Per entrare nell’universo ascetico di Bartolomeo Cesi tocca abbandonare sulla soglia qualunque sorta di pregiudizio legato ai tempi e ai luoghi in cui dipinse, tocca sgombrare la mente da ogni preconcetto sulle arti della Controriforma, almeno per come ci è sempre stata sbrigativamente spiegata a scuola o da qualche guida svogliata, tocca superare le fisime nei riguardi d’una pittura che, per il solo suo carattere d’ornamento devoto, è solita evocare idee di ligia, monotona, ripetitiva osservanza. Idee che però spesso si scontrano con la forza delle immagini e finiscono per soccombere: e Bartolomeo Cesi figura indiscutibilmente tra quei pittori in grado di mortificare qualsiasi ostinata preclusione. Pittore discontinuo: alle volte, guardando certe sue cose appaiate, par quasi di vedere due artisti diversi. Ovvero, da una parte, un visionario capace d’un misticismo solidamente ancorato a pezzi di realtà, e dall’altra un mestierante che non s’azzardava a scardinare quelle convenzioni che pure, quand’era ispirato, sapeva spezzare con somma disinvoltura. Non gli ha però giovato la poca costanza, malgrado non si possa certo dire pittore sconosciuto o di scarsa fortuna critica. Stimatissimo in vita, presente in tanti scritti d’arte del Seicento (Carlo Cesare Malvasia gli dedicò anche una Vita), citato da Luigi Lanzi come pittore dotato d’una “maniera che appaga, piace, innamora”, Cesi ha conosciuto un certo disinteresse solo tra la fine dell’Otto e l’inizio del Novecento, quando tutta la pittura della Controriforma era guardata con una certa diffidenza, se non con aperta ostilità. Non si può però dire che ci sia stato disinteresse nei suoi riguardi. Alberto Graziani, il geniale allievo di Roberto Longhi scomparso a soli 27 anni e dunque prematuramente strappato a una carriera di sicuro successo, aveva dedicato a Bartolomeo Cesi la sua tesi di laurea, era il 1939, e l’aveva definito pittore “originale, instabile e coscienzioso”, tre aggettivi talmente affilati, talmente chirurgici che, senz’altre aggiunte, sarebbero sufficienti a descrivere uno degl’inventori di mondi più singolari del suo tempo.
Non c’è però da rimaner sorpresi sapendo che non gli era mai stata dedicata alcuna mostra, e ch’è servita la pregevole iniziativa del Museo Civico Medievale di Bologna per colmare la lacuna, con una rassegna, la prima monografica su Bartolomeo Cesi, dal titolo di rara potenza evocatoria (Bartolomeo Cesi. Pittura del silenzio nell’età dei Carracci) e curata da Vera Fortunati, allieva di Francesco Arcangeli e precisissima studiosa del Cinquecento emiliano. Una mostra dal solido impianto scientifico, dalla scansione movimentata, di dimensioni contenute eppure capace d’offrire, forte anche di apparati dettagliati eppure non invadenti, un’analisi molto articolata su Bartolomeo Cesi. Fortunati ha evitato la trappola d’una mostra totale e s’è concentrata sul quindicennio (anno più, anno meno) più prospero della carriera di Cesi, quando l’artista aveva tra i trenta e i quarant’anni, era in stato di grazia, e s’impegnò “in un dialogo solitario e coraggioso con l’innovativo sperimentalismo naturalistico dei coetanei Carracci”, ci spiega la curatrice, “e con una personale e originalissima rielaborazione” fu in grado di raggiungere “una pittura creatrice di realtà tangibili attraverso l’ascesa ai più alti gradi di contemplazione mistica”. È un’arte che germoglia nella Bologna del cardinale Gabriele Paleotti che poco prima, nel 1582, aveva pubblicato il Discorso intorno alle immagini sacre e profane, uno degli scritti della Controriforma più discussi in sede storiografica: un trattato, articolato in cinque libri (benché soltanto due siano stati condotti a termine), che intendeva tradurre in principî pratici e teorici gl’indirizzi che la Chiesa cattolica post-tridentina aveva stabilito per l’utilizzo delle immagini nell’arte sacra. Cesi può esser considerato uno degli artisti di Paleotti, se così si può dire, dacché subito impiegato dal cardinale nel suo progetto di rinnovamento delle immagini sacre: e quando si dice “impiegato” s’intende il termine nel suo senso letterale, poiché Cesi fu tra i pittori coinvolti nel cantiere della Cattedrale di San Pietro a Bologna promosso da Paleotti, dov’era previsto anche un apparato decorativo dal programma iconografico concepito sostanzialmente come una catechesi visiva, come una sorta di traduzione per immagini del Credo cattolico, con le singole parti della decorazione della chiesa che avrebbero spiegato un articolo della fede. L’affresco di Cesi, al quale era stata affidata la scena con San Pietro che cammina incontro a Cristo sulle acque, non s’è conservato, ma la mostra del Museo Civico Medievale di Bologna restituisce con portentosa nettezza quella temperie culturale in cui gli artisti si trovarono a dipingere non tanto sulla base di norme, divieti e prescrizioni, quanto semmai sulla base d’un “colloquio”, come l’ha inteso Paolo Prodi ch’è stato autore d’una delle più innovative interpretazioni del Dialogo, con un cardinale che, pur avveduto del fatto che l’arte fosse ormai diventata un’arma di comunicazione di massa (e dunque ben al corrente d’uno di quelli che sarebbero divenuti fondamenti della propaganda anche nei secoli a venire: un artista sarà tanto più efficace quanto più si sentirà coinvolto), al contempo non intendeva fornire prescrizioni di carattere formale.
La mostra è di dimensioni contenute e la parte più rilevante è tutta concentrata in un paio di sezioni, che occupano un’unica sala. Si dedica una qualche attenzione all’introibo che serve soprattutto a fornire qualche elemento per comprendere il contesto della Bologna paleottiana, si scorre veloci sul capitolo dedicato alla ritrattistica di Cesi (onesta, con qualche guizzo specialmente nei dettagli, e però, tolti rari vertici come il Ritratto di gentiluomo, tutt’altro che irresistibile: i ritratti non eran certo la sua specialità), ci si sofferma un poco di più sui disegni che sono ben più interessanti e offrono una solida dimostrazione della sua libertà d’invenzione, della sua cura per il particolare, della finezza della sua mano, e s’arriva alla sala che ospita le pale degli anni Ottanta, la più affascinante della mostra, non tanto per la quantità del materiale esposto, quanto per la sua densità. Sono giusto tre i lavori qui radunati, su di una trentina di opere che il pubblico può vedere in mostra: tre pale d’altare “sospese tra rigore e commozione”, come le indica il titolo della sezione, tre lavori che trasportano il visitatore nella Bologna che si misurava col Discorso di Paleotti e al contempo con la riforma dei Carracci, ovvero da una parte con l’esigenza d’una pittura che fosse in grado d’aiutare la devozione, e dall’altra con l’apertura a un’arte più corporea, più viva, che facesse strame d’ogni affettazione e d’ogni ricercatezza e s’indirizzasse verso il naturale. S’incontra subito la Crocifissione con i santi Andrea, Pietro Toma e Paolo di San Martino Maggiore, opera del 1584-1585 che si confronta a distanza con l’omologo dipinto che Annibale Carracci eseguì per la chiesa di San Nicolò di San Felice a Bologna, un’opera di rottura per le ragioni appena dette (in mostra, accanto al dipinto di Cesi è stato inserito, soluzione utile e intelligente, uno schermo che fa vedere al visitatore l’opera di Carracci nell’insieme e nei dettagli). Cesi dimostra d’accogliere le novità del suo coetaneo con interesse e con arguta vigilanza: ripete lo schema di Carracci, modella i suoi santi e il corpo di Cristo con credibile morbidezza, imposta il suo studio delle luci e delle ombre su di una sorvegliata, attenta somiglianza al reale, cercando tuttavia al contempo di non eccedere col dramma e col teatro ma, anzi, costruendo quell’aura di mistico silenzio ch’è forse la cifra più riconoscibile nelle pale in cui Cesi dà saggio di maggiore e più sentita ispirazione.
È questa Crocifissione l’autentica chiave di volta della mostra. Più tradizionale appare la Trinità adorata dai santi Bernardino da Siena e Sebastiano, con tutta probabilità cominciata poco prima della Crocifissione e ancora piuttosto convenzionale: il doppio registro, epifania divina in alto con tanto di deflagrazione dorata dello Spirito Santo e santi in adorazione in basso, è pressoché identico a quello della Madonna di Ponte Santo ch’era stata commissionata a Lavinia Fontana nel 1583 dal consiglio cittadino di Imola e che oggi è conservata nella Pinacoteca Civica della città romagnola, ma qualche somiglianza, quantomeno nella temperatura emotiva, si può intravedere persino con l’Orazione nell’orto di Prospero Fontana inserita in avvio di mostra. Questa soluzione formale col doppio registro vivificato da bagliori d’oro, tesa a dar conto con efficacia del dialogo tra il terreno e l’ultra terreno, avrebbe caratterizzato diversi lavori di Cesi degli anni Novanta, seppur con esiti migliori: per esempio, alla Pinacoteca Nazionale, dove le sale dei Carracci sono da considerare una specie di emanazione della mostra (c’è un percorso dedicato, con didascalie che riprendono la grafica della rassegna del Museo Civico Medievale), ci si può soffermare sull’Immacolata Concezione e sant’Anna o sull’ancor più intensa Madonna col Bambino e i santi Giacinto, Agostino e Filippo Benizzi. Rispetto alla Trinità, di tutt’altra pasta è invece la Madonna col Bambino in gloria coi santi Benedetto, Giovanni Battista e Francesco della chiesa di San Giacomo Maggiore, opera dipinta per la cappella della famiglia Paleotti nel tempio felsineo, uno dei capolavori di Cesi, “incantevole pittura” secondo Graziani, e dipinto che dialoga con Ludovico Carracci, segnatamente con la Pala Bargellini custodita oggi nella Pinacoteca Nazionale di Bologna, da cui è ripresa l’idea della Vergine assisa sul trono (che, nel caso di Cesi, è fatto di nubi, esattamente come quello della Madonna di Ludovico che apre il percorso di visita) e girata di tre quarti, ma anche col Parmigianino, dacché la posa del Giovanni Battista di Cesi sembrerebbe una citazione letterale di quella del san Girolamo nella slanciata pala del Mazzola oggi alla National Gallery. Il ricorso a una fonte di sessant’anni prima non è però una forma di nostalgia, anche perché il contorto Giovanni Battista convive perfettamente coi volti verisimili e accesi di mistico fervore dei suoi compagni, Benedetto e Francesco: è semmai indice di quella libertà che Cesi avrebbe continuato a praticare senza sosta nel periodo più felice della sua carriera.
Un periodo felice che prosegue coi lavori degli anni Novanta: il culmine, qui, è un altro dipinto pregno di sentori carracceschi, il monumentale San Benedetto che ascolta la celeste armonia, lodato da Malvasia, sintesi tra le novità carraccesche e la pittura controriformata che si praticava a Firenze, così solenne con quella posa frontale, quasi da santo bizantino, eppure così profondamente umano con quello sguardo rapito, la bocca socchiusa, la barba di due giorni, la mano sinistra che regge la Regola e l’altra che s’apre quasi ad accompagnare col movimento delle dita i due angeli musicanti che suonano nel registro superiore della composizione. Se più ieratico appare il San Benedetto seduto, lo stesso atteggiamento di devota contemplazione unita però a un profondo studio del naturale anima il San Francesco in preghiera, opera del 1607 e che quindi slitta di qualche anno rispetto al periodo preso in esame dalla rassegna del Museo Civico Medievale: è stata tuttavia inserita per dar conto di come anche in un periodo in cui i gusti del milieu bolognese avrebbero conosciuto uno spostamento verso la pittura tersa e cristallina di Guido Reni, i modi più silenziosi, cupi, trattenuti e contemplativi di Bartolomeo Cesi, che non fu comunque del tutto impermeabile alle novità, godessero ancora d’un forte credito. E lui difficilmente si sarebbe scostato da quella sua pittura così meditativa, arrivando a dipingere, col San Francesco in preghiera, “un’immagine che nasce dall’esperienza di un’orazione mentale che si apre al mondo degli affetti e delle lacrime” (così Vera Fortunati). Da qui, dunque, anche la felice definizione di “poeta conventuale” che la stessa Fortunati ha coniato per l’artista, che peraltro, caso per lui raro, appone anche la sua firma sul San Francesco in preghiera, quasi a voler marcare l’opera come un testamento spirituale e artistico, suggerisce la curatrice.
La chiusura della mostra è affidata dapprima a una selezione di dipinti di taglio più contenuto, destinati alla devozione privata, opere in cui Bartolomeo Cesi, senz’ambire ai toni delle grandi pale d’altare, si concentra su di una pittura più intima, calma, alle volte persino più luminosa e squillante, e al contempo però più compassata, più tranquilla, più convenzionale, e poi al ciclo per la chiesa di San Girolamo della Certosa, che viene proposto al pubblico con una grande riproduzione, assieme a due tele di Ludovico Carracci per le pareti opposte del coro (la Flagellazione e il Cristo coronato di spine), oltre a un’Orazione nell’orto di Cesi che riprende quella eseguita per la Certosa. Si può dire, dunque, che la mostra culmini con un’attestazione del successo di Cesi, impiegato in uno dei cantieri più importanti della Bologna paleottiana perché la sua pittura era evidentemente perfetta per le rinnovate esigenze della devozione tardocinquecentesca: un’arte che non era rigida e severa, non era leziosa, ma non era neppure improntata a un troppo aggressivo naturalismo. Era poesia conventuale, appunto. Una poesia che però serbava la sua funzione. Non quadri fatti per esser visti, semmai quadri fatti per far inginocchiare il fedele con metodo. Anche se rimangono versi d’un poeta. Un poeta del silenzio.
Alberto Graziani, in uno dei passaggi più illuminanti della sua tesi, aveva scritto che nessun giovane avrebbe potuto avvicinarsi a Bartolomeo Cesi con simpatia e profitto, a meno che quel giovane non fosse “dotato di grande e buon istinto pittorico, e pertanto di una libertà di giudizio e di scelta che, allora come ora, non formavano le doti più ricercate in un aiuto apprendista”: la barriera era data dall’originalità di Cesi, quell’originalità di “qualità, metodo e tendenze” che lo aveva reso artista “instabile e coscienzioso”, e dunque difficile da avvicinare, da seguire o da imitare. Il silenzio di Bartolomeo Cesi, quel silenzio ispirato, così mistico eppure così solido, un silenzio siberiano fatto di ghiaccio sotto cui bruciava un fuoco inestinguibile, era fondamentalmente una lingua per pochi. E tra quei pochi si sarebbe iscritto il giovane Guido Reni: nel catalogo della mostra c’è un saggio di Flavia Cristalli (che per la sua tesi di dottorato, peraltro, ha compilato l’intero catalogo della produzione di Cesi) in cui i due son messi a confronto. Malvasia aveva scritto che Guido Reni, da ragazzo, stava “ore intere contemplando” le opere di Cesi. Opere spesso fatte di luce morbida che satura l’aria come fosse una nebbia, di vibrazioni argentate che accarezzano i volti dei santi, di espressioni d’estasi silenziosa, di vesti che cadono con pieghe studiatissime, di epidermidi lucide come perle: non suonerà come una stonatura vedere in Bartolomeo Cesi una sorta di preannuncio della pittura di Guido Reni.
L'autore di questo articolo: Federico Giannini
Nato a Massa nel 1986, si è laureato nel 2010 in Informatica Umanistica all’Università di Pisa. Nel 2009 ha iniziato a lavorare nel settore della comunicazione su web, con particolare riferimento alla comunicazione per i beni culturali. Nel 2017 ha fondato con Ilaria Baratta la rivista Finestre sull’Arte. Dalla fondazione è direttore responsabile della rivista. Nel 2025 ha scritto il libro Vero, Falso, Fake. Credenze, errori e falsità nel mondo dell'arte (Giunti editore). Collabora e ha collaborato con diverse riviste, tra cui Art e Dossier e Left, e per la televisione è stato autore del documentario Le mani dell’arte (Rai 5) ed è stato tra i presentatori del programma Dorian – L’arte non invecchia (Rai 5). Al suo attivo anche docenze in materia di giornalismo culturale all'Università di Genova e all'Ordine dei Giornalisti, inoltre partecipa regolarmente come relatore e moderatore su temi di arte e cultura a numerosi convegni (tra gli altri: Lu.Bec. Lucca Beni Culturali, Ro.Me Exhibition, Con-Vivere Festival, TTG Travel Experience).
Per inviare il commento devi
accedere
o
registrarti.
Non preoccuparti, il tuo commento sarà salvato e ripristinato dopo
l’accesso.