Nicola Montalbini parla del suo mosaico al centro di un caso: “Spostandosi fonderà un luogo nuovo”


Nato per la Biennale del Mosaico, il Pavimento di Nicola Montalbini a Porta Adriana ha acceso un dibattito tra cittadini, Comune e Soprintendenza. Nonostante la mobilitazione per mantenerlo in situ, l’opera verrà spostata. Abbiamo intervistato l’artista per capire il futuro di quest’opera, ma anche per riflettere con l’artista sul ruolo dell’arte pubblica oggi. L’intervista è di Noemi Capoccia.

Negli ultimi mesi, a Ravenna, si è molto parlato del Pavimento che Nicola Montalbini (Ravenna, 1986) ha realizzato per la Biennale del Mosaico Contemporaneo: installato a Porta Adriana, il suo mosaico ha rapidamente superato la dimensione espositiva per entrare nella vita quotidiana della città. Il pavimento musivo ha acceso un confronto che ha coinvolto cittadini, commercianti, istituzioni e Soprintendenza. Ha unito temi di tutela del patrimonio, partecipazione civica e questioni linguistiche: si tratta infatti di un’opera contemporanea, ma una parte della città ne ha chiesto la permanenza nel luogo. Tuttavia, nonostante la mobilitazione e le richieste del Comune, la Soprintendenza ha respinto l’ipotesi di mantenere l’opera a Porta Adriana, e ha plasmato il caso in un dibattito pubblico di forte risonanza. Abbiamo raggiunto l’artista per sentire il suo punto di vista. Nicola Montalbini nasce, vive e lavora a Ravenna, città con cui intrattiene un dialogo continuo e stratificato. Dopo la formazione in pittura e scultura all’Accademia di Belle Arti di Bologna, sviluppa una ricerca che attraversa disegno, installazione e intervento nello spazio pubblico, con un’attenzione costante per ciò che solitamente resta ai margini dello sguardo. Accanto al lavoro grafico, Montalbini affronta una rielaborazione personale della storia, con progetti dedicati a Ravenna e alle architetture religiose della città. L’intervista è di Noemi Capoccia.

Nicola Montalbini sul suo Pavimento. Foto: Fabrizio Zani
Nicola Montalbini sul suo Pavimento. Foto: Fabrizio Zani

NC. Il Pavimento di Porta Adriana a Ravenna è nato come opera temporanea, ma in pochi giorni è diventato un luogo vissuto e anche discusso. In che momento ha capito che l’opera stava sfuggendo alla dimensione della semplice installazione per entrare nella vita quotidiana della città?

NM. L’ho capito fin dalla sera dell’inaugurazione, quando molte persone, notando la data di fine nella targa che recava il titolo e la critica dell’opera, hanno cominciato a chiedermi: “Ma come, una cosa così non rimarrà qui per sempre?”.

Molti cittadini hanno percepito il Pavimento come qualcosa di già appartenente a Ravenna. Che valore attribuisce all’appropriazione? La considera un successo dell’opera o una responsabilità ulteriore per l’artista?

Penso che l’innescarsi di relazioni e riconoscimento fra il Pavimento e molte persone che abitano la città sia frutto di un magnetismo misterioso che tocca corde sepolte. Il Pavimento è abitato da figure mostruose e giocose che parlano la lingua di questa laguna interrata, ma anche la lingua dei mosaici del bacino mediterraneo. È un pavimento e Ravenna è una città che porta nel ventre il suo passato, occultato dalla subsidenza. I nostri mosaici sono per gran parte parietali, lisergici e lontani. Un pavimento lo vivi, inevitabilmente, e ti ci ritrovi dentro.

In una città come Ravenna, dove il mosaico è spesso associato a una dimensione monumentale e musealizzata, il Suo intervento ha proposto un’idea diversa: quotidiana e narrativa. Era un’intenzione pensata fin dall’inizio?

Qui entra in gioco il confronto con l’antico, questa strana creatura che suscita sentimenti di venerazione, ammirazione e inevitabilmente distanza. I mosaici che glassano le interiora delle nostre basiliche, nel loro scintillio comunicano anche una distanza siderale con il mondo quaggiù. Se pensiamo alle pavimentazioni delle chiese medievali, spesso i mostri abitano lì. Spazzati, calpestati, sporcati, vissuti. Ecco, diciamo che ho guardato i grandi pavimenti antichi e medievali perché sono spremute di vita, gli unici luoghi dove mostruosità, santità, gioco, mesi e stagioni, sirene, leggende e intrecci possono vivere, come dimensioni parallele eppure abitabili.

La decisione della Soprintendenza ha riaperto un pensiero sul rapporto fra tutela e contemporaneità. Secondo Lei dove si colloca oggi il limite fra la protezione del patrimonio e la sua apertura al presente?

Il tema è complesso e le mie parole non possono che essere uno spunto di riflessione. “Tutela”, deriva dal latino tueri, ossia “difendere”. Bisognerebbe comprendere caso per caso da cosa si devono difendere le emergenze storiche che costellano i luoghi che abitiamo. Spesso la tutela fa di un monumento un oggetto fermo nel tempo del quale se ne preserva la purezza. Impostando così il discorso, viene da sé che ogni espressione che altera quella purezza diviene necessariamente una minaccia. Ma spesso gli edifici storici sono frutto di stratificazioni che ne hanno alterato i connotati e l’aspetto attraverso i secoli.Ancora oggi siamo debitori di uno sguardo sulla tutela che ha origine nel tardo Ottocento, quando, nel tentativo di restaurare gli edifici antichi, in verità se ne cancellavano le tracce e le incrostazioni che si erano accumulate nel tempo, e la purezza finale era frutto di uno sguardo idealista e sognante che reinventava il passato. L’approccio alla tutela è un tema controverso, anche per gli addetti ai lavori, e risente di approcci cristallizzati su epoche antiche, che prevalgono a volte su altre. Il riconoscimento da parte di una certa comunità non entra nei margini di questa cornice e dunque non consente una vera riflessione da parte del comparto ministeriale. Auspico, non per la mia gloria o per un tornaconto egotico, che il caso del Pavimento possa essere oggetto di studio, dal profilo alto, sulle potenzialità e i limiti dei rapporti fra comunità, artiste e artisti, istituzioni di tutela e spazi pubblici. Finché quella che chiamiamo arte rimane dentro a contenitori deputati a sancirne il valore visivo ed economico, allora anche la più radicale provocazione corre il rischio dell’ammaestramento. Ma quando un oggetto visivo entra nel tessuto connettivo di uno spazio, e ne altera i connotati, come un virus, un agente mutante, un rizoma anarchico, allora l’evoluzione può essere imprevedibile. Il mosaico questo fa, da sempre. È scritto nel suo genoma di frammenti impossibilmente riuniti.

Nicola Montalbini, Il Pavimento (2025). Foto: Nicola Montalbini
Nicola Montalbini, Il Pavimento (2025). Foto: Nicola Montalbini
Il Pavimento, La Sirena Elettra mangiata dai Pesci, dettaglio del mosaico. Foto: Nicola Montalbini
Nicola Montalbini, Il Pavimento, La Sirena Elettra mangiata dai Pesci, dettaglio del mosaico. Foto: Nicola Montalbini
Visita guidata di Nicola Montalbini a Il Pavimento. Foto: Nicola Montalbini
Visita guidata di Nicola Montalbini a Il Pavimento. Foto: Nicola Montalbini

Nel tentativo di mantenere il Pavimento a Porta Adriana, il Comune ha presentato più proposte, arrivando anche a una mozione votata all’unanimità in Consiglio comunale. Come ha vissuto, nelle scorse settimane, il sostegno dell’Amministrazione?

L’ho vissuto bene con stupore e straniamento. Con l’amministrazione, che ringrazio per il sostegno, ci siamo sempre mossi in modo coordinato. Il Consiglio comunale ha espresso all’unanimità la volontà di mantenere il Pavimento in Porta Adriana, e l’amministrazione ha inoltrato due richieste alla Soprintendenza.

Dopo la rimozione del Pavimento, quali sviluppi intravede per il futuro dell’opera?

Il Pavimento è nato come creatura temporanea, ma non per questo effimera. Visto il rigetto delle richieste fatte alla Soprintendenza, rimanendo proprietario dell’opera, potrei scegliere molte strade. Smembrare l’opera, e dimenticarla. Musealizzarla. Magari venderla e trarne profitto. Tutte queste opzioni mi suonano però desuete e fuori tempo massimo. Emanazione di uno spirito che non mi appartiene. Il Pavimento ha lasciato la Porta e assieme all’amministrazione stiamo lavorando alla creazione di uno spazio nuovo che potrà accogliere il Pavimento. Come opera temporanea, il Pavimento ha subito i vincoli del luogo. Spostandosi fonderà un luogo nuovo. So che alcune persone storceranno il naso, perché si era creato un legame visivo fra il Pavimento e la Porta. Ma io non ho intenzione di condurre nessuna guerra contro la Soprintendenza, seppur nella delusione del verdetto. Essere delusi non giustifica l’essere per forza ostili. Scelgo di trovare una soluzione con l’amministrazione affinché il Pavimento crei uno spazio nuovo, non musealizzato, totalmente pubblico ad ogni ora del giorno e della notte, in una zona centrale. In fondo, se ribaltiamo la questione, lo stesso limite di tutela che nega il dialogo permanente fra un’opera che parla la lingua di oggi e un luogo storico, non rivela anche il limite concettuale che un’opera contemporanea abbia necessità della cornice storica per essere validata? Bambini e bambine, da mesi, mi regalano disegni che hanno fatto sul Pavimento: il gatto gelataio, la sirena Elettra, il verme Palagio. Ecco a cosa penso quando visualizzo la prossima mutazione del Pavimento.

Nel Pavimento convivono figure reali e immaginarie ma anche citazioni dalla tradizione musiva. Come costruisce un equilibrio che tenga insieme memoria e racconto personale?

Perché in realtà è da tutta la vita che ho costruito stanze parallele nelle quali mettere in salvo molte cose. Sono gallerie che abito, dove ripongo ciò che raccolgo. Fantasmi, memorie, vecchi giocattoli, frammenti, astronavi e tesori inutili Il mosaico è l’unica lingua possibile per il Pavimento proprio perché connette frattaglie e ci dà l’illusione di una unità. In fondo il Pavimento è più simile alla creatura assemblata dal Doctor Frankenstein. Un insieme di membra sparse, di cadaveri, che prendono vita con una scintilla. È un portale che si apre sul sottosopra di questa città.

Il Pavimento, Unicorno, dettaglio del mosaico. Foto: Nicola Montalbini
Nicola Montalbini, Il Pavimento, Unicorno, dettaglio del mosaico. Foto: Nicola Montalbini
Il Pavimento, Port’Aurea, dettaglio del mosaico. Foto: Nicola Montalbini
Nicola Montalbini, Il Pavimento, Port’Aurea, dettaglio del mosaico. Foto: Nicola Montalbini
Il Pavimento, Maria Grazia Maioli, dettaglio del mosaico. Foto: Nicola Montalbini
Nicola Montalbini, Il Pavimento, Maria Grazia Maioli, dettaglio del mosaico. Foto: Nicola Montalbini

Guardando alla storia del mosaico ravennate, quali opere o cicli musivi sente più vicini al Suo modo di pensare l’immagine?

Prima di tutto vorrei porre l’attenzione sul fatto che a Ravenna ci sono poche testimonianze pavimentali. La subsidenza e la natura alluvionale del terreno hanno inghiottito i vecchi pavimenti. Eccezione fatta per il complesso di Via D’Azeglio presso la Domus dei Tappeti di Pietra, i mosaici del cosiddetto Palazzo di Teodorico, e i frammenti musivi in San Vitale, mi sono confrontato con i mosaici di Aquileia e della Cattedrale di Pesaro, mie stanze predilette che ho abitato e frequentato per anni. Poi c’era il grande mosaico realizzato da Nedo del Bene nel cinema Capitol nel 1963. È stato smembrato pochi anni fa. Nel Pavimento c’è un pesce ripreso da quel grande mosaico fiabesco. A Ravenna esiste, seppur frammentario ed esposto a parete, il grande ciclo medievale di mosaici di San Giovanni Evangelista. Sono mosaici meravigliosi. Fu realizzato nel 1213, ed è l’ultimo pavimento di cui sia hanno notizie. Mi sono riconnesso a quei mosaici come a riprendere un discorso interrotto secoli fa. L’unicorno viene da lì.

Nel Suo lavoro il rapporto con lo spazio pubblico è centrale. Quale ruolo pensa debba assumere oggi l’artista all’interno della città? Autore, mediatore, narratore o altro ancora?

Parlo per me, senza etichette e pretese. Sul ruolo dell’artista, ho pensieri contrastanti. Abbiamo chiamato “arte” le cose più disparate, ed ogni epoca ha detto la sua. Per conto mio, questa città e le sue storie, si sono fuse con la mia percezione, da molto tempo. Guardo con interesse il rimosso, il celato, lo scomparso. Raccolgo molte cose per strada. A volte mi sento una specie di stregone, che si sente a suo agio stando sulla soglia.



Noemi Capoccia

L'autrice di questo articolo: Noemi Capoccia

Originaria di Lecce, classe 1995, ha conseguito la laurea presso l'Accademia di Belle Arti di Carrara nel 2021. Le sue passioni sono l'arte antica e l'archeologia. Dal 2024 lavora in Finestre sull'Arte.



Se ti è piaciuto questo articolo abbonati a Finestre sull'Arte.
al prezzo di 12,00 euro all'anno avrai accesso illimitato agli articoli pubblicati sul sito di Finestre sull'Arte e ci aiuterai a crescere e a mantenere la nostra informazione libera e indipendente.
ABBONATI A
FINESTRE SULL'ARTE

Commenti

Commenta l'articolo che hai appena letto






Per inviare il commento devi accedere o registrarti.
Non preoccuparti, il tuo commento sarà salvato e ripristinato dopo l’accesso.

MAGAZINE
primo numero
NUMERO 1

SFOGLIA ONLINE

MAR-APR-MAG 2019
secondo numero
NUMERO 2

SFOGLIA ONLINE

GIU-LUG-AGO 2019
terzo numero
NUMERO 3

SFOGLIA ONLINE

SET-OTT-NOV 2019
quarto numero
NUMERO 4

SFOGLIA ONLINE

DIC-GEN-FEB 2019/2020
Finestre sull'Arte