o al supermercato e non in un museo. È ciò che ho scritto nella lettera aperta al presidente Conte sul Corriere, che non ha mai ricevuto risposta. Per quale ragione cinque persone in una stanza di museo sono più contagiose delle stesse cinque persone in un negozio di generi alimentari di uguale cubatura e superficie? Aggiungo che le gallerie d’arte sono, invece, aperte, perché sono esercizi commerciali. E, allora, vorrei sapere proprio perché l’arte è contagiosa quando non è in vendita e non lo è più quando è in vendita. Tutto questo rispecchia una gerarchia di valori che dal punto di vista etico e da quello politico è detestabile: l’idea, cioè, che l’arte o produce introiti o non è importante. È più importante vendere sigarette che far vedere dei quadri.

Una misura che appare più incomprensibile perché adottata su tutto il territorio nazionale indistintamente, a prescindere dalle zone di rischio, anche nelle Regioni “gialle”.

Ecco, questo è un altro punto importante. Prendiamo le biblioteche. Alcune sono aperte, come quella della Scuola Normale a Pisa. Con numeri contingentatissimi, ci possono entrare, prenotandosi, una decina di persone al giorno, mentre normalmente ce ne sono almeno cento. E allora perché l’apertura delle biblioteche è lasciata all’arbitrio o alla buona volontà dei direttori e, invece, l’apertura dei musei non può essere affidata alla responsabilità dei loro direttori?

Lei invitava poc’anzi a non mettere la questione di cosa sia un museo sul piano formale. Ma se i beni culturali e i musei che li custodiscono venissero riconosciuti anche giuridicamente, come ormai avviene da tempo nella letteratura medica, strumenti utili al miglioramento del benessere psico-fisico degli individui, e quindi in questo senso strumenti utili a partecipare a quella “tutela dell’incolumità pubblica” che lo Stato intende garantire anche a costo di sacrificarli, e dunque non in contrasto con questa stessa tutela, non potrebbe essere questa la chiave di lettura per superare la linea del rigore assunta dal governo?

La concezione che presiede alla decisione di tenere chiusi i musei considera gli esseri umani come mero corpo, come se non esistesse una componente spirituale. Quando il pittore Lucian Freud, nipote dello psicanalista, diceva “io vado alla National Gallery come si va dal medico” intendeva proprio questo: come uno va dal medico per uscirne in miglior salute fisica, così uno va al museo per uscirne in miglior salute intellettuale. Il pensiero, la psiche, i sentimenti. Non è solo in termini di Pil che si giudica il benessere. Anni fa l’Istituto Centrale di Statistica ha istituito una Commissione, di cui facevo parte, che ha prodotto un documento in cui si usavano come indici del benessere spirituale e benessere intellettuale dei cittadini anche la bellezza del paesaggio e la salvaguardia dei centri storici. Il primato storico dell’Italia nella legislazione per la tutela veniva riconosciuto. Tutto questo è stato dimenticato dall’attuale governo.

Nelle Sue parole ritorna la parola chiave “benessere”. Proprio la promozione del “benessere della comunità” è individuata tra le finalità di un museo nella proposta di Icom Italia di aggiornamento della definizione. La traduzione di questo termine nella lingua inglese (“wellbeing”), come osservato dal suo presidente Tiziana Maffei, contiene maggiori sfumature rispetto al concetto di benessere del vocabolo italiano. Con “wellbeing” si intende “the state of feeling healthy and happy”: una condizione di salute non disgiunta dalla felicità. Che è ancora qualcosa di diverso dal benessere.

Questo mi sembra un punto importantissimo. La condizione di felicità ha una lunga storia che parte dalla filosofia greca. In greco si dice “eudaimonia”, che è lo stato di equilibrio con il mondo circostante. E già Aristotele capiva benissimo che in condizione di “eudaimonia” gli esseri umani non solo sono più felici, ma essendo più felici sono anche più produttivi. Questo pensiero corrisponde a una grande elaborazione della filosofia morale contemporanea, in particolare in America, che traduce il termine greco con “flourishing”, per indicare la condizione del “fiorire” dell’uomo. La fioritura si collega anche alla produttività e la produttività è anche economica. Nessuna civiltà è produttiva senza avere al suo interno una fioritura. I momenti di grandissima fioritura nella storia umana sono anche i momenti di enorme produttività. Basti pensare a cosa era anche in termini di grande produttività economica l’Italia del Quattrocento e del Cinquecento, quando insegna al mondo intero quello che oggi chiamiamo Rinascimento.

Eppure, è proprio in un momento di fragilità generata dal clima legato alla pandemia di incertezze e di semi-isolamento o isolamento, a seconda dei livelli di restrizione per le diverse aree del paese, che ci si dimentica di traghettare nel presente questa grande lezione che viene dal passato. Anche a costo di sacrificare gli enormi sforzi compiuti per adeguare i musei alle misure anti-Covid. Come si sarebbe potuto (e si potrebbe ancora) fare diversamente? Non ci sono solo i musei. Dopo la fine del lockdown nel maggio scorso sono stati inaugurati eventi espositivi concepiti tenendo conto di queste misure. Non è bastato.

A quanto pare no. La mostra che ho curato, I Marmi Torlonia, che ha aperto il 12 ottobre alla presenza del Presidente della Repubblica, prevede un numero massimo di persone nelle sale, arrivando a soli due visitatori in una. Sulla soglia di ogni sala c’è un custode che impedisce l’accesso se si supera questo numero. Dov’è il problema? Non so spiegarmelo se non con un Governo accecato dalla priorità economica. Questa scarsa attenzione alla cultura è particolarmente grave in un paese in cui si tratta di un diritto sancito dalla Costituzione.

Crede, allora, che come per le biblioteche, alcune aperte altre no, si sarebbe potuto fare un discorso più flessibile anche per le mostre e i musei? Semaforo verde solo per chi è in grado di adeguarsi alle misure di contingentamento.

Certo che si poteva essere più flessibili. Si è scelto, però, di fare diversamente in un momento in cui si guadagna di meno dalle biglietterie. In questo periodo, invece, si dovrebbe fare il contrario: tutti i musei aperti gratis per tutti e i costi in più determinati dal contingentamento coperti col Recovery Fund. È una proposta che ho consegnato alla lettera a Conte, che non ha avuto alcun riscontro, anche se occuparsi del benessere spirituale e intellettuale di 60 milioni di italiani dovrebbe essere tra i compiti del Presidente del Consiglio.

Se da una parte si chiude, dall’altra si apre. Siamo sempre sul territorio nazionale, ma in una Regione, la Sicilia, con ampia autonomia nel settore dei beni culturali. E una potestà legislativa primaria che le consente di dare alla luce una normativa che non trova applicazione nel resto del paese. Come per la “Carta di Catania”, con cui si intende valorizzare i beni culturali “che si trovano in giacenza nei depositi regionali” “attraverso l’esposizione in luoghi pubblici o privati aperti al pubblico”. Lei cosa ne pensa?

Intanto capiamoci subito su cosa si intenda per valorizzazione. La valorizzazione in Italia, e dunque anche in Sicilia, che mi consta faccia ancora parte dell’Italia, è definita dall’art. 6 del Codice dei Beni Culturali, che ho contribuito a scrivere, in quanto allora presiedevo la Commissione per la stesura del testo normativo. Peraltro, sotto un governo Berlusconi. Ministro dei beni culturali era Rocco Buttiglione. E, dunque, l’art. 6 dice che per valorizzazione si intende una valorizzazione in senso prevalentemente culturale, che non esclude il dato economico, ma introduce una priorità. Ciò premesso, chi ha inteso per valorizzazione lo svuotamento dei depositi, in particolare dei musei, non sa cosa sia un deposito. Questa è una delle più radicate leggende che ci sono in un paese così provinciale quale è l’Italia, secondo cui delle cose che sono nei depositi sono inutili, come certe soffitte di casa dove uno butta ciò di cui non sa che farsene. Queste persone non hanno mai visto cosa sono i depositi del British Museum, del Metropolitan, del Louvre, del Getty Museum. Ogni museo ha vastissimi depositi che sono una specie di riserva aurea di una ricerca che è da venire. Quelli del Louvre sono così enormi che hanno costruito un nuovo moderno edificio nel Nord della Francia, a cento chilometri da Parigi, in cui verranno trasferite circa 250mila opere. Nei depositi ci sono opere che ancora non conosciamo bene. È attraverso la ricerca che possiamo fare scoperte e decidere di esporre un oggetto o un’opera che è rimasta lì magari per cinquant’anni. Un esempio recentissimo: nei depositi dell’Accademia Carrara di Bergamo è stato scoperto due anni fa un Mantegna, se fosse stato dato a qualcuno, sia pure col fine della pubblica fruizione, dietro pagamento di un corrispettivo, questo straordinario ritrovamento non sarebbe avvenuto. Non si può intendere per valorizzazione il dare in prestito un Mantegna per appenderlo nella hall di un albergo.

C’è anche un’altra questione. Per l’individuazione e la predisposizione in lotti omogenei dell’ingente patrimonio nei depositi degli istituti regionali, il decreto prevede che un’attività delicata e che richiede competenze specialistiche sia assegnata anche a “studenti universitari in discipline connesse alla conservazione dei beni culturali che operano in regime di tirocinio formativo”, evidentemente per colmare, all’interno degli stessi istituti, le pesanti carenze in organico.

La Regione Siciliana è particolarmente attiva nell’inventarsi dei provvedimenti sciagurati che poi vengono puntualmente ripresi dalle altre Regioni e anche dallo Stato. Ci sono almeno due aspetti gravi in questo decreto: uno è quello di reclutare manodopera non pagata. È la stessa ratio alla base della cosiddetta alternanza scuola-lavoro, istituita dalla ministra Gelmini, durante l’ultimo governo Berlusconi: si tolgono gli studenti dalla scuola, dove potrebbero imparare qualcosa, per essere messi a fare dei lavori, senza essere pagati, dove qualche volta imparano qualcosa, il più delle volte niente. Lo trovo scandaloso. Più grave ancora, se possibile, in questa scala di gravità, la decisione di calpestare consapevolmente ogni idea di competenza. Ritenere, cioè, che per poter valutare un bene in un deposito, per stabilire se sia importante o meno si possa fare a meno di un occhio esercitato, quale non può avere uno studente universitario alle prime armi. Per fare un esempio siciliano, qualche anno fa, nei depositi del museo Salinas di Palermo, Clemente Marconi, professore alla New York University, ha scoperto dei pezzi delle metope di Selinunte che non erano mai stati visti. Se questi pezzi fossero stati dati in esposizione a dieci soggetti diversi nessuno sarebbe più stato in grado di riconoscerli uno per uno e di rimetterli insieme. E questa scoperta, invece, chi l’ha fatta? Un archeologo di prim’ordine come Marconi.

Lei cosa pensa che si possa fare, invece, per valorizzare il patrimonio che giace nei depositi? Anche in quelli di realtà minori, non paragonabili con gli esempi che faceva prima, del Met o del Louvre.

Chiunque lavori nei musei sa che l’organizzazione dei depositi è cambiata moltissimo negli ultimi venti o trenta anni. I depositi dei musei migliori sono visitabili, come i “depositi di studio” della National Gallery. I musei espongono giustamente una selezione significativa del proprio patrimonio, tale da consentire di organizzare una visita alle collezioni che duri due o tre ore e da cui uscire soddisfatti, ma un deposito pensato come quello di Londra consente a chi già conosce le collezioni permanenti, di “intrattenersi” con opere meno note, non per forza per motivi di studio. Un’impostazione valida per tutti i musei, non solo i “grandi”.

Non ci sono, però, solo i depositi dei musei. Si possono fare considerazioni diverse nel caso dei depositi delle soprintendenze?

Iniziamo col dire che serve abolire lo stolto divorzio fra soprintendenze e musei. In questo la Sicilia è stata tristemente all’avanguardia e poi, come dicevo prima, copiata dallo Stato. I musei, invece, dovrebbero essere, come era prima della riforma Franceschini, all’interno delle soprintendenze. Non si dovrebbero creare dei doppioni, come succede per esempio a Pompei ed Ercolano, dove tutti i materiali dei vecchi scavi sono in mostra o nei depositi del Museo Nazionale di Napoli, mentre da quando i parchi archeologici di Pompei ed Ercolano e il Museo sono stati staccati dalla Soprintendenza, i reperti dagli scavi non vanno più al Museo di Napoli, ma in depositi a Pompei che stanno generando un nuovo museo. Io credo che i depositi degli oggetti di scavo debbano essere in uno stesso luogo, o un museo storico come quello di Napoli o negli stessi luoghi che accolgono le scoperte archeologiche dello stesso sito e che questi luoghi debbano chiamarsi museo e debbano essere strettamente connessi alla soprintendenza, senza creare, come di fatto si creano, delle rivalità. Ci sono dei casi, come quello della Soprintendenza di Reggio Calabria, sfrattata dal museo per trasferirla in un condominio. La soluzione, in definitiva, è quella di tornare al sistema italiano sperimentato per un secolo: deve esserci una soprintendenza territoriale per ogni segmento di territorio, che alle volte può coincidere anche con un’intera regione, specialmente se piccola, pensiamo al Molise; alle volte può essere una sola provincia, se molto ricca, come quella di Firenze; a volte ancora può essere un gruppo di province, com’era un tempo per Pisa e Livorno. E i musei che insistono in quel territorio devono essere inquadrati al suo interno. Gli scavi prodotti dalla Soprintendenza di Catania dovrebbero confluire nei depositi di un museo che vi afferisce. Creare questi doppioni, invece, è contrario a qualsiasi strategia di ricerca. Se uno vuole studiare Paestum non può andare a vedere gli oggetti un po’ a Salerno, un po’ nei depositi della Soprintendenza. Anche oggi per studiare Pompei potrebbe accadere che una statua sia a Napoli e il piede a Pompei se viene scoperto adesso. Quale logica presiede a tutto questo?


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Silvia Mazza

L'autrice di questo articolo: Silvia Mazza

Storica dell’arte e giornalista, scrive su “Il Giornale dell’Arte”, “Il Giornale dell’Architettura” e “The Art Newspaper”. Le sue inchieste sono state citate dal “Corriere della Sera” e  dal compianto Folco Quilici  nel suo ultimo libro Tutt'attorno la Sicilia: Un'avventura di mare (Utet, Torino 2017). Come opinionista specializzata interviene spesso sulla stampa siciliana (“Gazzetta del Sud”, “Il Giornale di Sicilia”, “La Sicilia”, etc.). Dal 2006 al 2012 è stata corrispondente per il quotidiano “America Oggi” (New Jersey), titolare della rubrica di “Arte e Cultura” del magazine domenicale “Oggi 7”. Con un diploma di Specializzazione in Storia dell’Arte Medievale e Moderna, ha una formazione specifica nel campo della conservazione del patrimonio culturale (Carta del Rischio).


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1. Galiano Albertin in data 17/12/2020, 23:27:49

Da Galiano Albertin.
Spettabile dott.ssa Silvia Mazza,
Condivido pienamente quanto si afferma nell’articolo, con particolare riferimento alla risposta del Prof. Salvatore Settis, in cui dice:
“La concezione che presiede alla decisione di tenere chiusi i musei considera gli esseri umani come mero corpo, come se non esistesse una componente spirituale. Quando il pittore Lucian Freud, nipote dello psicanalista, diceva “io vado alla National Gallery come si va dal medico” intendeva proprio questo: come uno va dal medico per uscirne in miglior salute fisica, così uno va al museo per uscirne in miglior salute intellettuale.”

A questo proposito vorrei porre una domanda a lei, autrice dell’articolo, (e, eventualmente se può rivolgerla al Prof. Salvatore Settis, che a me risulta impossibile riuscire a contattare), chiedendo:

“Se una persona, visitando un museo, ricercandone quei “benefici”, ed in questo si appassiona allo studio di quanto in esso osservato, ma se poi, nel prosieguo di questo studio si rende conto che la Critica Ufficiale (chiamiamola così) della Storia dell’Arte basa le sue tesi facendo riferimento non più sui testi appartenenti alle edizioni originali di coloro che hanno tramandato le cronache degli avvenimenti oggetto di queste loro tesi, ma invece su testi appartenenti ad edizioni moderne di quei testi, rivedute e corrette, (da altri critici della storia dell’arte), alle quali, per “renderle meglio leggibili”, è stato modificato il testo, come pure la punteggiatura, presentandone di fatto un diverso ed anche opposto significato, rispetto all’originale; ebbene,
CHIEDO:
“Cosa si deve fare per ovviare a queste FALSITA’ storiche che continuamente vengono pubblicate, insegnate, “imposte” da chi ne ha egemonizzato la diffusione, e nonostante tale “Critica Ufficiale della Storia dell’Arte” sia stata informata, avendo presentato a diverse Istituzioni e a personaggi di spicco di tale categoria, dei precisi riferimenti per poterlo appurare, ottenendo solo degli ostinati, (colpevoli?), silenzi?

Lo chiedo perché, stando così le cose, andare in un Museo, dopo avere letto delle pubblicazioni scritte da Critici della Storia dell’arte che basano le proprie argomentazioni riferendosi a testi così alterati, corrisponderebbe, riferendoci alla metafora usata dal Prof. Settis, ad andare da un medico che ci cura con dei medicinali falsificati, con dei veri intrugli. Uscendone poi, (dal museo), mortificati, e con la piena convinzione che chi ne ha scritto non debba disporre di una buona “salute intellettuale”.

Se desidera precise specifiche, me lo comunichi con un suo commento. Oppure chieda in redazione. Beninteso: anche una sua non risposta sarà una risposta eloquente.

Galiano Albertin.








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