Da decenni, a Carrara, s’assiste al continuo tentativo di trovare una sede espositiva che possa ospitare in via permanente una delle collezioni di gessi più importanti d’Italia: la gipsoteca dell’Accademia di Belle Arti. Ripercorrere, sia pure per sommi capi, questa storia travagliata significa riattraversare una sconfortante vicenda fatta di scelte politiche sbagliate, pressappochismo, colpevole indifferenza, dolorosa insensibilità. L’ultimo capitolo della storia dei gessi dell’Accademia è di poche settimane fa, con la direzione dell’istituto che ha fatto sapere d’aver individuato per la gipsoteca una sede espositiva che, a quanto pare... non può essere utilizzata. E non è stata neppure proposta una soluzione alternativa. Tuttavia, prima di proseguire, val la pena fornire al lettore un poco di contesto. Fino a qualche giorno fa, chi a Carrara fosse passato per via Chiesa avrebbe notato, dietro la vetrina d’un fondo marcato col logo dell’Accademia di Belle Arti, la presenza d’un piccolo assembramento di sculture, alcune imballate, altre coperte da teli trasparenti. Adesso non si può vedere niente perché il vetro è stato coperto con alcuni manifesti, ma almeno da quest’estate e fino a fine dicembre chiunque avrebbe potuto osservare alcuni degli storici gessi che compongono la ricca raccolta della gipsoteca dell’Accademia di Belle Arti: dalla strada si riusciva agevolmente a distinguere il gruppo di Venere e Adone di Canova, il Mercurio di Thorvaldsen, e una cassa con sopra scritto Maddalena penitente (quella di Canova). Tre gessi dei quasi trecento (265, secondo il catalogo ufficiale pubblicato nel 1996) che formano una delle più importanti gipsoteche d’Italia, una preziosa collezione ripartita in quattro nuclei principali (i calchi dall’antico, i gessi degli artisti moderni, i bassorilievi dei concorsi e le opere degli scultori carraresi) e in cui son conservati dodici gessi di Antonio Canova, e altri modelli e calchi di alcuni tra i più rilevanti scultori che operarono in Italia tra Sette e Ottocento (Bertel Thorvaldsen, Lorenzo Bartolini, Giovanni Antonio Cybei, Benedetto Cacciatori, Christian Daniel Rauch e tanti altri). La raccolta oggi è disseminata tra le varie sedi dell’Accademia: alcuni dei gessi sono in aula magna, altri nei corridoi, ce ne sono alcuni nei laboratori, altri restano a languire nei magazzini e nei depositi come quello di via Chiesa.
A Carrara si parla da lungo tempo della possibilità di dare una sistemazione più o meno definitiva alla gipsoteca: dacché chi scrive ha memoria, i carraresi coltivano il sogno di veder prima o poi aperto un museo fatto coi gessi della loro Accademia, ch’è peraltro una delle più antiche d’Italia, fondata nel 1769 da Maria Teresa Cybo Malaspina. Per dare un’idea di quanto agognato sia questo traguardo, oltre che dell’importanza della gipsoteca dell’Accademia di Belle Arti di Carrara, basterà ricordare che Severina Russo, concludendo il suo saggio nel regesto del 1996, scriveva che quello era il “catalogo di un museo che non c’è ma che, se mai si riuscisse ad allestirlo, sarebbe certamente un punto di riferimento per la conoscenza e l’apprezzamento di gran parte della scultura dell’Ottocento”.
S’è parlato di recente della gipsoteca, in una conferenza stampa che l’Accademia di Belle Arti di Carrara ha indetto lo scorso 27 ottobre: sull’argomento gessi, il direttore dell’istituto di Palazzo del Principe, Marco Baudinelli, dapprima informava i giornalisti che, nel giro di due, massimo tre mesi, nei locali di via Chiesa sarebbe stata allestita una piccola mostra “sia fisica che virtuale”, diceva il direttore, anticipando che in quel momento era in corso la digitalizzazione di alcuni gessi e la definizione del progetto di allestimento di un’esposizione che dovrà “valorizzare la scultura carrarese”, attorno alle figure di Carlo Finelli e Pietro Tenerani, anche loro ben rappresentati nella gipsoteca. E poi, Baudinelli avanzava la sua ipotesi per la sede definitiva della gipsoteca, dichiarando che la mostra in programma nel fondo di via Chiesa sarà un’anteprima del futuro museo: “Se il Comune”, ha detto il direttore in conferenza stampa, “non ha cambiato idea dai tempi di Zubbani [nda: sindaco di Carrara tra il 2007 e il 2017], per cui si era destinato il piano nobile di Palazzo Rosso alla gipsoteca, e se il Comune è sempre disponibile, quella sarebbe la sede ideale per mettere in esposizione per lo meno buona parte del patrimonio che abbiamo: il patrimonio è consistente, sono circa 300 gessi, per cui non sarà possibile esporli tutti, però potrebbe essere già [qualcosa]”. L’idea di allestire la gipsoteca nelle sale di Palazzo Rosso, l’elegante edificio settecentesco, situato di fianco all’Accademia, già sede della Biblioteca Civica, risale a diversi anni fa, è stata rilanciata nel 2017 quando direttore dell’Accademia era Luciano Massari e Carrara era guidata da una giunta pentastellata, poi ancora nel 2023 (con nuova amministrazione di centro-sinistra, e Palazzo del Principe ancora guidato da Massari), quando sembrava che il progetto fosse sul punto di partire, ma è stata definitivamente affossata poco dopo, nel 2024. Palazzo Rosso non sarebbe infatti sede adatta a ospitare i gessi dell’Accademia, per ragioni di statica emerse a seguito delle analisi strutturali incluse nel progetto esecutivo per l’intervento di recupero dell’edificio, che evidentemente hanno suggerito al Comune una certa prudenza: “per quanto riguarda la parte strutturale”, spiegava Daniele Rosi in un articolo pubblicato sull’edizione locale de La Nazione il 21 settembre 2024, “per il Comune non è più fattibile l’ipotesi di ospitare a Palazzo Rosso una gipsoteca [dato] il peso molto elevato che eventuali installazioni potrebbero avere sui piani dell’edificio”. Parole ripetute in un articolo del 6 aprile 2025: “per il Comune non è più fattibile l’ipotesi di ospitare a Palazzo Rosso una gipsoteca, come si era ipotizzato in un primo momento, considerato soprattutto il peso molto elevato che eventuali installazioni potrebbero avere sui piani dell’edificio”. Da tempo, dunque, gli uffici di piazza 2 giugno hanno accantonato l’idea d’accogliere la gipsoteca a Palazzo Rosso. L’edificio al momento è un cantiere, e a fine lavori la sua destinazione sarà coerente con l’oggetto della procedura con cui è stato affidato l’appalto: accoglierà pertanto “servizi culturali”. Il Comune al momento non ha specificato quali saranno i servizi in fattispecie, ma di sicuro nel piano nobile non troveranno spazio i gessi di Canova, Thorvaldsen, Bartolini, Tenerani, Finelli, Cybei.
È alquanto singolare che la direzione dell’Accademia di Belle Arti non fosse informata dei piani del Comune e che gli ultimi aggiornamenti circa la destinazione d’uso di Palazzo Rosso rimontassero addirittura ai progetto dell’era Zubbani (ovvero a più di dieci anni fa). È pur vero che, da qualche tempo a questa parte, Palazzo del Principe è diventato una specie di corpo estraneo alla città e il dialogo col municipio ha probabilmente toccato i minimi storici: ciò non toglie che, quando s’ipotizza la destinazione d’una delle gipsoteche più importanti d’Italia, forse il minimo che si possa fare è dialogare con il Comune per sondare la fattibilità delle opzioni sul tavolo. Specie se poi, di fatto, l’opzione è una sola: appare infatti anomalo oltre misura che non sia stato elaborato un piano B, almeno stando a quanto dichiarato in conferenza stampa, quando l’ipotesi Palazzo Rosso è stata presentata, di fatto, come l’unica possibile, dal momento che non sono state formulate ulteriori idee per esporre i gessi. Cosa fare dunque della raccolta di gessi dell’Accademia? Non si sa.
A questo punto, sarebbe auspicabile che l’Accademia faccia un passo indietro e magari decida d’affidare i gessi a una delle tante società che organizzano mostre in modo da far progettare una rassegna che riesca a dar valore a questo patrimonio, con l’indiscutibile vantaggio che potrebbe esser fatto conoscere fuori Carrara. E forse agli stessi carraresi, che potrebbero beneficiare d’una trasferta per vedere quel che non vedono nella loro città da quasi quindici anni, quando una selezione di gessi animò due mostre (D’après Canova e Il tempo di Elisa) che si tennero a Palazzo Binelli tra il 2011 e il 2013. Anche perché (e a questo punto tocca essere realistici) l’Accademia, da sola, sembra non avere la forza d’allestire una gipsoteca. Soprattutto perché non ha gli spazi: la soluzione di Palazzo Rosso, del resto, sarebbe stata condivisa col Comune. E le amministrazioni comunali che si sono succedute nel tempo non si sono certo distinte per scelte lungimiranti: dall’idea di separare il Parco di sculture della Padula dalla collezione civica d’arte contemporanea sistemandola nel convento di San Francesco e inaugurando l’ex Centro Arti Plastiche (oggi Mudac) nel 2006 (quando la sua sede naturale, quanto meno quella delle sculture meno ingombranti, sarebbe stata Villa Fabbricotti), alla trovata d’aprire un inutile museo su Michelangelo, fortemente voluto dalla ex assessora alla cultura Giovanna Bernardini e che ci si augura verrà prima o poi smantellato, passando per il progetto di smembramento del Museo del Marmo, fortunatamente sventato, e per il progetto d’allestire un museo civico a Palazzo Pisani prelevando materiale dal Museo del Marmo (due progetti, questi ultimi, sostenuti dall’amministrazione pentastellata). L’elenco delle alzate d’ingegno sui musei di Carrara potrebbe esser limitato a queste, e sarebbe già tanto.
Anni fa, quando si formulavano le ipotesi sulla destinazione del convento di San Francesco, circolava la proposta di sistemare qui la gipsoteca (all’epoca, l’Accademia era diretta dallo stesso Baudinelli, che ricoprì la carica dal 2003 al 2011 per poi tornare alla guida dell’istituto nel 2024): sarebbe stata effettivamente la sede più adatta, ma il Comune optò per il museo d’arte contemporanea. Poi, tra provocazioni (come quella, avanzata per solleticare gl’istinti campanilistici dei carraresi, di portare i gessi a Massa) e proposte creative (un cubo di cristallo a lato di Palazzo del Principe) è piombata la decisione più disastrosa, ovvero quella di aprire il Carmi, ovvero il museo su Michelangelo, a Villa Fabbricotti, scelta peraltro contestata dallo stesso Baudinelli dopo la fine del suo mandato, nonché da larga parte del milieu culturale cittadino. Una scelta che ha mandato in soffitta l’assetto, di cui s’era discusso più volte nei sei anni in cui Simone Caffaz è stato presidente dell’Accademia (ovvero dal 2009 al 2015, epoca fondamentale per il sistema museale carrarese dacché in quegli anni si stabilirono i progetti che hanno poi portato alla conformazione attuale, e anche perché fu in quegli anni, grazie soprattutto alle due mostre di Palazzo Binelli, che si registrò il picco d’entusiasmo per la gipsoteca), che avrebbe visto il museo d’arte contemporanea a Villa Fabbricotti e la gipsoteca a San Francesco. È finita come tutti sanno: il contemporaneo è rimasto a San Francesco (e il museo è stato oltretutto stravolto nel 2022 con un riallestimento peggiorativo, condotto sotto l’amministrazione pentastellata, quando assessora alla cultura era Federica Forti: pertanto, a così poca distanza, diventa difficile giustificare agli occhi dei carraresi un eventuale nuovo spostamento, col risultato che di toccare il Mudac non se ne riparlerà più per chissà quanto tempo), a Villa Fabbricotti è stato aperto un museo di riproduzioni che non viene visitato da nessuno e che viene adoperato soprattutto come piccolo contenitore di mostre (peraltro spesso del tutto slegate da Michelangelo), e i gessi dell’Accademia sono rimasti sparpagliati. Ed è finita con un’Accademia che s’è sempre più allontanata dalla città. Ma, rileggendo la storia, diventa anche difficile sostenere che il Comune abbia evitato scelte controproducenti, rese adesso ancor più evidenti dall’impossibilità di utilizzare quell’edificio che, malgrado le dichiarazioni roboanti di qualche anno fa, dei gessi dell’Accademia non vedrà neppure le ombre. Certo: non si poteva sapere che sarebbe finita così. Ma si poteva prevedere, per esempio, che allestire un museo su Michelangelo a Carrara e riallestire il museo dell’arte contemporanea con un progetto inadatto. Oggi allora raccogliamo i frutti amari delle scelte improvvide del passato, specialmente degli anni in cui la città era chiamata a darsi un sistema museale coerente e adeguato, obiettivo che difficilmente si può dire raggiunto.
Dunque, con Palazzo Rosso che non si può usare, con Palazzo Pisani forse parimenti inutilizzabile e che comunque, stando alle dichiarazioni della sindaca, ospiterà archivi, associazioni e sale per conferenze, e nell’assenza di altre proposte, a oggi la gipsoteca aspetta ancora una sede definitiva, ed evidentemente dovrà attendere ancora a lungo, poiché non c’è alcuna ipotesi fondata all’orizzonte. Se non quella di allestire una piccola mostra nel fondo di via Chiesa, che tuttavia è ambiente utile a ospitare probabilmente una dozzina di gessi al massimo. Ad ogni modo, a quasi tre mesi dalla conferenza stampa, a meno che dietro la vetrina adesso oscurata non si lavori indefessamente, pare non esserci nemmeno la traccia d’un eventuale allestimento di questa mostra, malgrado l’orizzonte temporale coincida con quello ch’era stato ipotizzato dal direttore (anche se, a onor del vero, c’è da dire che Baudinelli non ha chiarito se in due-tre mesi dalla conferenza stampa avremmo potuto visitare la mostra, o se al contrario dovrebbero in questi giorni partire i lavori). In sostanza, i gessi di Canova e Thorvaldsen stan continuando a prendere polvere in un locale per adesso allestito a magazzino anziché a mostra. Almeno i passanti per qualche tempo han potuto vederli dalla strada.
L'autore di questo articolo: Federico Giannini
Nato a Massa nel 1986, si è laureato nel 2010 in Informatica Umanistica all’Università di Pisa. Nel 2009 ha iniziato a lavorare nel settore della comunicazione su web, con particolare riferimento alla comunicazione per i beni culturali. Nel 2017 ha fondato con Ilaria Baratta la rivista Finestre sull’Arte. Dalla fondazione è direttore responsabile della rivista. Nel 2025 ha scritto il libro Vero, Falso, Fake. Credenze, errori e falsità nel mondo dell'arte (Giunti editore). Collabora e ha collaborato con diverse riviste, tra cui Art e Dossier e Left, e per la televisione è stato autore del documentario Le mani dell’arte (Rai 5) ed è stato tra i presentatori del programma Dorian – L’arte non invecchia (Rai 5). Al suo attivo anche docenze in materia di giornalismo culturale all'Università di Genova e all'Ordine dei Giornalisti, inoltre partecipa regolarmente come relatore e moderatore su temi di arte e cultura a numerosi convegni (tra gli altri: Lu.Bec. Lucca Beni Culturali, Ro.Me Exhibition, Con-Vivere Festival, TTG Travel Experience).
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